ONU, successione Guterres: Rodrigues-Birkett guida la corsa dopo il secondo scrutinio
La corsa per scegliere il prossimo Segretario generale delle Nazioni Unite entra in una fase più concreta, ma è ancora lontana dall'avere un vincitore. Nel secondo scrutinio informale del Consiglio di Sicurezza, tenuto il 21 agosto 2026, la diplomatica della Guyana Carolyn Rodrigues-Birkett ha raccolto otto indicazioni favorevoli, diventando la candidata con il maggior numero di "encourage". Alle sue spalle si collocano la costaricana Rebeca Grynspan e l'argentino Rafael Grossi, entrambi con sette consensi. I numeri delineano per la prima volta un terzetto di testa relativamente riconoscibile, ma non rappresentano né una nomination formale né una garanzia sull'esito finale della successione ad António Guterres.
Il risultato più importante dello scrutinio è infatti l'assenza di un candidato capace di raccogliere almeno nove consensi nella seconda consultazione. Nella futura decisione formale del Consiglio di Sicurezza serviranno almeno nove voti favorevoli e, soprattutto, nessun veto da parte di Cina, Francia, Russia, Regno Unito o Stati Uniti. Gli attuali sondaggi utilizzano invece schede anonime nelle quali i quindici membri possono indicare "encourage", "discourage" oppure "no opinion". Finché non inizierà la fase delle cosiddette schede differenziate, non sarà quindi possibile sapere con certezza se un voto contrario provenga da uno dei cinque membri permanenti e possa trasformarsi in un veto decisivo.
La successione riguarda una delle cariche diplomatiche più influenti e allo stesso tempo più complesse del sistema internazionale. António Guterres, portoghese, concluderà il proprio secondo mandato il 31 dicembre 2026 dopo dieci anni alla guida dell'ONU. Il suo successore entrerà in carica il 1° gennaio 2027 per un mandato di cinque anni e diventerà il decimo Segretario generale nella storia dell'Organizzazione. La scelta avviene mentre le Nazioni Unite affrontano guerre, rivalità tra grandi potenze, crisi finanziarie, emergenze climatiche, tensioni commerciali e un crescente dibattito sulla capacità dell'istituzione di incidere realmente sui conflitti contemporanei.
Rodrigues-Birkett passa davanti dopo il secondo scrutinio
Il dato più evidente del voto del 21 agosto è il sorpasso di Carolyn Rodrigues-Birkett. La candidata della Guyana ha ottenuto otto indicazioni di incoraggiamento, tre di scoraggiamento e quattro "no opinion". Il totale restituisce una posizione di vantaggio molto limitata, ma sufficiente a collocarla in testa alla graduatoria informale dopo che nel primo scrutinio del 30 luglio si era fermata al secondo posto.
La sua crescita relativa deve però essere interpretata con attenzione. Nel primo straw poll Rodrigues-Birkett aveva in realtà raccolto nove "encourage", uno in più rispetto agli otto attuali. Non è quindi aumentato il numero assoluto dei suoi sostenitori: è cambiato soprattutto il rapporto con le altre candidature, in particolare con quella di Rebeca Grynspan, che ha perso tre consensi rispetto alla prima votazione informale.
Questo rende la sua leadership molto diversa da quella di una candidata in rapida ascesa capace di aggregare progressivamente quasi tutto il Consiglio. Rodrigues-Birkett è oggi davanti perché ha mostrato una maggiore tenuta diplomatica rispetto ad alcuni rivali, ma rimane lontana da una maggioranza chiaramente consolidata e presenta comunque tre voti di "discourage" che potrebbero diventare decisivi nelle prossime settimane.
Grynspan perde il primato conquistato a luglio
Nel primo scrutinio del 30 luglio la candidata apparentemente più forte era stata Rebeca Grynspan. L'ex vicepresidente del Costa Rica aveva ottenuto dieci incoraggiamenti, un solo voto contrario e quattro schede senza opinione, un risultato che l'aveva immediatamente trasformata nella prima favorita della corsa.
Tre settimane dopo la situazione è cambiata. Grynspan ha ricevuto sette "encourage", quattro "discourage" e quattro "no opinion". La perdita di tre consensi favorevoli e l'aumento dei voti contrari rappresentano uno dei movimenti più significativi del secondo scrutinio. Non significa che la sua candidatura sia compromessa, ma mostra che il consenso iniziale non si è ancora trasformato in una coalizione stabile all'interno del Consiglio di Sicurezza.
La costaricana rimane comunque pienamente nel gruppo di testa. Il suo profilo combina esperienza politica nazionale e lunga permanenza nel sistema ONU: è stata vicepresidente del Costa Rica dal 1994 al 1998, ha ricoperto incarichi nel Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, ha guidato la Segreteria Generale Iberoamericana e dal 2021 è alla guida dell'UNCTAD, l'organizzazione delle Nazioni Unite dedicata a commercio e sviluppo.
Grossi ha sette consensi ma cresce anche l'opposizione
Il terzo nome della corsa è Rafael Grossi, argentino e attuale direttore generale dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica. Anche Grossi ha raccolto sette indicazioni favorevoli, lo stesso numero ottenuto nel primo straw poll. A cambiare notevolmente è però il fronte contrario: i "discourage" sono passati da due a sei, mentre le schede senza opinione sono scese a due.
Il dato rende il profilo di Grossi particolarmente interessante. Da un lato conserva un nucleo stabile di sette sostenitori; dall'altro incontra oggi più resistenze degli altri due candidati di testa. Sei membri su quindici hanno indicato di non incoraggiarne la candidatura. Fino alla fase delle schede differenziate, tuttavia, non è possibile sapere quanto questi voti siano realmente pericolosi.
Un "discourage" proveniente da un membro eletto del Consiglio può essere superato costruendo una maggioranza diversa. Un voto contrario proveniente da uno dei cinque permanenti, invece, può diventare un ostacolo insormontabile quando si passerà dalla consultazione informale alla raccomandazione formale. Proprio per questo il semplice confronto numerico tra sette voti per Grynspan e sette per Grossi non restituisce necessariamente due candidature con identiche possibilità.
Nessuno dei tre è ancora realmente favorito in senso definitivo
Definire Rodrigues-Birkett "favorita" è corretto soltanto se il termine viene utilizzato per indicare chi possiede oggi il maggior numero di incoraggiamenti. Sarebbe invece prematuro interpretare il risultato come una previsione affidabile del nome che verrà raccomandato all'Assemblea Generale.
La storia delle selezioni ONU mostra che gli straw poll servono soprattutto a verificare progressivamente quali candidature possano costruire un consenso e quali incontrino ostacoli difficilmente superabili. I risultati possono cambiare da una votazione all'altra e una candidatura inizialmente forte può perdere terreno quando i membri permanenti cominciano a rendere più chiare le proprie preferenze.
La fase davvero decisiva arriverà quando le schede consentiranno di distinguere il voto dei P5 da quello dei dieci membri eletti. Soltanto allora sarà possibile comprendere se i candidati che oggi raccolgono più consensi abbiano anche la caratteristica essenziale per ottenere l'incarico: essere accettabili contemporaneamente da Washington, Pechino, Mosca, Londra e Parigi.
Come funziona realmente la scelta del Segretario generale
Il meccanismo nasce dall'articolo 97 della Carta delle Nazioni Unite. Il Segretario generale viene nominato dall'Assemblea Generale su raccomandazione del Consiglio di Sicurezza. Formalmente, quindi, partecipano entrambi gli organi; politicamente, però, è il Consiglio a compiere la selezione determinante perché presenta all'Assemblea un singolo nome.
Il Consiglio di Sicurezza è composto da 15 Stati: cinque membri permanenti e dieci eletti a rotazione. La raccomandazione sul Segretario generale viene trattata come decisione sostanziale e richiede almeno nove voti favorevoli, senza un voto contrario di uno dei membri permanenti.
Questo attribuisce a Stati Uniti, Cina, Russia, Francia e Regno Unito un potere eccezionale. Un candidato potrebbe teoricamente risultare molto popolare tra i restanti Stati del mondo e raccogliere un ampio sostegno tra i membri non permanenti, ma un veto di una sola grande potenza sarebbe sufficiente a impedirne la raccomandazione.
Lo straw poll non è un'elezione
Le consultazioni attualmente in corso sono chiamate straw poll, letteralmente sondaggi informali. Ogni componente del Consiglio esprime per ciascun candidato una delle tre indicazioni possibili: incoraggiare, scoraggiare oppure non esprimere opinione.
Non sono votazioni formali previste espressamente dalla Carta e non producono una decisione giuridicamente vincolante. Servono alla diplomazia interna del Consiglio per capire progressivamente quali nomi possano avvicinarsi al consenso necessario.
Il Consiglio non pubblica normalmente una classifica ufficiale completa degli scrutini informali. I risultati vengono comunicati ai candidati attraverso gli Stati che li hanno nominati, mentre i numeri circolano successivamente nel circuito diplomatico. Le schede vengono distrutte al termine delle operazioni.
Perché nove voti oggi non sarebbero comunque sufficienti
Nel primo straw poll Grynspan aveva raccolto dieci incoraggiamenti, cioè più dei nove voti richiesti per una futura decisione formale. Questo non significava però che avesse già i numeri per essere scelta.
Nelle votazioni iniziali tutti i membri utilizzano schede indistinguibili. Non era quindi possibile sapere se l'unico "discourage" ricevuto da Grynspan provenisse da uno dei membri permanenti. Se fosse stato così e quella posizione fosse rimasta invariata nel voto formale, dieci consensi non sarebbero comunque bastati.
La stessa logica vale oggi per Rodrigues-Birkett. Otto incoraggiamenti rappresentano il miglior risultato del secondo round, ma il numero delle preferenze favorevoli è soltanto una parte dell'equazione. L'altra è l'assenza di un veto.
Le schede differenziate cambieranno la corsa
Nelle fasi più avanzate il Consiglio dovrebbe passare, secondo la prassi utilizzata in precedenti selezioni, a schede differenziate. I cinque permanenti utilizzano una scheda distinguibile da quella dei dieci componenti eletti, pur mantenendo segreta l'identità del singolo Stato.
Questo permette di capire se un "discourage" provenga dal gruppo dei P5. Non rivela necessariamente quale dei cinque governi abbia votato contro, ma segnala l'esistenza di un potenziale veto.
Da quel momento la classifica può cambiare rapidamente. Un candidato con molti incoraggiamenti ma uno o più discourage permanenti può diventare politicamente meno competitivo di un candidato con un numero inizialmente inferiore di consensi ma accettabile per tutte le grandi potenze.
Il resto della corsa rimane frammentato
Alle spalle dei tre principali candidati si colloca l'ex presidente senegalese Macky Sall, che ha ottenuto sei "encourage", sette "discourage" e due "no opinion". È esattamente lo stesso risultato raccolto nel primo scrutinio, segnale di una candidatura che per il momento non ha né guadagnato né perso terreno.
L'ugandese Olara Otunnu rappresenta invece una delle sorprese della seconda consultazione. È passato da due a cinque incoraggiamenti, con cinque voti contrari e cinque schede senza opinione. Il miglioramento è consistente ma non sufficiente, almeno per ora, a inserirlo nel gruppo di testa.
L'ex ministra ecuadoriana María Fernanda Espinosa ha ricevuto quattro incoraggiamenti, tre voti contrari e otto "no opinion". Il numero relativamente elevato di Stati che non assumono ancora una posizione netta lascia teoricamente spazio a evoluzioni, ma la distanza dalle candidature principali rimane significativa.
Bachelet perde gran parte del sostegno iniziale
Una delle variazioni più sorprendenti riguarda Michelle Bachelet. L'ex presidente cilena e già Alto commissario ONU per i diritti umani aveva raccolto sei incoraggiamenti nel primo scrutinio. Nel secondo ne ha ottenuti soltanto due, insieme a sei "discourage" e sette "no opinion".
È il calo più evidente tra le candidature già presenti a luglio. Bachelet possiede un curriculum internazionale di primo piano: è stata due volte presidente del Cile, direttrice esecutiva di UN Women e Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. La qualità del curriculum, tuttavia, non garantisce automaticamente la capacità di ottenere il consenso geopolitico necessario nel Consiglio.
La selezione del Segretario generale non è infatti un concorso nel quale vince semplicemente il candidato con più incarichi prestigiosi. È una scelta di equilibrio diplomatico nella quale entrano in gioco rapporti con le grandi potenze, provenienza geografica, capacità di mediazione, profilo politico e percezione di indipendenza.
Ivonne A-Baki entra tardi e parte da zero consensi
L'ottava candidatura è quella della diplomatica ecuadoriana Ivonne A-Baki, formalizzata soltanto il 17 agosto con la nomination di Tonga. Essendo entrata nella competizione dopo il primo straw poll, il 21 agosto ha affrontato la propria prima consultazione in Consiglio.
Il risultato è stato particolarmente difficile: zero incoraggiamenti, otto "discourage" e sette "no opinion". La candidatura non è formalmente ritirata e il processo consente ancora movimenti, ma il punto di partenza mostra un livello di sostegno molto inferiore a quello dei principali concorrenti.
La sua entrata tardiva ricorda comunque che la lista delle candidature non è stata immutabile durante il processo. Finché il Consiglio non si avvicinerà a un consenso definitivo, non può essere completamente esclusa neppure la possibilità che altri nomi emergano o che alcune candidature vengano ritirate.
Otto candidati per la guida dell'ONU
Alla mattina del 22 agosto sono quindi otto i candidati formalmente in corsa: Rodrigues-Birkett, Grynspan, Grossi, Sall, Otunnu, Espinosa, Bachelet e A-Baki. Cinque sono donne e tre uomini.
Sei provengono dall'area dell'America Latina e dei Caraibi: Guyana, Costa Rica, Argentina, Cile ed Ecuador, che presenta due figure provenienti dallo stesso Paese ma nominate da Stati differenti. Le due candidature africane sono quelle del Senegal e dell'Uganda.
La composizione della lista riflette due aspettative molto forti presenti nella diplomazia ONU: l'idea che il prossimo incarico possa spettare politicamente all'America Latina e Caraibi e la pressione affinché, dopo ottant'anni, le Nazioni Unite scelgano per la prima volta una donna.
La rotazione geografica è una consuetudine, non una regola
La Carta dell'ONU non stabilisce che la carica debba passare obbligatoriamente da una regione all'altra. Esiste però una consolidata attenzione all'equilibrio geografico e una consuetudine diplomatica secondo cui le diverse aree del mondo dovrebbero avere periodicamente la possibilità di esprimere il Segretario generale.
L'ultimo rappresentante dell'America Latina a ricoprire l'incarico fu il peruviano Javier Pérez de Cuéllar, alla guida delle Nazioni Unite negli anni Ottanta e fino al 1991. Da allora si sono succeduti un africano, Boutros Boutros-Ghali, un altro africano, Kofi Annan, l'asiatico Ban Ki-moon e l'europeo occidentale António Guterres.
Per questa ragione molti governi considerano il ciclo 2026 particolarmente favorevole all'America Latina e Caraibi. Non esiste però alcun diritto automatico della regione alla nomina e Macky Sall e Olara Otunnu dimostrano che candidati africani possono continuare a competere.
L'ONU non ha mai avuto una donna Segretario generale
L'altro elemento storico è ancora più evidente: in ottant'anni nessuna donna ha mai ricoperto la massima carica delle Nazioni Unite. Tutti i nove Segretari generali finora nominati sono stati uomini.
La presenza di cinque candidate su otto rende quindi il processo del 2026 potenzialmente storico. Rodrigues-Birkett e Grynspan occupano attualmente le prime due posizioni se si considera il numero di incoraggiamenti, mentre Grossi è appaiato a Grynspan ma con un numero più elevato di voti contrari.
Il fattore di genere non costituisce tuttavia un criterio giuridicamente vincolante. I governi possono considerarlo importante nella propria valutazione, ma il futuro Segretario generale dovrà comunque attraversare il filtro del Consiglio di Sicurezza e ottenere l'accettazione delle cinque potenze permanenti.
Chi è Carolyn Rodrigues-Birkett
Carolyn Rodrigues-Birkett, nata nel 1973, è l'attuale rappresentante permanente della Guyana all'ONU, incarico che ricopre dal 2020. Ha guidato la delegazione del proprio Paese anche durante il mandato della Guyana nel Consiglio di Sicurezza nel biennio 2024-2025, acquisendo una conoscenza diretta delle dinamiche interne dell'organo che oggi deve valutarne la candidatura.
Prima di arrivare a New York è stata ministra degli Affari amerindi dal 2001 al 2008 e ministra degli Esteri, del commercio estero e della cooperazione internazionale dal 2008 al 2015. Successivamente ha svolto incarichi nella FAO, prima nell'ambito dei rapporti con i parlamenti e poi nell'ufficio di collegamento dell'organizzazione a Ginevra.
Il suo profilo unisce quindi esperienza nazionale, diplomazia multilaterale e una forte attenzione alle esigenze dei piccoli Stati. Se venisse nominata, diventerebbe sia la prima donna sia la prima personalità caraibica alla guida delle Nazioni Unite.
Dalla comunità indigena alla diplomazia globale
La biografia di Rodrigues-Birkett presenta inoltre una caratteristica distintiva. Proviene da Santa Rosa, comunità indigena della Guyana, e all'inizio della propria vita professionale ha lavorato come insegnante elementare prima di entrare nell'amministrazione pubblica.
Il suo percorso politico l'ha portata successivamente a ricoprire il ministero responsabile delle popolazioni amerindie e poi quello degli Esteri. Nella campagna per la Segreteria generale ha sottolineato temi come prevenzione dei conflitti, sviluppo sostenibile, cambiamento climatico e necessità di rendere più efficiente l'azione delle Nazioni Unite.
La provenienza da uno Stato di dimensioni relativamente ridotte può rappresentare contemporaneamente un punto di forza e una difficoltà. Da un lato riduce la percezione di una candidatura direttamente associata agli interessi di una grande potenza; dall'altro richiede una intensa attività diplomatica per trasformare il sostegno regionale in consenso globale.
Grynspan porta una lunga esperienza economica e multilaterale
Rebeca Grynspan presenta un profilo profondamente diverso. Economista, ex vicepresidente del Costa Rica e dirigente di lungo corso del sistema multilaterale, è una delle figure più conosciute tra i candidati già prima dell'apertura della selezione.
Ha lavorato nella Commissione economica ONU per l'America Latina, nel Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo e successivamente ha guidato la Segreteria Generale Iberoamericana. Nel 2021 è diventata la prima donna alla guida dell'UNCTAD.
Il suo programma pone particolare attenzione a sviluppo, commercio, debito, disuguaglianze e riforma della governance multilaterale. La sua esperienza può risultare particolarmente utile in un momento in cui le Nazioni Unite devono affrontare una crescente crisi finanziaria e un rapporto sempre più difficile tra politiche di sviluppo e rivalità geopolitiche.
Il paradosso di Grynspan: prima forte, ora più vulnerabile
La perdita di tre consensi rispetto a luglio rende Grynspan uno degli esempi migliori di quanto la corsa possa essere fluida. Il suo iniziale 10-1-4 appariva molto più vicino a una candidatura di consenso rispetto all'attuale 7-4-4.
Non è possibile stabilire pubblicamente quali Stati abbiano cambiato posizione né perché. Gli straw poll sono costruiti proprio per consentire ai membri di modificare orientamento senza assumere immediatamente un impegno politico pubblico.
Il risultato potrebbe derivare da negoziati tra capitali, valutazioni sulle altre candidature o dalla progressiva definizione delle preferenze delle grandi potenze. Qualsiasi spiegazione specifica non accompagnata da elementi verificabili rimarrebbe però una speculazione.
Grossi porta nella corsa il dossier nucleare
Rafael Grossi possiede il profilo più direttamente associato alle grandi crisi di sicurezza internazionale. Diplomatico argentino, guida l'Agenzia internazionale per l'energia atomica dal 2019 ed è diventato uno dei protagonisti della diplomazia nucleare contemporanea.
Durante il proprio mandato ha seguito il programma nucleare dell'Iran, le verifiche internazionali e soprattutto la sicurezza della centrale ucraina di Zaporizhzhia, occupata dalle forze russe. Grossi ha promosso la presenza permanente di personale dell'AIEA nell'impianto nel tentativo di ridurre il rischio di un incidente nucleare durante la guerra.
Questa esposizione gli offre una conoscenza diretta dei rapporti con numerose grandi potenze, ma può anche creare resistenze tra governi che hanno avuto contrasti con l'AIEA. Il passaggio da due a sei voti di "discourage" rende proprio questo elemento uno dei più osservati della sua candidatura.
Non sappiamo chi stia ostacolando Grossi
Sarebbe però scorretto attribuire automaticamente i sei voti contrari a specifici Stati. Le prime votazioni sono anonime e non distinguono il gruppo dei membri permanenti.
È noto che durante il suo lavoro all'AIEA Grossi abbia avuto rapporti complessi con diversi governi, ma trasformare questi precedenti in una mappa dei voti del Consiglio significherebbe superare le informazioni disponibili. La diplomazia sulla scelta del Segretario generale è tradizionalmente caratterizzata da negoziati riservati.
La risposta arriverà almeno parzialmente quando cominceranno le schede differenziate. Se tra i "discourage" contro Grossi comparisse un voto proveniente dai P5, la sua candidatura entrerebbe in una fase molto più difficile; in assenza di un segnale simile, sette incoraggiamenti rimarrebbero una base significativa dalla quale negoziare.
Il Segretario generale non è il "presidente del mondo"
La grande attenzione dedicata alla successione può creare un equivoco sul potere effettivo dell'incarico. Il Segretario generale non è un capo di governo globale e non può imporre decisioni agli Stati membri.
La Carta lo definisce capo amministrativo dell'Organizzazione, ma gli assegna anche un'importante funzione politica. L'articolo 99 gli permette, per esempio, di portare all'attenzione del Consiglio qualsiasi questione che ritenga possa minacciare la pace e sicurezza internazionale.
Il potere più rilevante è spesso quello della diplomazia: mediazione, buoni uffici, nomina di inviati speciali, capacità di convocare attori contrapposti e utilizzo dell'autorità morale dell'istituzione. L'efficacia dipende quindi molto dalla credibilità personale e dalla capacità di mantenere rapporti con governi che possono trovarsi apertamente in conflitto tra loro.
Il successore erediterà un'ONU in difficoltà
Il decimo Segretario generale assumerà l'incarico in una fase particolarmente problematica per il multilateralismo. Il Consiglio di Sicurezza è frequentemente paralizzato dalle divisioni tra membri permanenti e numerose guerre hanno mostrato i limiti della capacità dell'ONU di imporre soluzioni politiche.
Allo stesso tempo l'Organizzazione affronta crescenti problemi di finanziamento. Ritardi nei contributi, riduzioni degli stanziamenti e aumento delle necessità umanitarie costringono le agenzie a operare con risorse spesso inferiori rispetto alle richieste.
Il nuovo Segretario generale dovrà quindi affrontare una duplice crisi: convincere gli Stati che l'ONU rimane uno strumento necessario e contemporaneamente renderne la struttura più efficiente in un momento nel quale molti governi chiedono riforme, riduzione della burocrazia e risultati maggiormente misurabili.
Washington sarà inevitabilmente centrale
Gli Stati Uniti possiedono un potere determinante per due ragioni: sono uno dei cinque membri permanenti e rappresentano storicamente il principale finanziatore delle Nazioni Unite.
Qualunque futuro Segretario generale dovrà quindi costruire un rapporto operativo con l'amministrazione americana senza apparire dipendente da Washington. È un equilibrio particolarmente delicato perché l'indipendenza del Segretariato ONU rappresenta un principio fondamentale dell'Organizzazione.
Lo stesso problema esiste naturalmente nei confronti di Cina e Russia. Un candidato considerato eccessivamente vicino a una grande potenza può incontrare l'opposizione di un'altra; uno percepito come eccessivamente critico può invece trovare direttamente un veto.
Il candidato ideale deve essere accettabile da rivali geopolitici
Questa caratteristica spiega perché la selezione premi spesso figure con una forte capacità di mediazione. Il candidato non deve necessariamente essere la prima scelta di tutti i membri permanenti: deve soprattutto evitare di diventare inaccettabile per uno di loro.
Il risultato finale può quindi emergere attraverso un progressivo processo di eliminazione. Alcuni nomi possono partire con grande visibilità ma raccogliere un veto; altri, inizialmente meno dominanti, possono diventare candidati di compromesso proprio perché incontrano meno opposizioni.
Gli otto, sette o dieci incoraggiamenti degli straw poll devono essere letti all'interno di questa logica. La vera valuta politica non è soltanto il numero di sostenitori, ma l'ampiezza dell'accettabilità trasversale.
L'Assemblea Generale ha un ruolo più trasparente rispetto al passato
Negli ultimi dieci anni il processo è stato reso più aperto attraverso dialoghi pubblici con i candidati. Ogni aspirante presenta una dichiarazione programmatica, un curriculum e informazioni sul finanziamento della propria campagna e affronta domande degli Stati membri e della società civile.
Nel 2026 i dialoghi interattivi si sono svolti tra aprile, giugno e agosto, mentre a luglio è stato organizzato anche un town hall con diversi candidati. Il cambiamento permette all'opinione pubblica e agli altri 193 Stati membri di conoscere direttamente i programmi.
La parte decisiva rimane però nelle mani del Consiglio di Sicurezza. La maggiore trasparenza non ha eliminato il potere strutturale dei P5 stabilito dalla Carta.
L'Assemblea nomina, ma il Consiglio sceglie il nome
Dopo che il Consiglio avrà raggiunto un accordo, presenterà un singolo candidato all'Assemblea Generale. I 193 Stati membri procederanno quindi alla nomina secondo la raccomandazione ricevuta.
In teoria l'Assemblea conserva un ruolo formale fondamentale. Nella prassi storica, tuttavia, la raccomandazione del Consiglio ha rappresentato il momento decisivo e l'Assemblea non ha trasformato la nomina in una competizione tra più candidati.
Per questa ragione l'intera attenzione diplomatica si concentra oggi sui quindici membri del Consiglio e, progressivamente, soprattutto sulle posizioni delle cinque potenze permanenti.
Il calendario può arrivare fino all'autunno
Non esiste ancora una data comunicata per il prossimo straw poll. Il processo potrebbe proseguire attraverso diverse consultazioni a settembre e, se necessario, arrivare fino a ottobre o oltre.
Guterres rimarrà in carica fino al 31 dicembre, quindi le Nazioni Unite possiedono ancora alcuni mesi per raggiungere un accordo. Tuttavia, arrivare troppo vicino alla scadenza aumenterebbe l'incertezza e ridurrebbe il tempo disponibile al futuro Segretario generale per organizzare la transizione.
È probabile che il Consiglio cerchi quindi di restringere progressivamente il campo, spingendo le candidature con minori possibilità a valutare un eventuale ritiro e concentrando i negoziati sui nomi capaci di superare il filtro dei P5.
La seconda votazione non ha prodotto il consenso che il Consiglio cerca
Il dato politico più importante del 21 agosto è forse proprio l'assenza di un candidato capace di allargare chiaramente il proprio consenso. Rodrigues-Birkett è prima con otto voti favorevoli ma ne aveva nove; Grynspan scende da dieci a sette; Grossi mantiene sette ma vede crescere nettamente il numero dei contrari.
Nessuno dei tre principali concorrenti esce quindi dallo scrutinio con una dinamica completamente positiva. Il Consiglio sembra ancora in una fase di esplorazione e questo potrebbe lasciare spazio sia a recuperi degli altri candidati sia a nuovi riallineamenti diplomatici.
La mancanza di una maggioranza evidente può persino incoraggiare alcuni governi a considerare ancora possibile l'ingresso di un nuovo nome di compromesso, anche se con il passare delle settimane una candidatura tardiva avrebbe meno tempo per costruire una rete globale di sostegno.
Rodrigues-Birkett deve trasformare il primo posto in nove voti
Per la candidata della Guyana il prossimo obiettivo è molto semplice da descrivere ma estremamente difficile da raggiungere: trasformare gli attuali otto incoraggiamenti in almeno nove e ridurre contemporaneamente il numero dei contrari.
La sua candidatura dovrà soprattutto capire quale sia la natura dei tre "discourage". Se nessuno provenisse dal gruppo permanente, il percorso potrebbe essere relativamente più aperto. Se invece uno o più indicassero una potenziale opposizione dei P5, servirebbe una complessa attività diplomatica per modificarne la posizione.
La Guyana e i sostenitori regionali possono inoltre utilizzare il valore simbolico di una prima Segretaria generale proveniente dai Caraibi, ma il risultato sarà deciso soprattutto dall'equilibrio tra le grandi potenze.
Grynspan deve capire dove sono finiti tre consensi
Per Rebeca Grynspan la sfida è diversa. A luglio aveva già dimostrato di poter superare la soglia dei nove incoraggiamenti; deve ora comprendere perché tre membri abbiano modificato la propria valutazione.
Il fatto che le schede senza opinione siano rimaste quattro mentre i contrari sono passati da uno a quattro suggerisce che alcuni precedenti sostenitori abbiano adottato una posizione più negativa, non semplicemente attendista.
Se la costaricana riuscisse a recuperare parte di quel sostegno continuerebbe ad avere una candidatura altamente competitiva. Se il trend proseguisse, invece, il primo risultato potrebbe apparire retrospettivamente come un picco iniziale non consolidato.
Grossi deve ridurre un fronte contrario ormai ampio
Grossi ha un problema differente: i sette sostenitori sono rimasti, ma il numero degli Stati che lo scoraggiano è salito a sei. È il livello di opposizione più elevato tra i tre candidati di testa.
Per l'argentino non basta quindi conquistare due nuovi voti favorevoli. Deve anche assicurarsi che nessuna delle opposizioni rappresenti un futuro veto permanente. È una condizione che potrebbe diventare più chiara soltanto nel prossimo stadio del processo.
Il suo profilo di diplomatico specializzato nelle crisi nucleari gli garantisce visibilità e rapporti consolidati, ma il ruolo all'AIEA lo ha anche collocato nel mezzo di dossier nei quali le grandi potenze hanno interessi profondamente contrapposti.
Il prossimo Segretario generale erediterà le divisioni del Consiglio
Chiunque vinca dovrà lavorare con lo stesso Consiglio che oggi ne decide la nomina. Le divisioni tra Stati Uniti, Russia e Cina non scompariranno il 1° gennaio 2027 e continueranno a limitare la capacità delle Nazioni Unite di intervenire nelle principali crisi di sicurezza.
Per questo una parte rilevante del lavoro del Segretario generale consiste nel costruire spazi diplomatici anche quando il Consiglio non riesce a raggiungere una posizione comune. I suoi buoni uffici possono creare canali di comunicazione, ma non possono sostituire la volontà politica degli Stati.
La selezione del 2026 è quindi paradossale: proprio le potenze che spesso paralizzano l'organo devono concordare il nome della persona alla quale verrà chiesto di mantenere il dialogo internazionale anche durante le loro crisi più profonde.
La riforma dell'ONU sarà inevitabilmente al centro del mandato
Quasi tutti i candidati hanno inserito nei rispettivi programmi il tema della riforma. Le differenze riguardano priorità e metodi, ma esiste un consenso ampio sulla necessità di rendere l'Organizzazione più efficace e meno frammentata.
Il Segretario generale può intervenire sulla gestione del Segretariato, sull'organizzazione interna, sul coordinamento tra agenzie e sulla distribuzione delle risorse. Non può invece modificare autonomamente la composizione del Consiglio di Sicurezza o eliminare il diritto di veto.
Le grandi riforme istituzionali richiedono decisioni degli Stati e, per le modifiche alla Carta, procedure particolarmente complesse. Il prossimo Segretario generale dovrà quindi evitare di promettere trasformazioni che non possiede il potere giuridico di realizzare da solo.
Il peso della crisi finanziaria
Un altro dossier immediato sarà il bilancio ONU. Le Nazioni Unite dipendono dai contributi degli Stati membri e numerose agenzie umanitarie stanno affrontando riduzioni delle risorse proprio mentre aumentano guerre, sfollamenti e necessità di assistenza.
La prossima leadership dovrà quindi scegliere priorità, eliminare eventuali duplicazioni e convincere i governi a finanziare attività che spesso producono risultati poco visibili nell'immediato. La capacità di amministrare una grande organizzazione internazionale diventa così importante quanto l'abilità nella diplomazia di pace.
È uno dei motivi per cui competenze economiche come quelle di Grynspan, esperienza gestionale come quella rivendicata da Rodrigues-Birkett e familiarità con complesse organizzazioni tecniche come quella di Grossi vengono considerate elementi rilevanti nel confronto.
La corsa resta aperta anche dopo il sorpasso
Il secondo straw poll ha quindi prodotto un nuovo leader provvisorio, non un vincitore. Carolyn Rodrigues-Birkett si trova davanti con otto incoraggiamenti, Rebeca Grynspan e Rafael Grossi seguono con sette e nessuno possiede oggi una combinazione di numeri tale da rendere inevitabile la propria scelta.
Il risultato mostra inoltre che la competizione può cambiare rapidamente. Il 30 luglio Grynspan appariva nettamente più vicina alla soglia necessaria; tre settimane dopo Rodrigues-Birkett è prima pur avendo perso un sostegno. La stessa volatilità potrebbe ripetersi nel prossimo scrutinio.
Soprattutto, rimane nascosta la variabile più importante: la posizione effettiva dei cinque membri permanenti. Finché non emergeranno i possibili veti, ogni classifica dovrà essere considerata necessariamente provvisoria.
ONU, il vero test deve ancora arrivare
La corsa alla successione di António Guterres entra dunque in una fase nella quale i numeri iniziano a contare, ma non raccontano ancora tutto. Rodrigues-Birkett possiede oggi il maggior numero di indicazioni favorevoli, Grynspan conserva un profilo molto competitivo e Grossi mantiene sette sostenitori nonostante l'aumento dell'opposizione.
Alle loro spalle Sall, Otunnu, Espinosa, Bachelet e A-Baki cercano di dimostrare che il Consiglio non abbia ancora ristretto definitivamente la scelta al terzetto di testa. La mancanza di una maggioranza chiara lascia almeno teoricamente spazio a cambiamenti, ritiri e nuove convergenze.
Il passaggio cruciale arriverà quando i membri permanenti non potranno più nascondere completamente il peso dei propri orientamenti dietro schede indistinguibili. Da quel momento la domanda non sarà soltanto chi abbia più consensi, ma chi riesca a evitare un veto.
La possibilità di una prima donna alla guida dell'ONU è concreta
Per la prima volta la prospettiva di vedere una donna Segretario generale non appare soltanto come un auspicio simbolico. Le due candidature che raccolgono oggi più incoraggiamenti sono entrambe femminili e provengono dall'America Latina e Caraibi.
Una eventuale nomina di Rodrigues-Birkett o Grynspan rappresenterebbe quindi un doppio passaggio storico: il ritorno della massima carica nella regione dopo oltre tre decenni e la rottura del monopolio maschile che accompagna l'Organizzazione dalla sua fondazione.
Il risultato, tuttavia, non è scritto. Grossi resta pienamente in corsa, mentre la diplomazia ONU ha dimostrato molte volte di poter produrre compromessi differenti dalle aspettative iniziali. Il valore storico di una candidatura è un fattore politico importante, ma non sostituisce la necessità di costruire una maggioranza senza veto.
Da otto voti a un consenso globale, la distanza resta ampia
Il secondo scrutinio lascia quindi Carolyn Rodrigues-Birkett davanti, ma con una distanza ancora considerevole dal vero obiettivo: non semplicemente arrivare prima in un sondaggio informale, bensì convincere un Consiglio diviso e successivamente assumere la guida di un'Organizzazione composta da 193 Stati.
La futura Segreteria generale dovrà affrontare un mondo nel quale le grandi potenze cooperano sempre meno, i conflitti assorbono una quota crescente dell'attenzione internazionale e la fiducia nelle istituzioni multilaterali viene continuamente messa alla prova. Il criterio decisivo non sarà quindi soltanto il curriculum, ma la capacità di produrre mediazione senza rinunciare ai principi della Carta.
Il voto del 21 agosto ha chiarito chi occupa oggi le prime posizioni, ma ha contemporaneamente mostrato quanto il consenso rimanga fragile. Rodrigues-Birkett ha otto sostenitori, Grynspan e Grossi sette; nessuno ha ancora costruito una maggioranza sufficiente e nessuno sa pubblicamente dove si trovino i possibili veti.
La successione a Guterres entra nel suo passaggio più delicato
Le prossime settimane saranno dunque decisive. Il Consiglio dovrà organizzare altri straw poll, verificare quali candidature riescano a crescere e infine passare alla fase nella quale le posizioni dei membri permanenti diventeranno più leggibili. Soltanto allora il quadro potrà realmente restringersi.
Per Rodrigues-Birkett il secondo scrutinio rappresenta un risultato politicamente importante e una conferma della competitività della candidatura della Guyana. Per Grynspan è un avvertimento dopo l'ottimo risultato di luglio. Per Grossi è la prova che il sostegno resta solido ma che l'opposizione deve essere ridotta.
Il prossimo Segretario generale non sarà scelto semplicemente contando chi abbia ottenuto più preferenze in agosto. Sarà il prodotto di un delicato equilibrio tra geografia, genere, esperienza, interessi nazionali e rapporti tra grandi potenze. Ed è proprio questa combinazione a rendere la corsa ancora completamente aperta.
Voi chi ritenete più adatto a raccogliere l'eredità di António Guterres? Pensate che l'ONU debba scegliere per la prima volta una donna, oppure considerate soprattutto esperienza diplomatica e capacità di dialogare con le grandi potenze? Lasciate nei commenti la vostra opinione sulla corsa tra Rodrigues-Birkett, Grynspan e Grossi e sulle qualità che dovrebbe possedere il prossimo Segretario generale delle Nazioni Unite.

