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Morto Livio Berruti, l'oro olimpico dei 200 metri a Roma 1960

Si è spento a 87 anni, dopo un periodo di malattia, in una clinica torinese, Livio Berruti, campione olimpico dei 200 metri piani ai Giochi di Roma 1960. Primo atleta europeo a interrompere il dominio nordamericano in questa specialità, "l'angelo" dell'atletica azzurra lascia la moglie Silvia. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso il proprio cordoglio, mentre Marcell Jacobs correrà in suo ricordo agli Europei di Birmingham.

La leggendaria giornata del 3 settembre 1960

Tutto accadde allo Stadio Olimpico di Roma, il 3 settembre 1960: in appena due ore, il torinese corse la semifinale in 20"5, eguagliando il primato mondiale, per poi ripetersi esattamente con lo stesso tempo in finale, precedendo lo statunitense Lester Carney (20"6) e il francese di origine senegalese Abdou Seye (20"7).

Il primo europeo a battere la supremazia americana

Con quella vittoria, Berruti divenne il primo atleta europeo della storia a conquistare il titolo olimpico nei 200 metri piani maschili, interrompendo una lunga supremazia dei velocisti nordamericani in questa specialità. Studente di chimica all'Università di Padova, aveva appena 21 anni quando sorprese il mondo intero con questa storica impresa.

Il soprannome "l'angelo" e uno stile inimitabile

Berruti divenne per tutti "l'angelo", per la leggerezza della propria falcata e la grazia con cui esprimeva la propria potenza atletica, continuando a rappresentare ancora oggi un modello di tecnica di corsa veloce. Il suo record fu realizzato su una pista in terra battuta, non sulle moderne superfici sintetiche che restituiscono oggi una spinta molto maggiore agli atleti.

Il resto di una carriera internazionale di alto livello

Dopo Roma, Berruti prese parte ad altre due edizioni dei Giochi Olimpici, nel 1964 a Tokyo e nel 1968 a Città del Messico, raggiungendo in entrambe le occasioni le finali con la staffetta 4x100 metri e classificandosi quinto nella finale dei 200 metri di Tokyo. In carriera conquistò anche quattro medaglie ai Giochi del Mediterraneo, due ori e due argenti, oltre a sei podi alle Universiadi, di cui quattro vittorie.

Un simbolo anche dopo la fine della carriera agonistica

Dopo il ritiro dalle competizioni, Berruti lavorò nel mondo della comunicazione, restando sempre legato al movimento olimpico italiano. Nel 2006 fu uno degli otto italiani scelti per portare la bandiera olimpica durante la cerimonia di chiusura dei Giochi invernali di Torino, la sua città natale, un ulteriore riconoscimento del proprio ruolo simbolico all'interno della storia sportiva nazionale.

Il cordoglio delle istituzioni

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha dichiarato: "Esprimo il mio sentimento di cordoglio per la morte di Livio Berruti, figura altamente rappresentativa dello sport italiano". Anche il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, ha voluto ricordarlo: "Torino e l'Italia perdono un grande campione, capace di incarnare profondamente i valori olimpici e sportivi".

Il commovente tributo di Marcell Jacobs da Birmingham

Impegnato in questi giorni agli Europei di atletica di Birmingham, Marcell Jacobs ha voluto ricordare Berruti come un modello per i velocisti italiani, sottolineandone l'eleganza e la leggerezza della corsa. Il campione olimpico ha ricordato con gratitudine le parole che lo stesso Berruti gli aveva dedicato dopo la vittoria olimpica di Tokyo 2020, quando lo aveva indicato come proprio "degno erede". "Correrò per lui, a Birmingham", ha annunciato Jacobs.

Un nome scolpito nella storia dello sport italiano

Il nome di Livio Berruti figura oggi su una delle targhe della Walk of Fame dello sport italiano a Roma, individuata dal CONI per celebrare le leggende che hanno fatto la storia dello sport azzurro, un riconoscimento che testimonia quanto la sua impresa di Roma 1960 resti, oltre sessant'anni dopo, una delle immagini più indelebili dell'intera storia olimpica italiana.

Un'eredità che continua a correre nelle gambe dei velocisti di oggi

Con la scomparsa di Livio Berruti, l'Italia perde non soltanto un campione olimpico, ma uno dei simboli più autentici di un'intera epoca dello sport nazionale, la cui eleganza in pista continua a ispirare, oltre sei decenni dopo quella storica giornata romana, le nuove generazioni di velocisti azzurri.

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