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Migranti, Paesi Bassi riattivano i trasferimenti verso l’Italia: cosa cambia

Si allarga il gruppo dei Paesi europei intenzionati a utilizzare con maggiore continuità le nuove regole sui trasferimenti dei richiedenti asilo verso lo Stato considerato responsabile della loro domanda. Dopo le iniziative annunciate o già avviate da Germania, Austria, Svizzera, Svezia e Finlandia, anche i Paesi Bassi hanno confermato di essere al lavoro con Roma per rendere operativi i trasferimenti verso l'Italia. Nel linguaggio corrente queste persone continuano a essere definite "dublinanti", anche se dal 12 giugno 2026 il vecchio regolamento Dublino III è stato sostituito dal nuovo Regolamento sulla gestione dell'asilo e della migrazione, l'AMMR, uno dei pilastri del Patto europeo su migrazione e asilo.
La notizia ha immediatamente riacceso il confronto politico italiano. Le opposizioni leggono il ritorno dei trasferimenti da diversi Paesi del Nord Europa come un possibile "boomerang" per Roma, sostenendo che l'Italia rischi di ricevere persone entrate inizialmente dal proprio territorio e successivamente trasferitesi verso altri Stati. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni respinge questa interpretazione e sostiene invece che il nuovo Patto europeo abbia rafforzato le garanzie per gli Stati di primo ingresso, introducendo contemporaneamente strumenti di solidarietà, procedure più rapide e regole più efficaci per i rimpatri.
Le due questioni devono però essere separate dal piano della propaganda politica. Il nuovo sistema contiene effettivamente sia un principio di responsabilità sia un meccanismo di solidarietà obbligatoria. Da una parte, quindi, una persona che entra nell'Unione attraverso l'Italia e successivamente presenta domanda in un altro Paese può, quando ricorrono i criteri previsti, essere trasferita verso l'Italia. Dall'altra, l'Italia è stata formalmente riconosciuta dalle istituzioni europee come Stato sottoposto a pressione migratoria e può beneficiare delle misure di solidarietà previste dal Patto. Considerare soltanto uno dei due meccanismi restituirebbe un quadro incompleto.

Che cosa hanno deciso i Paesi Bassi

Il governo dei Paesi Bassi ha confermato che sono in corso contatti con le autorità italiane per definire una procedura efficace con cui realizzare i trasferimenti dei richiedenti asilo per i quali l'Italia risulti responsabile. Non è stato annunciato, almeno per ora, un numero preciso di persone da inviare né un calendario pubblico completo delle operazioni.
L'elemento più importante della posizione olandese riguarda la data del 12 giugno 2026. L'Aia non intende riaprire indiscriminatamente tutto il contenzioso accumulato durante gli anni precedenti, quando l'Italia aveva sostanzialmente sospeso gran parte dei trasferimenti in ingresso. Il governo olandese considera l'entrata in applicazione del nuovo Patto come un nuovo punto di partenza e intende utilizzare le procedure per i casi che ricadono nel nuovo quadro normativo.
Questo significa che parlare di un'imminente restituzione all'Italia di tutti i richiedenti asilo passati dalla Penisola negli ultimi anni sarebbe inesatto. La posizione comunicata dai Paesi Bassi è molto più circoscritta: rendere operativo il nuovo regolamento per le situazioni maturate dopo la sua entrata in applicazione e costruire con Roma modalità concrete di trasferimento.

Perché si parla ancora di "dublinanti"

Il termine "dublinanti" è rimasto nel linguaggio politico e giornalistico perché per molti anni il sistema europeo di attribuzione della responsabilità sulle domande d'asilo è stato disciplinato dal Regolamento Dublino III. Dal 12 giugno, però, tecnicamente il riferimento principale è il nuovo AMMR, il Regolamento europeo sulla gestione dell'asilo e della migrazione.
La logica generale non è stata cancellata. L'Unione continua a stabilire che una domanda di protezione internazionale debba essere esaminata da un solo Stato, individuato attraverso una serie di criteri. Il principio serve a evitare che la stessa persona presenti domande parallele in più Paesi scegliendo liberamente quello nel quale preferisce completare la procedura.
Il nuovo Patto cerca però di rendere il sistema più rapido e prevedibile, soprattutto quando un richiedente compie un movimento secondario, cioè lascia lo Stato nel quale dovrebbe rimanere e raggiunge un altro Paese europeo. È proprio su questo terreno che governi come quello olandese intendono applicare più rigorosamente le nuove regole.

Primo ingresso non significa responsabilità automatica in ogni caso

Una delle semplificazioni più frequenti consiste nell'affermare che la domanda debba essere sempre esaminata dal Paese di primo ingresso. Il criterio è centrale, soprattutto per Stati di frontiera come Italia, Grecia, Spagna e Cipro, ma non è l'unico previsto dalla normativa europea.
Prima di attribuire la competenza, devono essere valutati altri elementi, tra cui legami familiari, presenza di familiari titolari di protezione, visti e permessi di soggiorno. Le regole riservano inoltre particolare attenzione ai minori e all'unità familiare. Soltanto dopo avere applicato l'insieme dei criteri previsti viene stabilito quale Stato sia responsabile.
Quando nessun altro criterio consente di individuare il Paese competente, assume un ruolo determinante lo Stato nel quale la domanda è stata registrata o nel quale è avvenuto l'ingresso irregolare secondo le condizioni previste dal regolamento. Per l'Italia, grande frontiera marittima dell'Unione, questo principio continua inevitabilmente ad avere un peso significativo.

La responsabilità del primo ingresso dura più a lungo

Il nuovo AMMR ha modificato anche la durata della responsabilità. In linea generale, lo Stato di primo ingresso può restare responsabile della domanda per un periodo di venti mesi, rispetto ai dodici previsti dal precedente sistema. È una delle modifiche che mirano a ridurre l'incentivo ai movimenti secondari all'interno dell'Unione.
Esiste però una disciplina differente per le persone sbarcate dopo operazioni di ricerca e soccorso in mare: in questi casi il periodo di responsabilità legato al primo ingresso è di dodici mesi. È una distinzione particolarmente importante per l'Italia, dove una quota rilevante degli arrivi via Mediterraneo avviene attraverso sbarchi successivi a operazioni SAR.
Anche questo dettaglio dimostra perché non sia corretto rappresentare il nuovo Patto come un semplice prolungamento di Dublino. Il sistema conserva il principio della responsabilità, ma modifica durata, procedure, eccezioni e meccanismi di solidarietà attraverso un quadro più ampio.

Che cosa accade se una persona raggiunge i Paesi Bassi

Quando una persona chiede asilo nei Paesi Bassi, le autorità olandesi verificano attraverso registrazioni, impronte, documentazione e informazioni disponibili se un altro Stato europeo debba occuparsi della domanda. Se emerge, per esempio, che l'Italia è responsabile in base alle regole europee, può essere avviata la procedura per il trasferimento.
Non significa che la persona venga automaticamente caricata su un aereo e riportata in Italia. Prima esiste una procedura amministrativa, deve essere individuato correttamente lo Stato responsabile e devono essere rispettate le garanzie previste dal diritto europeo. Possono inoltre intervenire ricorsi e valutazioni individuali.
Il trasferimento verso l'Italia non è neppure un rimpatrio nel Paese d'origine. Sono due istituti completamente diversi. Nel primo caso una persona viene trasferita da uno Stato europeo a un altro affinché quest'ultimo esamini o prosegua la procedura di protezione internazionale. Nel secondo caso si parla invece del ritorno verso un Paese terzo dopo che ne siano ricorsi i presupposti giuridici.

Perché i trasferimenti verso l'Italia erano quasi fermi

La vicenda attuale non può essere compresa senza tornare alla fine del 2022. In quel periodo l'Italia aveva comunicato agli altri Stati partecipanti al sistema Dublino la temporanea indisponibilità ad accogliere molti trasferimenti in ingresso, indicando difficoltà legate alla capacità del sistema di accoglienza.
Il risultato era stato un drastico rallentamento dei trasferimenti effettivi verso il territorio italiano. Le altre amministrazioni europee continuavano in molti casi a inviare richieste di presa o ripresa in carico, ma la distanza tra il numero delle richieste e quello delle persone realmente trasferite era diventata enorme.
Le eccezioni principali avevano riguardato situazioni particolari, tra cui procedure collegate alla riunificazione familiare e ai minori non accompagnati. Per il resto, il sistema aveva finito per funzionare in modo molto diverso da quanto previsto sulla carta.

Il dato dei 24.152 casi italiani nel 2025

Il dato statistico più significativo è quello relativo al 2025. L'Italia è risultata il Paese dell'Unione che ha ricevuto il maggior numero di richieste in entrata nell'ambito del sistema Dublino: 24.152 secondo la stima europea, davanti a Germania, Croazia, Spagna e Grecia.
Quel numero non significa che 24.152 persone siano state effettivamente riportate in Italia. Indica le richieste di trasferimento o di assunzione della responsabilità trasmesse dalle altre amministrazioni. La differenza è fondamentale per valutare l'impatto concreto del sistema.
Nell'intera Unione, sempre nel 2025, sono state registrate oltre 115 mila richieste in entrata, mentre i trasferimenti effettivamente realizzati sono stati poco più di 17 mila. Il divario dimostra quanto il precedente modello fosse spesso incapace di trasformare una decisione amministrativa in un trasferimento concreto.

I Paesi Bassi erano già tra gli Stati più attivi nei trasferimenti

I Paesi Bassi non stanno improvvisamente scoprendo questo strumento. Nel 2025 erano già tra gli Stati europei con il maggior numero di trasferimenti Dublino in uscita, con 1.865 operazioni complessive verso altri Paesi responsabili. Soltanto Germania e Francia ne avevano realizzati di più.
Il problema specifico era rappresentato dai trasferimenti verso l'Italia, rimasti estremamente difficili durante il periodo della sospensione italiana. Con il nuovo Patto, L'Aia sostiene di voler rendere nuovamente funzionante anche questa parte del meccanismo.
L'interesse olandese è quindi coerente con una politica che punta a limitare i movimenti secondari e a fare in modo che una persona non possa trasferirsi autonomamente da uno Stato europeo all'altro modificando attraverso il proprio spostamento il Paese responsabile della domanda.

L'intesa tra Roma e L'Aia non nasce ad agosto

La cooperazione tra Italia e Paesi Bassi era già stata rafforzata all'inizio di giugno 2026, pochi giorni prima dell'entrata in applicazione del Patto. I ministri competenti dei due governi avevano concordato una collaborazione più stretta su asilo, gestione delle frontiere, ritorni e contrasto al traffico di esseri umani.
In quell'occasione era stata prevista esplicitamente anche la ripresa della cooperazione operativa sulle domande presentate o riconducibili all'Italia secondo le nuove regole europee. L'annuncio di agosto rappresenta quindi una fase concreta di un processo già preparato attraverso il dialogo bilaterale.
Roma e L'Aia condividono inoltre l'interesse per il rafforzamento dei rapporti con Paesi terzi del Nord Africa, il contrasto ai trafficanti e l'aumento dei rimpatri delle persone che non possiedono il diritto di rimanere nell'Unione.

Germania e Italia discutono invece sui vecchi casi

Più complessa è la situazione con la Germania. Berlino considera essenziale il ripristino dei trasferimenti verso l'Italia e sostiene che questo fosse previsto anche da precedenti intese bilaterali. Il punto di attrito riguarda soprattutto la sorte delle pratiche maturate prima del 12 giugno.
Roma considera il nuovo Patto come uno spartiacque e sostiene che le vecchie richieste tedesche non debbano automaticamente confluire nel nuovo sistema. Berlino ha invece manifestato una lettura differente per alcuni casi ancora giuridicamente trasferibili.
La divergenza si è concretizzata anche attorno a un numero molto limitato di prime persone che la Germania intendeva trasferire. Proprio il fatto che il confronto riguardi inizialmente pochi casi dimostra che il vero problema, almeno in questa fase, è soprattutto giuridico e politico: stabilire cosa accada allo stock accumulato durante gli anni di sostanziale blocco.

L'Austria è già passata dalle parole ai trasferimenti

L'Austria è uno degli Stati che ha già comunicato trasferimenti effettivamente avvenuti dopo il 12 giugno. Vienna ha riferito di quattro richiedenti asilo trasferiti verso l'Italia nell'ambito del nuovo quadro europeo.
Le modalità possono essere molto diverse da quelle normalmente immaginate quando si parla di "rimpatri". In alcuni casi il trasferimento viene organizzato attraverso treni o autobus, con la consegna dei documenti di viaggio necessari, anziché tramite voli speciali o operazioni coercitive.
I quattro casi austriaci rimangono numericamente ridotti e non permettono di parlare di un afflusso massiccio. Sono però politicamente importanti perché dimostrano che il meccanismo non è più soltanto oggetto di negoziato: almeno alcuni Stati hanno già iniziato a utilizzarlo concretamente.

La Svezia ha già effettuato trasferimenti

Anche la Svezia ha confermato di avere effettuato trasferimenti verso l'Italia e di voler continuare ad applicare le disposizioni del nuovo Patto. Per Stoccolma la questione viene presentata soprattutto come un problema di corretta applicazione delle regole comuni.
La posizione svedese insiste sul fatto che tutti gli Stati devono rispettare contemporaneamente gli obblighi di responsabilità e cooperazione. Una politica europea comune diventa infatti difficilmente sostenibile se uno Stato può applicare rigidamente le norme verso gli altri e contemporaneamente non ricevere le persone per le quali risulta responsabile.
È la stessa logica utilizzata da numerosi governi del Nord Europa: il nuovo Patto potrà funzionare soltanto se i trasferimenti non rimarranno sulla carta come spesso avvenuto durante l'ultima fase del regolamento Dublino.

La Finlandia prepara le operazioni

La Finlandia ha indicato di essere nella fase di preparazione dei trasferimenti. Helsinki ritiene che l'entrata in applicazione dell'AMMR consenta di superare la fase di sostanziale paralisi precedente e insiste sull'obbligo di applicare le nuove regole in maniera uniforme.
Non risultano però annunciati grandi numeri immediati. È quindi importante distinguere tra decisione politica di utilizzare il sistema e quantità effettiva di persone che saranno trasferite. Le procedure devono essere valutate caso per caso e dipendono dalle domande concretamente presenti nel Paese.

La Svizzera partecipa pur non essendo nell'Unione europea

Tra i Paesi citati compare anche la Svizzera, che non è membro dell'Unione europea ma partecipa al sistema europeo di Dublino attraverso specifici accordi di associazione. Berna ha annunciato la ripresa graduale dei trasferimenti verso l'Italia dopo quasi quattro anni di blocco operativo.
Le prime operazioni svizzere sono state programmate verso la fine di agosto. Anche in questo caso non significa che tutte le migliaia di pratiche accumulatesi dal 2022 possano essere improvvisamente riattivate: molte sono ormai scadute, superate o modificate dal percorso successivo delle persone coinvolte.
La posizione svizzera rafforza comunque l'impressione di un fronte settentrionale interessato a rendere più efficace la regola della responsabilità, soprattutto nei confronti dei Paesi mediterranei attraverso cui avviene una parte significativa degli ingressi irregolari.

La Francia, per ora, sceglie una strada diversa

Non tutti i grandi Stati europei stanno seguendo la stessa linea. La Francia, almeno in questa fase, non ha annunciato l'intenzione di unirsi al gruppo di Paesi che stanno accelerando i trasferimenti verso l'Italia.
Parigi punta maggiormente sulla cooperazione con Roma per ridurre le partenze dalla Libia e dalla Tunisia e sulla gestione esterna dei flussi. Questa posizione potrebbe naturalmente evolvere, ma dimostra che non esiste oggi un blocco del Nord completamente uniforme.
La realtà europea continua quindi a essere fatta di interessi nazionali differenti, pur all'interno di un regolamento comune. Alcuni governi considerano prioritario il funzionamento delle procedure di trasferimento, altri preferiscono concentrarsi sulle frontiere esterne e sui rapporti con i Paesi di origine e transito.

Perché Meloni respinge la parola "boomerang"

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha reagito alle critiche sostenendo che definire il nuovo quadro europeo un boomerang per l'Italia significhi confondere meccanismi diversi. La premier rivendica soprattutto il fatto che il Patto non sia composto soltanto dalle regole sulla responsabilità.
Secondo la linea del governo, l'Italia ottiene con il nuovo sistema maggiori garanzie grazie alla solidarietà obbligatoria, al riconoscimento della pressione sulle frontiere marittime, alle procedure accelerate e all'evoluzione europea del concetto di Paese terzo sicuro.
Meloni ha inoltre rivendicato che, dal 2023, il governo italiano avrebbe respinto circa 80 mila richieste di presa in carico provenienti dagli altri Stati membri durante il periodo in cui i trasferimenti erano stati sostanzialmente sospesi. È una cifra presentata dal governo all'interno del confronto politico e non deve essere confusa con il numero delle persone effettivamente trasferite.

Che cosa sostiene invece l'opposizione

Le opposizioni, a partire dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein, leggono la situazione in maniera opposta. La critica principale è che il nuovo Patto non abbia eliminato alla radice il criterio che grava sui Paesi di primo ingresso e che la ripresa dei trasferimenti possa quindi aumentare la pressione sul sistema italiano.
Da questa prospettiva, il problema è strutturale: un Paese come l'Italia, per la propria posizione geografica, registra numerosi sbarchi e primi ingressi, mentre una parte delle persone cerca successivamente di raggiungere Germania, Francia, Paesi Bassi o altri Stati del Nord Europa.
Se questi movimenti vengono contrastati più efficacemente e le persone vengono riportate verso il Paese competente, l'Italia potrebbe dover gestire un numero maggiore di domande e presenze rispetto agli anni in cui i trasferimenti erano sostanzialmente bloccati. È questo il nucleo della tesi del "boomerang".

Le due letture possono contenere entrambe una parte di realtà

Il confronto politico tende a trasformare il nuovo Patto in qualcosa di interamente positivo oppure interamente negativo per l'Italia. Il funzionamento reale è più complesso. L'Italia può contemporaneamente ricevere trasferimenti e beneficiare della solidarietà degli altri Stati.
Il nuovo regolamento nasce precisamente da questo compromesso: rendere più credibile la responsabilità dello Stato competente e, in cambio, rendere strutturale una forma di solidarietà verso i Paesi sottoposti a particolare pressione.
La questione decisiva non è quindi se esista l'uno o l'altro elemento, perché entrambi sono scritti nel sistema. La vera domanda è quale sarà il saldo operativo: quante persone arriveranno attraverso i trasferimenti, quante saranno ricollocate altrove, quale sostegno economico verrà effettivamente mobilitato e quanto rapidamente funzioneranno le procedure di rimpatrio.

L'Italia è formalmente uno Stato sotto pressione migratoria

Nel primo ciclo annuale del nuovo Patto, la Commissione europea ha classificato Italia, Spagna, Grecia e Cipro come Stati sottoposti a pressione migratoria. Per l'Italia e la Spagna il riconoscimento è collegato in particolare all'elevato numero di arrivi attraverso sbarchi successivi a operazioni di ricerca e soccorso.
Non è un riconoscimento puramente politico. La classificazione consente di accedere al nuovo meccanismo europeo di solidarietà, che costituisce una delle differenze più importanti rispetto alla precedente architettura di Dublino.
Il sistema dovrebbe evitare che il peso dell'accoglienza ricada esclusivamente sui Paesi esposti alle frontiere esterne. Resta però da verificare nella pratica quanto questa solidarietà riesca a bilanciare l'obbligo di ricevere i richiedenti trasferiti dagli altri Stati.

Come funziona la solidarietà obbligatoria

Il nuovo Patto introduce un meccanismo permanente e obbligatorio di solidarietà. "Obbligatorio" non significa però che ogni Stato sia costretto ad accogliere un numero prestabilito di richiedenti asilo attraverso ricollocamenti.
I governi possono contribuire attraverso forme differenti: ricollocazioni, contributi finanziari oppure supporto operativo e tecnico. Il sistema è quindi obbligatorio nella partecipazione complessiva, ma flessibile nella forma con cui il singolo Stato contribuisce.
Per il 2026 il riferimento europeo è stato fissato nell'equivalente di 21.000 ricollocazioni o misure di solidarietà comparabili e in 420 milioni di euro di contributi finanziari. Non tutte queste risorse sono destinate all'Italia, perché il fondo riguarda l'insieme degli Stati riconosciuti come sottoposti a pressione.

Una quota significativa riguarda Italia e Spagna

Il primo fondo di solidarietà stabilisce che una quota indicativa pari al 42% delle misure di riferimento sia resa disponibile per gli Stati sottoposti a pressione a causa dei numerosi sbarchi conseguenti a operazioni SAR, cioè in particolare Italia e Spagna.
È uno degli argomenti utilizzati da Roma per sostenere che il nuovo Patto sia più favorevole del vecchio Dublino III. In precedenza esistevano iniziative di ricollocamento, ma il sistema di solidarietà non possedeva la stessa struttura permanente e obbligatoria.
Anche in questo caso, però, bisogna distinguere tra potenziale giuridico e risultato concreto. La quantità di sostegno effettivamente ricevuta dall'Italia dipenderà dall'attuazione annuale del fondo, dalle scelte degli Stati contribuenti e dalle necessità riconosciute dalle istituzioni europee.

Il Patto non cancella quindi il peso geografico dell'Italia

La geografia rimane un elemento inevitabile della politica migratoria. L'Italia possiede migliaia di chilometri di frontiera marittima esterna e si trova al centro di alcune delle principali rotte dal Mediterraneo centrale. Nessun regolamento può modificare questa collocazione.
La questione europea consiste nel decidere quanto dell'onere successivo all'arrivo debba rimanere sullo Stato di frontiera e quanto debba essere condiviso attraverso ricollocazioni e contributi. Il nuovo Patto non elimina il primo livello di responsabilità, ma cerca di affiancargli strumenti comuni.
Per questo è possibile che l'Italia riceva contemporaneamente un richiedente trasferito dai Paesi Bassi e sostegno da un altro Stato attraverso il fondo di solidarietà. Sono due movimenti differenti prodotti dalla stessa architettura europea.

Il nodo dei movimenti secondari

Per Germania, Paesi Bassi, Svezia e altri Stati settentrionali, uno dei problemi principali sono i movimenti secondari. Una persona sbarca e viene identificata in Italia, ma successivamente raggiunge un altro Paese dove preferisce vivere o dove ritiene di avere migliori prospettive economiche e sociali.
Se il nuovo Stato decidesse automaticamente di assumersi la responsabilità, il sistema incentiverebbe di fatto la possibilità di scegliere autonomamente il Paese nel quale completare la domanda. È proprio questo fenomeno che il Patto cerca di disincentivare.
Gli Stati del Nord sostengono quindi che un sistema solidale può funzionare soltanto se le persone rispettano anche l'obbligo di rimanere nello Stato responsabile. Diversamente, la redistribuzione dei richiedenti avverrebbe di fatto attraverso movimenti individuali non regolati anziché attraverso decisioni europee.

Perché molti migranti lasciano comunque l'Italia

Il fenomeno dei movimenti secondari non può essere compreso soltanto attraverso le norme. Molti richiedenti cercano di raggiungere altri Paesi perché possiedono parenti, comunità linguistiche, conoscenze o reti sociali in Germania, Francia, Belgio, Svezia o Paesi Bassi.
Possono inoltre esistere aspettative differenti riguardo a lavoro, welfare e prospettive di integrazione. Il fatto che la normativa indichi uno Stato come responsabile non cancella quindi le motivazioni personali che spingono una persona a tentare di raggiungerne un altro.
È uno dei motivi per cui il sistema di Dublino aveva storicamente incontrato difficoltà: cercava di mantenere le persone in un determinato Paese attraverso una regola amministrativa, mentre i legami reali potevano orientarle altrove.

Il nuovo Patto prova a rafforzare anche i legami familiari

La riforma cerca di rispondere almeno in parte a questa criticità attraverso una maggiore attenzione ai criteri familiari. La presenza di familiari in un altro Stato può, nelle condizioni previste, spostare la responsabilità e permettere che la domanda venga esaminata dove esistono relazioni personali rilevanti.
Questo serve sia alla tutela dell'unità familiare sia a ridurre la probabilità che il richiedente lasci successivamente il Paese al quale è stato assegnato per raggiungere autonomamente i propri familiari.
Non significa però che qualsiasi parente o conoscente residente in Europa permetta di scegliere liberamente la destinazione. I criteri sono definiti dalla normativa e devono essere verificati dalle autorità competenti.

I trasferimenti non sono automatici se esistono rischi per i diritti fondamentali

Il sistema europeo prevede anche un limite essenziale: una persona non può essere trasferita verso uno Stato se esistono motivi sostanziali per ritenere che il trasferimento la esporrebbe a un rischio reale di trattamento inumano o degradante contrario alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione.
Questa garanzia è stata particolarmente importante nella giurisprudenza europea relativa ai sistemi di accoglienza di alcuni Stati membri. Il semplice fatto che un Paese appartenga all'Unione non elimina quindi completamente la possibilità di una valutazione individuale.
Il nuovo Patto vuole rendere i trasferimenti più efficienti, ma non può cancellare i diritti fondamentali riconosciuti dal diritto europeo. È uno degli elementi che impediscono di trasformare il meccanismo in una procedura puramente automatica.

La Commissione controlla anche l'Italia

A metà luglio la Commissione europea ha pubblicato una prima valutazione sull'applicazione delle nuove regole di responsabilità. Per l'Italia ha riconosciuto significativi sforzi nella preparazione del nuovo sistema, ma ha anche indicato la necessità di compiere passi concreti affinché i trasferimenti possano avvenire effettivamente.
È un elemento importante perché mostra che il tema non viene regolato esclusivamente attraverso accordi bilaterali con Germania o Paesi Bassi. La Commissione deve monitorare se gli Stati che beneficiano della solidarietà rispettino contemporaneamente gli obblighi collegati alla responsabilità.
Il nuovo modello cerca infatti di impedire una situazione nella quale un Paese riceva sostegno dagli altri Stati ma mantenga contemporaneamente un blocco sistematico delle riammissioni previste dalle regole europee.

Solidarietà e responsabilità sono collegate

È probabilmente questo il principio più importante per comprendere la controversia. Nel nuovo Patto, solidarietà e responsabilità non sono due sistemi indipendenti. L'Unione vuole che gli Stati di frontiera ricevano aiuto, ma chiede loro anche di rispettare le procedure di competenza sulle domande.
Allo stesso modo, i Paesi del Nord possono chiedere trasferimenti quando un altro Stato risulta responsabile, ma devono contribuire alla solidarietà europea quando Italia, Grecia, Spagna o Cipro affrontano una pressione sproporzionata.
Il compromesso può essere politicamente scomodo per entrambe le parti proprio perché nessun Paese ottiene tutto ciò che vorrebbe. Gli Stati mediterranei continuano a sostenere una parte rilevante del primo ingresso; quelli settentrionali non possono limitarsi a restituire i migranti senza contribuire al sistema comune.

Il concetto di Paese terzo sicuro è un dossier diverso

Nel difendere il Patto, Meloni ha richiamato anche il rafforzamento del concetto di Paese terzo sicuro. È però importante non confonderlo con i trasferimenti dai Paesi Bassi all'Italia.
Il trasferimento europeo stabilisce quale Stato membro debba occuparsi della domanda. Il concetto di Paese terzo sicuro riguarda invece la possibilità, rispettando condizioni e garanzie definite dal diritto europeo, di considerare un Paese esterno all'Unione come destinazione appropriata in determinate procedure.
Sono due strumenti che fanno parte della stessa politica migratoria complessiva, ma producono conseguenze completamente differenti. Un dublinante trasferito in Italia non viene automaticamente inviato in un Paese terzo.

Neppure il rimpatrio è automatico

Un altro equivoco riguarda il termine rimpatrio. Se i Paesi Bassi trasferiscono una persona in Italia perché Roma è responsabile della domanda di asilo, quella persona non viene necessariamente espulsa dall'Europa.
L'Italia dovrà esaminare o proseguire l'esame della domanda di protezione. Se vengono riconosciuti i presupposti, la persona potrà ottenere lo status previsto. Se la domanda viene respinta definitivamente e non esistono altri titoli per rimanere, può aprirsi la successiva questione del ritorno nel Paese d'origine o in un altro Paese ammissibile.
Parlare quindi di "Olanda che rimpatria migranti in Italia" può risultare fuorviante. Tecnicamente si tratta di un trasferimento intraeuropeo di responsabilità, non del rimpatrio internazionale della persona.

I numeri reali saranno decisivi per valutare il "boomerang"

La disputa politica potrà essere valutata seriamente soltanto quando saranno disponibili i dati dei prossimi mesi. Gli annunci di cinque o sei governi non permettono ancora di sapere quante persone arriveranno effettivamente in Italia.
La storia del sistema Dublino insegna che esiste spesso una grande distanza tra richieste, decisioni e trasferimenti realizzati. Nel 2025, a livello europeo, solo una parte relativamente ridotta delle procedure avviate si era trasformata in un movimento effettivo della persona.
Se il nuovo AMMR riuscirà davvero a ridurre questo divario, l'effetto per l'Italia potrebbe diventare più significativo. Se invece continueranno a intervenire problemi logistici, ricorsi, scadenze e difficoltà di coordinamento, i numeri potrebbero rimanere molto più bassi rispetto alle richieste teoriche.

Il 12 giugno è lo spartiacque del nuovo sistema

La data da ricordare è quindi il 12 giugno 2026. Da quel giorno l'intero Patto europeo su migrazione e asilo è entrato pienamente in applicazione dopo un periodo di preparazione durato due anni.
Il nuovo AMMR ha sostituito il Regolamento Dublino III, sono entrate in funzione nuove procedure alle frontiere, il nuovo Eurodac, regole più uniformi sull'asilo e il meccanismo permanente di solidarietà. Non si tratta quindi di una semplice modifica tecnica a una singola procedura.
Per i Paesi Bassi il 12 giugno costituisce anche il limite operativo utilizzato per distinguere il nuovo ciclo dai casi precedenti. È proprio questa impostazione a rendere la posizione olandese meno conflittuale, almeno per ora, rispetto al confronto tra Roma e Berlino sui vecchi fascicoli.

I Paesi Bassi non hanno annunciato una "retata" di trasferimenti

Il linguaggio utilizzato nel dibattito può facilmente produrre un'immagine sproporzionata. Il governo olandese non ha annunciato migliaia di persone pronte a essere immediatamente inviate in Italia né una operazione straordinaria già calendarizzata.
Ha comunicato l'intenzione di rendere operativo il sistema e ha confermato che sono in corso contatti con Roma per costruire una procedura efficace. Il numero effettivo dipenderà dai casi nei quali l'amministrazione olandese determinerà che l'Italia è competente.
È quindi corretto parlare di una svolta politica e operativa, ma non di un'ondata di arrivi già materializzata. La distinzione è particolarmente importante in un dossier dove i numeri vengono frequentemente utilizzati nel confronto politico.

Il precedente del 2025 invita alla cautela sui grandi numeri

Le 24.152 richieste rivolte all'Italia nel 2025 mostrano la dimensione potenziale del fenomeno, ma anche il limite delle statistiche considerate senza contesto. Se tutte quelle richieste fossero state presentate come persone effettivamente tornate, il quadro sarebbe completamente falsato.
Il vero dato da seguire dal 12 giugno in poi è quindi il numero dei trasferimenti completati, insieme alle richieste presentate e accettate. Soltanto il confronto tra le tre grandezze permetterà di capire se il nuovo Patto stia realmente rendendo il meccanismo più efficiente.
Per Roma sarà altrettanto importante sapere quanti richiedenti verranno contemporaneamente ricollocati fuori dall'Italia attraverso la solidarietà europea. Valutare soltanto il flusso in entrata fornirebbe nuovamente un quadro parziale.

Il ruolo dell'Italia nei prossimi mesi

L'Italia dovrà dimostrare di possedere la capacità amministrativa e ricettiva necessaria per applicare le nuove procedure. Dopo anni di trasferimenti sospesi, questo significa riattivare concretamente i collegamenti tra l'Unità Dublino italiana e le amministrazioni degli altri Paesi.
Servono coordinamento degli arrivi, disponibilità nei sistemi di accoglienza, scambio delle informazioni sanitarie e personali e capacità di riprendere o iniziare rapidamente la procedura d'asilo una volta che la persona è arrivata.
Un trasferimento che sulla carta richiede poche comunicazioni può diventare molto più complesso quando riguarda persone vulnerabili, famiglie, minori o condizioni mediche. È anche su questo livello operativo che verrà misurato il funzionamento reale del Patto.

Il ruolo dei Paesi che effettuano i trasferimenti

Nemmeno la responsabilità dei Paesi Bassi termina nel momento in cui viene individuata l'Italia come Stato competente. L'amministrazione olandese deve garantire una procedura corretta, comunicare con Roma e verificare eventuali ostacoli giuridici o individuali.
La persona interessata deve essere informata e può utilizzare gli strumenti di tutela giurisdizionale previsti dall'ordinamento. In presenza di vulnerabilità particolari possono essere necessarie ulteriori garanzie prima del trasferimento.
Il principio europeo non è quindi "chi entra dall'Italia viene automaticamente rispedito in Italia", ma la determinazione attraverso una procedura del Paese responsabile secondo criteri comuni.

Perché il vecchio sistema aveva perso credibilità

Uno dei motivi principali della riforma è stata proprio la difficoltà di far funzionare il vecchio Dublino. Decine di migliaia di richieste rimanevano senza trasferimento effettivo, i tempi potevano diventare molto lunghi e le controversie tra Stati erano frequenti.
Il risultato era un sistema nel quale tutti criticavano qualcosa. I Paesi mediterranei consideravano eccessivo il peso del primo ingresso; quelli del Nord accusavano gli Stati di frontiera di permettere movimenti secondari e di non accettare le persone di loro competenza.
Il nuovo Patto rappresenta il tentativo di tenere insieme queste esigenze attraverso una formula più rigida sulla responsabilità ma anche più strutturata sulla condivisione degli oneri.

Nessuno può ancora sapere chi abbia "vinto" il negoziato europeo

Da Roma il governo presenta il Patto come un risultato favorevole; le opposizioni sostengono che il mantenimento del criterio di responsabilità possa penalizzare l'Italia. Entrambe le letture sono inevitabilmente influenzate dalla competizione politica.
Il test reale sarà l'applicazione. Se l'Italia ricevesse migliaia di trasferimenti ma ottenesse poche ricollocazioni, pochi rimpatri e sostegno limitato, le critiche acquisterebbero maggiore peso. Se invece la solidarietà obbligatoria, le procedure di frontiera e i nuovi strumenti riducessero significativamente la pressione netta, la valutazione sarebbe differente.
A due mesi dall'entrata in applicazione del sistema è quindi ancora troppo presto per proclamare un successo o un fallimento definitivo.

La scelta olandese ha soprattutto un valore politico europeo

Il peso immediato dell'annuncio dei Paesi Bassi non dipende tanto dal numero delle persone interessate, che non è stato ancora comunicato, quanto dall'allargamento del gruppo di governi decisi a utilizzare il nuovo meccanismo.
Quando Germania, Austria, Svezia, Finlandia, Svizzera e Paesi Bassi assumono posizioni simili, aumenta la pressione affinché le regole sulla responsabilità siano realmente applicate. Per Roma diventa più difficile immaginare una prosecuzione della sospensione generalizzata che aveva caratterizzato gli anni precedenti.
Allo stesso tempo, l'Italia può utilizzare proprio questa applicazione comune per chiedere che anche il pilastro della solidarietà venga rispettato con la stessa determinazione dagli altri governi.

Il confronto europeo si sposta dai principi ai numeri

La fase più importante comincia adesso. Per anni il dibattito sulla migrazione europea è stato dominato da discussioni sul principio del primo ingresso, sulle quote e sulla necessità di condividere l'accoglienza. Dal 12 giugno esiste un sistema nuovo che deve essere misurato attraverso risultati concreti.
Quanti trasferimenti riusciranno a effettuare i Paesi del Nord? Quante ricollocazioni verranno realizzate dagli Stati sotto minore pressione? Quanto sostegno finanziario e operativo arriverà effettivamente nei Paesi mediterranei? Quanti richiedenti respinti potranno essere rimpatriati?
Sono queste le domande che determineranno se il Patto riuscirà davvero a superare i problemi di Dublino III oppure se produrrà una nuova versione delle stesse tensioni.

L'Italia resta contemporaneamente frontiera e beneficiaria della solidarietà

La particolarità italiana è proprio questa doppia posizione. Il Paese rimane una delle principali frontiere esterne dell'Unione e quindi può essere individuato come responsabile di numerose domande. Contemporaneamente è formalmente riconosciuto come Stato sottoposto a pressione migratoria e può beneficiare delle misure europee di solidarietà.
Non è una contraddizione accidentale: è esattamente il compromesso sul quale è stato costruito il nuovo Patto. L'Italia accetta di partecipare a un sistema più efficace di responsabilità in cambio di un modello nel quale l'aiuto degli altri Stati non dovrebbe più dipendere esclusivamente dalla loro disponibilità volontaria.
Il successo dipenderà dalla capacità delle istituzioni europee di impedire che una delle due metà dell'accordo funzioni molto meglio dell'altra. Una responsabilità efficace senza solidarietà graverebbe sui Paesi di frontiera; solidarietà senza responsabilità alimenterebbe i movimenti secondari verso il Nord.

Paesi Bassi e Italia, ora comincia la prova dei fatti

L'annuncio olandese segna dunque un altro passaggio nella trasformazione della politica migratoria europea. I Paesi Bassi vogliono iniziare a trasferire verso l'Italia i richiedenti per i quali Roma risulti responsabile secondo il nuovo quadro, concentrandosi sui casi successivi al 12 giugno e senza annunciare un recupero generalizzato dei vecchi fascicoli.
Per l'Italia questo significa prepararsi a ricevere nuovamente alcuni trasferimenti europei dopo anni nei quali il meccanismo era quasi completamente bloccato. Ma significa anche poter chiedere l'attuazione del sistema di solidarietà previsto dal Patto, nel quale Roma è riconosciuta come beneficiaria in ragione della pressione esercitata dagli arrivi via Mediterraneo.
La definizione di "boomerang" rimane quindi, almeno oggi, un giudizio politico e non un risultato già dimostrato. La ripresa dei trasferimenti è reale; il loro volume futuro è ancora da verificare. Il vantaggio italiano derivante dalla solidarietà è previsto dalle nuove regole; la sua efficacia concreta dovrà essere misurata nei prossimi mesi.

Il vero banco di prova sarà il saldo della nuova politica europea

A poco più di due mesi dall'entrata in applicazione del Patto, è troppo presto per stabilire se la riforma abbia effettivamente risolto il principale problema che l'Unione affronta da anni: costruire un sistema capace di combinare controllo delle frontiere, diritto d'asilo, responsabilità e solidarietà.
La scelta dei Paesi Bassi rende però evidente che la stagione della sospensione informale dei trasferimenti verso l'Italia sta terminando. Gli altri governi pretendono che le nuove regole vengano applicate e Roma, per continuare a beneficiare pienamente della solidarietà europea, dovrà dimostrare di collaborare al funzionamento del meccanismo di responsabilità.
La partita non si giocherà quindi soltanto sul numero dei cosiddetti dublinanti riportati in Italia. Dovranno essere considerati anche i ricollocamenti verso altri Stati, i contributi finanziari, il sostegno operativo, i tempi delle procedure, i rimpatri effettivi e l'andamento complessivo degli arrivi.

Migrazione europea, il 12 giugno ha aperto una fase nuova

L'allargamento ai Paesi Bassi del gruppo di Stati intenzionati a effettuare trasferimenti verso l'Italia è una delle prime prove politiche del Patto UE su migrazione e asilo. Dimostra che il nuovo regolamento non è più soltanto un testo approvato a Bruxelles, ma sta iniziando a incidere sulle scelte quotidiane delle amministrazioni nazionali.
Per Roma la sfida consiste nel fare in modo che l'applicazione delle regole non si trasformi in un flusso a senso unico. Se gli Stati settentrionali rivendicano il diritto di trasferire in Italia le persone di competenza italiana, il governo può a sua volta rivendicare l'applicazione piena del meccanismo obbligatorio di solidarietà.
È su questa reciprocità che verrà giudicato il nuovo sistema. Il principio del primo ingresso non è scomparso, ma non è più l'unica colonna dell'architettura europea. Il Patto ha affiancato alla responsabilità strumenti di redistribuzione, sostegno economico e cooperazione che dovranno ora dimostrare di funzionare nella realtà.

Dublino cambia nome, ma il problema europeo resta aperto

Il termine "dublinanti" continuerà probabilmente a essere utilizzato ancora a lungo, anche se giuridicamente l'Europa è ormai entrata nell'era dell'AMMR. La questione di fondo rimane però la stessa: decidere chi debba occuparsi di una persona che entra attraverso un Paese europeo e successivamente si sposta verso un altro.
I Paesi Bassi hanno dato la propria risposta: il nuovo sistema deve funzionare e, quando l'Italia è responsabile, il trasferimento verso Roma deve poter essere realizzato. Il governo italiano risponde che quella responsabilità deve essere letta insieme alle nuove forme di solidarietà e agli strumenti destinati a ridurre gli arrivi e accelerare i ritorni.
Tra queste due esigenze si trova la vera scommessa europea. Nei prossimi mesi i dati permetteranno di capire se l'equilibrio progettato a Bruxelles sia realmente sostenibile oppure se le vecchie tensioni tra Paesi mediterranei e Nord Europa torneranno a emergere sotto nuove regole.
Voi come valutate il nuovo Patto europeo sulla migrazione? Pensate che il meccanismo di solidarietà possa compensare efficacemente i trasferimenti verso gli Stati di primo ingresso oppure ritenete che l'Italia continuerà a sostenere un peso eccessivo? Lasciate nei commenti la vostra opinione sul ritorno dei cosiddetti dublinanti e sull'equilibrio tra responsabilità nazionale e solidarietà europea.

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