Nepal, nove giorni nel tunnel: Maharjan e Sah salvati vivi
Per nove giorni Kabir Maharjan e Sanjay Sah sono rimasti intrappolati nel buio di una struttura sotterranea dell'impianto idroelettrico Upper Trishuli 3A, in Nepal, mentre all'esterno una delle più gravi catastrofi naturali degli ultimi anni aveva trasformato la valle del Trishuli in un paesaggio di fango, detriti e distruzione. Quando i soccorritori li hanno raggiunti il 4 settembre 2026, entrambi erano estremamente debilitati e incapaci di uscire con le proprie forze. Eppure erano vivi.
Il loro salvataggio è diventato uno dei pochi momenti di speranza all'interno di un disastro che dal 26 agosto ha provocato più di 1.300 vittime tra Nepal e Tibet e lasciato migliaia di persone disperse. La storia completa dei due lavoratori, ricostruita nei giorni successivi attraverso testimonianze dei familiari, soccorritori, tecnici e autorità, permette oggi di capire non soltanto come siano riusciti a resistere, ma anche quanto complessa sia stata l'operazione necessaria per raggiungerli.
Non ci sono provviste segrete, rifugi preparati in anticipo o sistemi di sopravvivenza progettati per una permanenza così lunga. A proteggerli è stata innanzitutto una sacca d'aria rimasta all'interno di un cunicolo inclinato utilizzato per cavi dell'impianto. Poi sono entrati in gioco la resistenza fisica, la capacità di non perdere completamente la speranza e, all'esterno, un lavoro di soccorso che per giorni ha dovuto avanzare quasi metro dopo metro attraverso una montagna diventata instabile.
Il 26 agosto, una normale giornata di lavoro prima della catastrofe
La mattina del 26 agosto non lasciava ancora immaginare ciò che sarebbe accaduto poche ore dopo. Kabir Maharjan, supervisore meccanico, telefonò alla moglie Hira Shova intorno alle 7:30. Le spiegò che stava per entrare nel tunnel e che all'interno probabilmente il telefono non avrebbe avuto segnale. Sarebbe stato l'ultimo contatto tra i due prima di nove giorni di silenzio.
Maharjan non lavorava abitualmente all'Upper Trishuli 3A. Era arrivato dalla centrale di Kulekhani per effettuare lavori programmati di manutenzione nell'ambito di un progetto di automazione idroelettrica. Aveva più di quindici anni di esperienza nel settore e aveva lasciato casa il 25 agosto per raggiungere l'impianto.
Sanjay Sah, invece, era in servizio nella sala di controllo sotterranea. Trent'anni, caposquadra meccanico della Nepal Electricity Authority, si trovava nel luogo che conosceva professionalmente quando la situazione precipitò. Quella mattina aveva parlato con la propria famiglia e aveva mostrato alcune delle apparecchiature presenti nell'impianto. Poco dopo il suo telefono sarebbe diventato irraggiungibile.
Circa un'ora dopo la telefonata di Maharjan alla moglie, nella zona del Langtang Lirung, decine di chilometri più a monte, un enorme collasso di ghiaccio e roccia innescò una successione di eventi devastanti. Una massa di materiale precipitò nella valle generando una piena distruttiva che trascinò con sé acqua, fango, rocce e detriti lungo il sistema fluviale.
Le centrali spariscono una dopo l'altra dagli schermi
A Kathmandu, i tecnici che monitoravano a distanza l'approvvigionamento elettrico iniziarono a osservare qualcosa di anomalo: diversi impianti idroelettrici cominciavano a scomparire dai sistemi di controllo. Le comunicazioni e l'alimentazione venivano interrotte progressivamente lungo la valle.
Inizialmente la situazione non fu interpretata immediatamente nella sua reale dimensione. Le piene non sono un fenomeno sconosciuto in Nepal, un Paese attraversato da corsi d'acqua montani e fortemente esposto a frane, piogge intense e fenomeni legati all'ambiente himalayano. Nel giro di pochi minuti, però, divenne evidente che non si trattava di una normale emergenza stagionale.
La massa di acqua e detriti raggiungeva una centrale dopo l'altra. Il responsabile dell'Upper Trishuli 3A si trovava all'estero e i tentativi di comunicare con le decine di lavoratori presenti nella struttura richiesero minuti che, in una situazione simile, potevano fare una differenza enorme. L'ordine finale di evacuazione arrivò intorno alle 9:15.
In quel momento, però, il disastro stava già correndo lungo la valle. Circa due minuti prima, la moglie di Maharjan aveva tentato senza successo di telefonargli. All'interno della centrale, Sah aveva compreso la gravità della situazione e aveva iniziato a muoversi tra i diversi livelli per avvertire personalmente i colleghi.
Sanjay Sah rimane indietro per aiutare gli altri
La decisione presa da Sanjay Sah nelle fasi iniziali dell'emergenza è una delle parti più significative della vicenda. Nel normale funzionamento della sala di controllo lavoravano soltanto poche persone, ma quella mattina Sah ha raccontato che nell'area potevano trovarsi tra quaranta e quarantacinque lavoratori.
Quando arrivò l'allarme, il caposquadra cominciò a dire agli altri di scappare. Dopo essere stato salvato, spiegò ai militari che considerava propria responsabilità aiutare le persone presenti nella struttura. Quel tempo utilizzato per avvertire gli altri finì però per ridurre drasticamente il margine disponibile per la sua stessa fuga.
Sah riuscì a far muovere diversi colleghi verso le uscite, ma quando provò a lasciare a sua volta il tunnel era ormai troppo tardi. All'esterno, alcuni lavoratori che avevano raggiunto la superficie tentarono di allontanarsi correndo, mentre l'enorme onda di piena avanzava attraverso il complesso.
Le immagini analizzate successivamente mostrarono quanto poco tempo fosse rimasto. Un gruppo di circa trenta lavoratori venne raggiunto da un'onda molto più alta delle persone che cercavano di fuggire. La velocità dell'evento rese praticamente impossibile reagire per chi non aveva già raggiunto una posizione sicura.
Una via di fuga che molti lavoratori non conoscevano
Dopo il disastro, i tecnici individuarono anche un elemento destinato ad alimentare interrogativi sulla preparazione alle emergenze. Nella struttura esisteva una scala di fuga che, secondo uno degli ingegneri impegnati nelle operazioni successive, avrebbe potuto consentire a una quota significativa dei lavoratori presenti di raggiungere un'area più sicura.
Il problema è che molti dipendenti non sembravano sapere con sufficiente chiarezza dove dirigersi. La questione non modifica naturalmente la causa immediata del disastro, ma evidenzia quanto la conoscenza delle vie di evacuazione possa diventare decisiva in una struttura sotterranea quando l'emergenza lascia pochi minuti, o addirittura pochi secondi, per scegliere.
L'Upper Trishuli 3A disponeva di diverse vie di accesso. Una conduceva per oltre 180 metri verso la centrale sotterranea, ma i soccorritori conclusero che quella parte della struttura doveva essere stata completamente invasa dall'acqua. Le probabilità di trovare persone vive in quel settore apparivano quindi estremamente basse.
L'attenzione si spostò progressivamente su un secondo percorso, un cunicolo per cavi più breve e inclinato verso l'alto. Proprio quella pendenza avrebbe avuto una funzione decisiva: alcune porzioni del tunnel erano rimaste meno esposte all'acqua e potevano contenere sacche d'aria.
La sacca d'aria che diventa rifugio e prigione
È in quella zona che Maharjan e Sah riuscirono a sopravvivere. Si trovavano a circa 160 metri dall'uscita, vicino a una curva o a un'estremità del percorso sotterraneo. L'acqua aveva invaso parte del tunnel, ma non aveva espulso completamente l'aria.
La stessa sacca d'aria che permise loro di respirare li trasformò contemporaneamente in prigionieri. All'esterno, l'ingresso era scomparso sotto una quantità enorme di fango, rocce, tronchi, parti delle strutture distrutte e materiale trascinato dalla piena.
Per nove giorni i due uomini rimasero sostanzialmente separati dal mondo. Non potevano sapere con precisione quanto fosse vasta la distruzione all'esterno, se qualcuno li stesse cercando o quanto tempo sarebbe servito per raggiungerli. La completa oscurità e l'assenza di comunicazioni rendevano difficile persino mantenere la percezione dello scorrere dei giorni.
Sah ha raccontato di essersi aggrappato alle preghiere, recitando mantra per mantenere il coraggio. Nelle prime testimonianze successive al salvataggio ha riferito di essere riuscito anche a mantenere contatti vocali con altri tre o quattro lavoratori che si trovavano in qualche punto della complessa rete sotterranea, alimentando il sospetto che altre persone potessero trovarsi più in profondità.
Kabir Maharjan beve l'acqua fangosa del tunnel
Le condizioni di Kabir Maharjan sembrano essere state ancora più difficili. La ricostruzione della sua famiglia descrive un uomo che, con il trascorrere dei giorni, alternava momenti di lucidità e perdita di coscienza. Per resistere alla sete beveva la stessa acqua fangosa nella quale era costretto a rimanere.
Il dato aiuta a comprendere la gravità della situazione. Nove giorni senza un normale approvvigionamento di acqua potabile, senza illuminazione, con ferite e in un ambiente contaminato dal fango costituiscono una prova fisica estrema. Il fatto che Maharjan sia sopravvissuto non significa che ne sia uscito senza conseguenze.
Dopo il recupero i medici hanno individuato una profonda ferita alla gamba che si era infettata durante i giorni trascorsi nel tunnel e che ha richiesto un intervento. Le sue condizioni erano più gravi rispetto a quelle di Sah e, nelle prime ore dopo il salvataggio, presentava un forte stato confusionale.
Quando la moglie riuscì finalmente a raggiungerlo in ospedale, Maharjan attraversava ancora momenti di disorientamento. In un primo momento non riuscì nemmeno a riconoscerla correttamente e chiese dove si trovasse. Per Hira Shova, tuttavia, il dato fondamentale era uno soltanto: il marito che per giorni aveva temuto morto era di nuovo davanti a lei.
Nove giorni di attesa anche per le famiglie
La sopravvivenza nel tunnel ha avuto un corrispettivo all'esterno: nove giorni di incertezza per le famiglie. Dopo avere appreso dell'alluvione, Hira Shova provò a chiamare il marito, i suoi colleghi e chiunque potesse darle informazioni. Nessuno rispondeva.
Nei giorni successivi vide fotografie del luogo in cui prima si trovava l'ingresso della centrale. L'area appariva praticamente cancellata dalla piena. Di fronte a quelle immagini iniziò a pensare che le possibilità che Kabir fosse ancora vivo fossero quasi inesistenti.
La donna cercò però di mantenere la speranza davanti ai due figli, di quindici e dieci anni. Mentre dentro di sé cresceva la paura, cercava di non mostrare ai ragazzi la stessa disperazione. Non esistevano però segnali provenienti dal tunnel che permettessero alla famiglia di sapere se il loro padre fosse ancora vivo.
La famiglia di Sanjay Sah attraversò una situazione analoga. Dopo l'ultima telefonata del 26 agosto, il telefono del trentenne risultò spento. I familiari si rivolsero alla polizia e alle autorità, chiedendo ripetutamente informazioni e sollecitando le ricerche.
Perché arrivare al tunnel era così difficile
All'esterno, la macchina dei soccorsi si trovava davanti a una situazione eccezionalmente complessa. La piena aveva distrutto migliaia di case e interessato numerose centrali idroelettriche lungo la valle. Le squadre dovevano stabilire dove concentrare per prime risorse limitate e operare su un terreno ancora instabile.
L'Upper Trishuli 3A ricevette una priorità relativamente alta proprio perché la sua struttura sotterranea su più livelli poteva avere conservato spazi pieni d'aria. La possibilità che alcune persone fossero riuscite a raggiungerli era remota, ma tecnicamente plausibile.
Due ingegneri coinvolti nell'operazione raggiunsero il sito in elicottero militare il giorno successivo alla catastrofe. La situazione che trovarono impediva però di iniziare immediatamente gli scavi pesanti. Il terreno era talmente saturo che le macchine rischiavano semplicemente di sprofondare.
Prima di scavare fu quindi necessario creare una piattaforma stabile sulla quale far lavorare i mezzi. Soltanto tre giorni dopo la piena le operazioni più consistenti poterono realmente cominciare, mentre il tempo trascorso riduceva progressivamente le aspettative di ritrovare persone vive.
Fino a trenta metri di detriti sopra gli accessi
Tutti e quattro gli accessi alle strutture sotterranee risultavano ostruiti. In alcuni punti, sopra i tunnel si erano accumulati tra 15 e 30 metri di frana, costituita da fango, rocce, legno e materiale proveniente dagli edifici distrutti.
Il terreno aveva una consistenza tale che geologi e soccorritori descrivevano la sensazione di vedere praticamente qualunque materiale appoggiato sulla superficie sprofondare. Non era quindi possibile comportarsi come durante una normale operazione di scavo.
Le squadre iniziarono a utilizzare una combinazione di perforazioni, esplosioni controllate e mezzi pesanti. Il primo obiettivo non era nemmeno raggiungere direttamente i sopravvissuti, ma individuare con precisione l'allineamento del tunnel sotterraneo dopo che gran parte dei riferimenti visibili sulla superficie era stata cancellata dalla piena.
Un passaggio decisivo arrivò quando una perforazione di circa cinque pollici riuscì a raggiungere la struttura, offrendo ai tecnici un punto di riferimento certo. Da quel momento fu possibile orientare con maggiore precisione gli scavi successivi.
La pioggia cancellava in pochi minuti ore di lavoro
Il nemico non era soltanto il materiale depositato dalla piena. Nei giorni successivi nuove piogge continuarono a colpire l'area. Più volte, durante la notte, l'acqua riempì nuovamente le parti appena scavate, trasportando dentro altre masse di fango e detriti.
Il lavoro di diverse ore poteva essere compromesso in pochi minuti. Per raggiungere soltanto l'area dell'ingresso sepolto furono necessari quasi sei giorni. Quando finalmente i soccorritori riuscirono ad avvicinarsi abbastanza da gridare all'interno, inizialmente non arrivò alcuna risposta.
Quel silenzio avrebbe potuto suggerire l'assenza di sopravvissuti. Eppure le squadre continuarono. Il problema era anche acustico: decine di metri di fango, macchinari, acqua e la geometria irregolare dei tunnel potevano rendere impossibile sentire una voce proveniente dall'interno.
La possibilità che esistessero sacche d'aria spinse quindi tecnici e militari a proseguire l'operazione anche quando, con il passare dei giorni, le probabilità statistiche di trovare persone vive diventavano sempre più basse.
L'idea di utilizzare l'acqua per liberare il passaggio
La sera precedente al salvataggio, i soccorritori si trovarono davanti a un nuovo ostacolo: una parete compatta di fango e detriti che i normali mezzi non riuscivano a rimuovere con sufficiente rapidità e sicurezza.
La squadra decise allora di tentare una soluzione insolita. Individuò un canale naturale circa quindici metri sopra il tunnel e iniziò a utilizzare un getto d'acqua ad alta pressione per spingere via il materiale che ostruiva il percorso.
Durante i test, il sistema riuscì a liberare tra quattro e cinque metri di passaggio nell'arco di pochi minuti. Era un risultato significativo, ma l'operazione restava estremamente pericolosa. Poco dopo arrivò nuovamente la pioggia.
Una parte del percorso cedette e alcuni degli stessi soccorritori rimasero temporaneamente intrappolati. Per diverse ore l'intervento dovette essere rallentato mentre le squadre rinforzavano il passaggio utilizzando lamiere metalliche e strutture di contenimento.
Alle quattro del mattino, un rumore nel buio
Il momento destinato a cambiare completamente il significato dell'operazione arrivò intorno alle quattro del mattino del decimo giorno di ricerca. Un operatore dei mezzi pesanti comunicò agli ingegneri che qualcuno aveva sentito un rumore.
Non era chiaro se provenisse realmente da un essere umano. In un sistema di tunnel, trivelle e cavità, i suoni possono propagarsi e rimbalzare in maniera ingannevole. Quello percepito dai soccorritori poteva essere la voce di un sopravvissuto oppure semplicemente l'eco delle loro stesse chiamate.
Gli uomini sul posto iniziarono quindi a spegnere ripetutamente i motori delle macchine. Chiamavano verso il buio e poi rimanevano completamente immobili ad ascoltare. A tratti sembrava arrivare una risposta, ma le parole non erano ancora distinguibili.
Progressivamente riuscirono a stimare che il possibile segnale provenisse da una distanza di appena 15-20 metri. Dopo nove giorni di scavi, quella distanza appariva improvvisamente piccolissima, ma tra le squadre e gli uomini restava ancora una massa di fango impossibile da attraversare rapidamente.
Poi, nel fascio della luce, compare una mano
Continuando ad avanzare, i soccorritori videro finalmente qualcosa nel fascio di una luce: una mano. Non era più un rumore ambiguo o una supposizione tecnica. Qualcuno era realmente vivo dall'altra parte.
Restavano ancora tra cinque e dieci metri di passaggio ostruito. I militari continuarono a scavare fino a quando, intorno alle sette del mattino, riuscirono ad aprire un piccolo varco nel materiale.
Da dentro arrivò finalmente una risposta comprensibile: "siamo qui". In poche parole si concludevano nove giorni nei quali i lavoratori non avevano saputo se qualcuno sarebbe mai riuscito ad avvicinarsi abbastanza da sentirli.
La notizia si diffuse rapidamente tra le persone coinvolte nell'operazione. Dopo giorni trascorsi soprattutto a recuperare vittime e osservare un paesaggio distrutto, i soccorritori avevano finalmente la certezza di stare lavorando per raggiungere persone vive.
L'uscita dal tunnel il 4 settembre
Quando il passaggio venne finalmente aperto abbastanza da permettere il recupero, né Sah né Maharjan erano in condizioni di camminare autonomamente. Nove giorni di immobilità, fame, sete, ferite e permanenza nell'ambiente sotterraneo avevano lasciato conseguenze evidenti.
Sah uscì trasportato sulla schiena di un soccorritore. Aveva il volto quasi completamente coperto di fango, ma riuscì a sollevare una mano verso le persone presenti. Poco dopo i medici militari gli applicarono una maschera di ossigeno e iniziarono a controllarne i parametri vitali.
Le condizioni di Maharjan richiesero maggiore cautela. Fu estratto su una barella e successivamente trasferito per ricevere assistenza sanitaria. Le immagini del momento mostrano decine di persone attorno all'uscita mentre il lavoratore viene finalmente riportato alla luce.
Tra i tecnici che avevano diretto le operazioni ci fu chi raccontò di non essere riuscito a trattenere le lacrime. Dopo più di una settimana di scavi e ripetuti fallimenti, trovare due uomini vivi trasformò improvvisamente quella che sembrava una missione di recupero in un salvataggio.
"Papà è tornato": la notizia arriva a casa
Per la famiglia Maharjan il momento fu altrettanto intenso. Quando arrivò la notizia che Kabir era stato trovato vivo, i figli corsero dalla madre annunciandole che il padre stava tornando. Per nove giorni avevano vissuto senza alcun segnale che permettesse di sapere se fosse ancora in vita.
Hira Shova raggiunse successivamente il marito in ospedale. L'uomo era ancora confuso e gravemente debilitato. Nei primi momenti non comprese perfettamente chi avesse davanti e dove si trovasse, un segnale delle condizioni estreme alle quali il suo organismo era stato sottoposto.
I medici intervennero sulla ferita infetta alla gamba e continuarono a monitorarlo. La moglie avrebbe successivamente descritto il ritorno del marito come la possibilità di vivere una seconda vita.
Anche Sah fu trasportato a Kathmandu per ricevere cure e sottoporsi agli accertamenti necessari. Le sue condizioni apparivano complessivamente più stabili, nonostante la permanenza di nove giorni all'interno del tunnel.
Il giorno dopo, un altro uomo viene trovato vivo
Il salvataggio di Maharjan e Sah non rimase un episodio completamente isolato. Il giorno successivo, un cittadino cinese, Lu Haitao, venne recuperato vivo all'interno di un'altra struttura idroelettrica della valle.
Lu era rimasto intrappolato in un tunnel dell'Upper Trishuli-1. Le squadre impegnate nella ricerca riuscirono a raggiungerlo dopo dieci giorni. Le immagini successive mostrarono il lavoratore mentre beveva acqua e veniva successivamente evacuato in elicottero per essere sottoposto a controlli medici.
Il cinese raccontò di avere più volte gridato quando intravedeva le luci dei soccorritori, senza riuscire inizialmente a farsi sentire. Quando finalmente comprese che le squadre lo avevano raggiunto, faticò a credere che il salvataggio stesse davvero avvenendo.
Il recupero di un terzo lavoratore rafforzò ulteriormente la convinzione che alcune delle cavità sotterranee avessero effettivamente preservato sacche d'aria sufficienti a mantenere in vita persone per periodi molto più lunghi di quanto si fosse temuto inizialmente.
Una speranza per gli altri lavoratori dispersi
Il significato del salvataggio supera quindi la storia personale dei due uomini. Alla vigilia dell'8 settembre, le autorità ritenevano che circa 121 lavoratori potessero trovarsi ancora all'interno dei tunnel coinvolti dal disastro, mentre centinaia di dipendenti degli impianti idroelettrici risultavano ancora dispersi.
Questo non significa naturalmente che tutti possano essere ancora vivi. Le condizioni cambiano drasticamente da una galleria all'altra: alcune sono state completamente sommerse, altre schiacciate o riempite di detriti, mentre soltanto determinate geometrie possono avere trattenuto quantità d'aria sufficienti.
Il salvataggio di Maharjan, Sah e successivamente Lu dimostra però che non è possibile valutare una struttura sotterranea soltanto osservando la devastazione in superficie. Un vuoto rimasto dietro una parete di fango può rappresentare la differenza tra vita e morte.
È per questa ragione che le squadre hanno continuato a lavorare nelle gallerie anche quando la quantità di tempo trascorsa rendeva la ricerca sempre più difficile. Ogni rumore, cavità o possibile sacca d'aria meritava di essere verificata prima di abbandonare un settore.
Il ruolo decisivo dell'ingegneria nel salvataggio
La vicenda viene facilmente raccontata come una straordinaria storia di resistenza umana, ma sarebbe incompleta senza il lavoro tecnico che ha permesso di trasformare quella resistenza in salvezza. Gli uomini erano vivi, ma separati dall'esterno da decine di metri di materiale instabile.
Per raggiungerli è stato necessario combinare competenze di ingegneria delle gallerie, geologia, perforazione, movimentazione del terreno, gestione delle acque e soccorso in ambiente confinato. Un errore nella direzione degli scavi avrebbe potuto far perdere ore decisive o compromettere ulteriormente la stabilità del terreno.
La perforazione che ha permesso di individuare l'esatto allineamento del tunnel è stata particolarmente importante. Dopo che la piena aveva cancellato ingressi e riferimenti esterni, le mappe tecniche dovevano essere confrontate con ciò che rimaneva concretamente sotto il terreno.
Anche la decisione di utilizzare l'acqua ad alta pressione per aprire una via attraverso il fango dimostra quanto il salvataggio abbia richiesto adattamento. Non esisteva un percorso già libero da seguire: la squadra ha dovuto inventare progressivamente una soluzione alle condizioni che incontrava.
Il rischio corso dagli stessi soccorritori
Ogni tentativo di raggiungere i sopravvissuti esponeva contemporaneamente i soccorritori a nuovi pericoli. Il terreno non aveva ancora raggiunto una stabilità completa e le piogge continuavano a modificare la situazione.
Il parziale cedimento che intrappolò temporaneamente alcuni membri della squadra durante la notte precedente al ritrovamento mostra quanto fosse sottile il confine tra un'operazione di salvataggio e un nuovo incidente.
Per rendere il percorso più sicuro furono installate protezioni metalliche e strutture di contenimento. Soltanto dopo il rinforzo del passaggio gli uomini poterono tornare a lavorare all'interno e proseguire verso il punto da cui sembravano arrivare i segnali.
La scelta di continuare richiedeva quindi un equilibrio difficile. Abbandonare troppo presto avrebbe potuto condannare eventuali sopravvissuti; procedere senza precauzioni avrebbe potuto aggiungere altre vittime alla catastrofe.
Il disastro mette sotto esame la sicurezza degli impianti
Accanto alla straordinarietà del salvataggio rimangono interrogativi destinati a durare molto più a lungo. La presenza di lavoratori che apparentemente non conoscevano pienamente le vie di fuga e il poco tempo disponibile tra l'allarme e l'arrivo della piena impongono una riflessione sui sistemi di emergenza delle infrastrutture idroelettriche in ambiente himalayano.
La questione è particolarmente importante per il Nepal, dove l'energia idroelettrica costituisce una risorsa strategica. Le centrali sfruttano la straordinaria disponibilità di acqua e i grandi dislivelli del territorio, ma molte strutture si trovano proprio nelle vallate che possono essere esposte a frane, piene improvvise e fenomeni glaciali estremi.
L'evento del 26 agosto ha colpito una rete di dodici progetti idroelettrici, mostrando come un unico evento montano possa propagare i propri effetti lungo decine di chilometri e coinvolgere contemporaneamente più infrastrutture.
Le indagini e le valutazioni successive dovranno quindi chiarire non soltanto la dinamica geologica della catastrofe, ma anche quali sistemi di allerta precoce, comunicazione ed evacuazione possano ridurre il numero delle vittime in eventi futuri.
Un salvataggio che non cancella la portata della tragedia
La storia di Maharjan e Sah è una bella notizia, ma si inserisce in un quadro che rimane drammatico. Interi villaggi sono stati investiti, migliaia di abitazioni sono state distrutte e il numero delle persone ancora disperse resta elevatissimo.
Nella sola valle coinvolta, le autorità hanno indicato oltre 7.500 abitazioni distrutte. Strade, scuole, ponti, reti elettriche e strutture produttive sono state danneggiate o cancellate dalla piena.
Per questo il ritorno di due uomini non deve diventare una narrazione capace di mettere in secondo piano le centinaia di famiglie che stanno ancora aspettando. Il salvataggio offre speranza proprio perché avviene all'interno di una situazione nella quale, per moltissimi altri, le notizie continuano a essere dolorose o semplicemente non arrivano.
Allo stesso tempo, la vicenda dimostra perché nelle operazioni di ricerca sia importante evitare di dichiarare troppo presto che non esiste più alcuna possibilità. In determinati ambienti sotterranei, la presenza di una sacca d'aria può modificare radicalmente le normali aspettative di sopravvivenza.
Nove giorni senza sapere se fuori ci fosse qualcuno
Forse l'aspetto più difficile da comprendere dall'esterno riguarda la dimensione psicologica dell'isolamento. Maharjan e Sah non disponevano delle informazioni che oggi permettono di ricostruire la vicenda. Non sapevano quanti edifici fossero stati distrutti, quante squadre fossero arrivate o quanto materiale separasse il loro rifugio dall'esterno.
Non potevano neppure sapere con certezza se i soccorritori avessero individuato la galleria nella quale si trovavano. Giorno dopo giorno, l'assenza di rumori riconoscibili poteva significare che gli scavi erano lontani, che la struttura fosse stata abbandonata o semplicemente che il fango impedisse al suono di propagarsi.
È in quel vuoto informativo che Sah ha utilizzato i mantra per mantenere una forma di speranza. La preghiera, in questa storia, non viene presentata come sostituto del soccorso tecnico, ma come uno degli strumenti personali attraverso i quali l'uomo ha cercato di gestire nove giorni di paura e oscurità.
Per Maharjan, il progressivo alternarsi di lucidità e perdita di coscienza mostra invece quanto il corpo fosse arrivato vicino ai propri limiti. Il soccorso è avvenuto mentre le sue condizioni stavano diventando sempre più preoccupanti.
Dal primo rumore alla certezza che qualcuno fosse vivo
Per i soccorritori, la trasformazione avvenne in poche ore. Prima c'era soltanto la possibilità teorica di trovare una sacca d'aria. Poi arrivò un rumore. Successivamente un segnale ripetuto. Infine una mano illuminata nel buio.
Questa progressione spiega perché il momento dell'apertura del piccolo varco abbia avuto un significato così forte. Quando dall'interno arrivò la conferma che qualcuno era presente, i giorni precedenti di scavo smisero improvvisamente di essere una ricerca basata sull'ipotesi.
Da quel momento ogni metro di fango rimasto aveva una misura diversa: non era più soltanto un ostacolo geologico, ma la distanza concreta tra due sopravvissuti e l'uscita.
La scena del 4 settembre è diventata così uno dei simboli delle operazioni nel Nepal colpito dall'alluvione: uomini ricoperti di fango che estraggono dal sottosuolo altri uomini ricoperti di fango, dopo avere lavorato per giorni senza sapere se avrebbero trovato qualcuno ancora in vita.
Dalla disperazione alla possibilità di una seconda vita
A distanza di giorni dal salvataggio, la frase utilizzata dalla moglie di Maharjan sintetizza ciò che la famiglia sta vivendo: per lei il marito ha ricevuto una seconda vita. Dietro questa espressione rimangono però settimane di cure e un recupero che non può essere considerato terminato nel momento dell'uscita dal tunnel.
Le infezioni, le ferite, la disidratazione e gli effetti psicologici di un'esperienza tanto estrema richiedono assistenza medica e tempo. Il lieto fine, in altre parole, è reale, ma non è istantaneo.
Anche per Sah il ritorno alla normalità dovrà necessariamente passare attraverso la rielaborazione di ciò che è accaduto: la decisione di rimanere per aiutare i colleghi, l'impossibilità di uscire, i giorni nell'oscurità e il destino delle persone con cui lavorava costituiscono un carico emotivo che va molto oltre le ferite visibili.
La loro storia rimane comunque una delle rare notizie capaci di offrire conforto durante una catastrofe di dimensioni enormi: due uomini che per giorni erano stati inclusi tra i dispersi hanno potuto tornare dalle proprie famiglie.
La speranza ora passa attraverso gli altri tunnel
L'effetto più immediato del salvataggio è stato quello di rafforzare la determinazione delle squadre impegnate negli altri tunnel. Se due uomini erano riusciti a resistere nove giorni e un terzo era stato recuperato il giorno successivo, altre cavità dovevano essere controllate fino a quando esistesse una possibilità tecnica di presenza di aria.
La speranza, però, deve essere accompagnata dal realismo. Non tutte le strutture hanno la stessa conformazione e non tutte sono state investite dalla piena nello stesso modo. Dove l'acqua ha riempito completamente una galleria, la situazione è radicalmente diversa rispetto al cunicolo inclinato che ha protetto Maharjan e Sah.
Per questo le operazioni procedono attraverso valutazioni ingegneristiche specifiche, analisi dei progetti delle centrali, perforazioni e ricerca di possibili vuoti sotterranei. L'obiettivo non è alimentare aspettative irrealistiche, ma escludere con la maggiore certezza possibile la presenza di superstiti.
Ogni persona recuperata viva modifica però la percezione di ciò che sia ancora possibile. Dopo nove giorni di silenzio, Maharjan e Sah hanno dimostrato che, almeno in alcune condizioni eccezionali, il tempo trascorso non equivale automaticamente alla fine della speranza.
Una storia di sopravvivenza, ma anche una lezione per il futuro
La vicenda dell'Upper Trishuli 3A verrà probabilmente ricordata soprattutto per il momento in cui i due lavoratori sono tornati alla luce. Ma il suo significato più profondo comprende almeno tre elementi: la capacità dei due uomini di resistere, la perseveranza delle squadre di soccorso e le vulnerabilità che il disastro ha messo in evidenza.
L'esistenza della scala di evacuazione poco conosciuta, i minuti necessari per trasmettere l'allarme e la presenza di centinaia di lavoratori in strutture sotterranee mostrano quanto la prevenzione sia importante quanto la capacità di intervenire dopo una catastrofe.
Allo stesso tempo, l'operazione dimostra il valore di conservare e conoscere nel dettaglio i progetti tecnici delle infrastrutture. Senza mappe, ingegneri capaci di interpretarle e sistemi di perforazione, individuare il punto corretto sotto decine di metri di frana sarebbe stato ancora più difficile.
Infine, la storia ricorda che nei grandi disastri le operazioni di soccorso sono spesso una combinazione di tecnologia e decisioni umane: macchine, calcoli e perforazioni sono indispensabili, ma servono persone disposte a continuare quando i segnali di vita ancora non esistono.
Dal buio del tunnel, una delle poche buone notizie del Nepal
Nella mattina del 4 settembre, quando il primo corpo vivo emerse dal tunnel di Trishuli 3A, il Nepal era già da nove giorni immerso in un bilancio sempre più pesante di vittime e dispersi. Per questo le immagini del salvataggio hanno avuto un impatto che va oltre le due famiglie direttamente coinvolte.
Il recupero di Sanjay Sah, rimasto indietro mentre cercava di aiutare i colleghi, e di Kabir Maharjan, arrivato alla centrale soltanto per un intervento programmato di manutenzione, è diventato la dimostrazione concreta che una ricerca apparentemente disperata poteva ancora terminare con qualcuno riportato vivo in superficie.
Non cambia ciò che è accaduto il 26 agosto e non riduce la portata della tragedia. Ma ricorda perché, nelle ore e nei giorni che seguono un disastro, il lavoro dei soccorritori continua anche quando le probabilità sembrano diminuire.
Due uomini sono rimasti per nove giorni circondati da acqua, fango e oscurità. A separarli dall'uscita c'erano decine di metri di materiale e nessun contatto con il mondo esterno. Alla fine una sacca d'aria, la loro resistenza e una squadra che ha continuato a scavare hanno permesso a entrambi di tornare dalle proprie famiglie.
E voi cosa vi ha colpito maggiormente di questa storia: la scelta di Sah di rimanere per aiutare i colleghi, la capacità dei due uomini di resistere per nove giorni o la perseveranza delle squadre che hanno continuato a cercarli nonostante le difficoltà? Raccontateci nei commenti quale aspetto di questo straordinario salvataggio vi ha lasciato il segno.

