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Mercati globali in tensione: oro corre, petrolio e borse arretrano

I mercati finanziari mondiali iniziano la settimana del 24 agosto 2026 in una condizione di forte cautela. Le principali borse asiatiche si muovono in territorio negativo, il petrolio arretra dopo i forti rialzi delle ultime settimane, mentre l'oro continua a salire e si avvicina a un guadagno del 15% dall'inizio del mese. A dominare l'attenzione degli investitori è soprattutto l'attesa per i dettagli della nuova offensiva sanzionatoria che gli Stati Uniti intendono annunciare contro l'Iran, insieme alle tensioni commerciali tra Washington e Ottawa, agli elevati rendimenti dei Treasury statunitensi e a una settimana particolarmente importante per il settore tecnologico americano.
Il quadro non è quello di un unico grande shock capace di spiegare ogni movimento. Si stanno invece sovrapponendo diversi fattori di incertezza geopolitica e finanziaria. Il Brent oscilla intorno ai 93 dollari al barile e il greggio statunitense WTI nell'area degli 85-86 dollari, livelli comunque molto elevati nonostante il calo della seduta. L'oro viaggia intorno ai 4.650 dollari l'oncia, sostenuto dalla debolezza del dollaro, dalle tensioni geopolitiche e dai timori sulla sostenibilità del debito americano. Nel mercato obbligazionario, intanto, il rendimento del Treasury trentennale resta vicino ai massimi degli ultimi diciannove anni.

Le borse asiatiche iniziano la settimana in rosso

La debolezza è particolarmente evidente in Asia. Il Nikkei giapponese perde circa lo 0,5%, dopo una settimana precedente nella quale aveva già ceduto quasi il 4%. L'indice sudcoreano, fortemente esposto al settore tecnologico e dei semiconduttori, scende invece di circa il 2,8%, mentre Taiwan arretra dello 0,5%.
L'indice MSCI che riunisce le principali azioni dell'area Asia-Pacifico escluso il Giappone cede circa l'1,3%. In Cina, il CSI 300 delle principali società quotate a Shanghai e Shenzhen perde intorno all'1,2%. Non è quindi un arretramento confinato a un singolo mercato, anche se le ragioni delle vendite cambiano in parte da Paese a Paese.
La seduta asiatica mostra soprattutto un atteggiamento di riduzione del rischio. Gli investitori entrano in una settimana ricca di potenziali catalizzatori e preferiscono alleggerire alcune posizioni prima di conoscere l'effettiva portata delle nuove sanzioni statunitensi, i prossimi segnali della Federal Reserve e i risultati di Nvidia.

Il petrolio scende, ma resta su livelli molto elevati

Il movimento più interessante riguarda il petrolio. Il Brent cede circa l'1,4% e si porta intorno a 93,07 dollari al barile, mentre il WTI statunitense arretra dell'1,6% fino a circa 85,64 dollari. In altre rilevazioni della mattinata il Brent è sceso brevemente sotto i 93 dollari e il WTI verso 85,3 dollari.
Il ribasso non deve però essere interpretato come il segnale di una normalizzazione della crisi energetica. Il Brent aveva guadagnato circa il 6,6% nella settimana precedente e resta nettamente più caro rispetto ai livelli precedenti alla nuova escalation tra Stati Uniti e Iran. Una parte delle vendite di oggi riflette quindi anche prese di profitto dopo un periodo di forti rialzi.
La particolarità della giornata è che il petrolio scende proprio mentre Washington promette nuove sanzioni contro l'Iran, misure che teoricamente potrebbero restringere ulteriormente l'offerta energetica. Il mercato sta però aspettando di capire quanto saranno severe, contro quali soggetti verranno realmente applicate e se coinvolgeranno in modo efficace i principali partner commerciali di Teheran.

Le nuove sanzioni all'Iran non sono ancora state svelate

Alla mattina del 24 agosto, i dettagli dell'annunciato pacchetto statunitense non sono ancora pubblici. Il segretario al Tesoro Scott Bessent dovrebbe presentarli alle 14:00 di Washington, corrispondenti alle 20:00 in Italia. Fino ad allora il mercato opera soprattutto sulle aspettative.
Bessent ha utilizzato espressioni estremamente forti, promettendo quella che Washington descrive come la più ampia offensiva finanziaria mai organizzata contro l'Iran. L'obiettivo dichiarato non sarebbe limitarsi a colpire società e istituzioni iraniane già sottoposte a restrizioni, ma aumentare anche la pressione sui Paesi e sulle imprese che continuano a sostenere economicamente Teheran.
La variabile decisiva sarà quindi il possibile ricorso a sanzioni secondarie. Queste misure possono colpire società di Paesi terzi che intrattengono rapporti con l'Iran, obbligandole in pratica a scegliere tra il mercato iraniano e l'accesso al sistema finanziario statunitense. È proprio la portata di questo strumento che gli operatori cercheranno di comprendere durante l'annuncio.

Il mercato guarda soprattutto a Cina e India

Una delle grandi domande riguarda Cina e India. Washington ha minacciato conseguenze economiche contro i Paesi che continuano a fornire una linea di sostegno all'economia iraniana, ma l'efficacia concreta delle misure dipenderà inevitabilmente dal modo in cui verranno trattati i principali acquirenti e partner commerciali di Teheran.
La Cina resta un interlocutore fondamentale nel commercio petrolifero iraniano. Se le nuove sanzioni riuscissero a ridurre significativamente gli acquisti cinesi, il mercato potrebbe trovarsi davanti a un'ulteriore contrazione dell'offerta di greggio. Se invece le misure contenessero ampie eccezioni o evitassero un confronto diretto con Pechino, il loro impatto potrebbe risultare inferiore alle attese.
È anche per questo che il petrolio oggi arretra invece di salire immediatamente. Gli investitori non stanno necessariamente scommettendo su una diminuzione permanente del rischio: stanno aspettando di conoscere il contenuto reale delle sanzioni prima di attribuire loro un prezzo.

Hormuz resta la variabile più pericolosa

Sullo sfondo continua a esserci lo Stretto di Hormuz. Il passaggio marittimo tra Iran e penisola arabica è una delle arterie energetiche più importanti al mondo e negli ultimi mesi il suo funzionamento è stato profondamente compromesso dalla guerra e dalle tensioni tra Teheran e Washington.
Il numero delle navi commerciali che riescono a transitare è rimasto molto inferiore rispetto ai livelli precedenti alla crisi. Le difficoltà riguardano sia il petrolio greggio sia i prodotti raffinati e, in alcune fasi, il gas naturale liquefatto. Anche quando una nave riesce fisicamente a passare, costi assicurativi, rischio militare e disponibilità delle petroliere restano molto superiori alla normalità.
L'Iran ha inoltre minacciato di impedire le esportazioni energetiche dal Golfo se quella che definisce una guerra economica dovesse intensificarsi. È una minaccia estremamente importante per i mercati, perché trasformerebbe lo scontro sulle sanzioni in un nuovo rischio diretto per l'approvvigionamento mondiale.

Perché il petrolio può scendere anche durante una crisi

La seduta di oggi offre un esempio utile di come funzionano i mercati delle materie prime. Un peggioramento geopolitico non implica necessariamente che il petrolio salga ogni giorno. I prezzi incorporano le aspettative prima che gli eventi avvengano e possono quindi scendere quando gli investitori decidono di monetizzare i profitti oppure quando una minaccia appare già ampiamente incorporata nelle quotazioni.
Il Brent aveva guadagnato molto nelle due settimane precedenti. Una parte del rischio iraniano era quindi già presente nel prezzo. Prima dell'annuncio di Washington alcuni operatori preferiscono ridurre l'esposizione, generando prese di profitto e un temporaneo calo delle quotazioni.
La direzione successiva dipenderà da ciò che verrà effettivamente annunciato. Sanzioni più severe del previsto potrebbero riportare rapidamente il greggio verso l'alto; misure considerate poco incisive potrebbero invece alimentare un'ulteriore correzione.

L'oro percorre la strada opposta

Mentre petrolio e borse arretrano, l'oro continua a guadagnare terreno. Nelle rilevazioni di questa mattina il metallo prezioso è salito dello 0,8-0,9%, arrivando nell'area compresa tra 4.640 e 4.650 dollari l'oncia e raggiungendo i massimi da oltre tre mesi.
La performance mensile è ancora più impressionante: da inizio agosto il prezzo è aumentato di circa il 15%. Se questo risultato venisse mantenuto fino alla fine del mese, rappresenterebbe un movimento mensile eccezionale per il mercato dell'oro.
Soltanto nella settimana precedente il metallo prezioso aveva guadagnato oltre il 5%. Il rialzo non nasce quindi da un singolo avvenimento di oggi, ma da una combinazione sempre più forte tra domanda di beni rifugio, debolezza del dollaro e preoccupazioni sulla politica fiscale e monetaria degli Stati Uniti.

L'oro non sale soltanto per la guerra con l'Iran

Ridurre il rally dell'oro alla sola crisi iraniana sarebbe impreciso. Le tensioni geopolitiche aumentano certamente la domanda di strumenti percepiti come difensivi, ma il movimento di agosto è legato anche al mercato obbligazionario statunitense e alla debolezza del dollaro.
Il valore dell'oro viene normalmente espresso in dollari. Quando la valuta americana si indebolisce, il metallo diventa meno costoso per chi utilizza euro, yen, yuan o altre monete. Questo può aumentarne la domanda internazionale e sostenere il prezzo espresso nella valuta statunitense.
Il dollaro ha perso circa lo 0,8% contro un paniere di principali valute nella settimana precedente e rimane vicino ai minimi di diversi mesi. È uno dei principali fattori che stanno alimentando il nuovo interesse per il metallo prezioso.

Il debito americano alimenta la corsa verso il metallo prezioso

Un'altra componente riguarda il debito pubblico statunitense, che ha superato la soglia dei 40 mila miliardi di dollari. L'aumento dell'indebitamento, unito a deficit ancora elevati, ha spinto gli investitori a chiedere rendimenti più alti per detenere obbligazioni governative a lunghissima scadenza.
Questa tensione ha generato una forma di ricerca di attività considerate più rare e non direttamente legate alla promessa di pagamento di uno Stato. L'oro fisico non produce cedole e non rappresenta il debito di nessun governo, caratteristiche che diventano particolarmente attraenti quando cresce l'incertezza sulla politica fiscale delle principali economie.
In questa fase il metallo prezioso beneficia quindi contemporaneamente della sua tradizionale funzione di bene rifugio e dei dubbi sul valore futuro delle principali valute e dei titoli di Stato a lunga scadenza.

I Treasury trentennali rendono ancora circa il 5,25%

Il mercato obbligazionario americano resta una delle principali fonti di tensione. Il rendimento del Treasury a 30 anni è intorno al 5,25%, poco distante dal 5,3371% raggiunto nei giorni scorsi, il livello più alto in circa diciannove anni.
Un rendimento superiore al 5% su un titolo governativo americano di lunga durata ha conseguenze molto più ampie del solo mercato dei bond. Quando aumenta il rendimento privo o quasi privo di rischio, le azioni devono offrire prospettive di guadagno ancora più elevate per risultare competitive. I titoli azionari, soprattutto quelli con valutazioni molto alte, diventano quindi più vulnerabili.
Il meccanismo colpisce in particolare le aziende tecnologiche alle quali il mercato attribuisce una parte rilevante dei profitti molti anni nel futuro. Un tasso di sconto più alto riduce il valore attuale di quegli utili futuri, esercitando pressione sulle quotazioni anche se i fondamentali aziendali non cambiano immediatamente.

Perché Washington sta ricomprando i propri bond

La settimana scorsa il Tesoro statunitense ha annunciato un aumento significativo delle operazioni di buyback sui titoli di Stato a lunga scadenza. L'obiettivo è migliorare la liquidità del mercato e limitare le tensioni che hanno fatto salire rapidamente i rendimenti.
Per determinate operazioni il volume dei riacquisti verrà portato fino a circa 4 miliardi di dollari. Si tratta comunque di importi relativamente limitati rispetto alle dimensioni complessive del mercato dei Treasury, che supera i 30 mila miliardi di dollari.
La reazione degli investitori è stata ambivalente. Da una parte il programma mostra che il governo è disposto a intervenire per evitare disfunzioni. Dall'altra, il fatto stesso che il Tesoro abbia sentito la necessità di aumentare i riacquisti di debito è stato interpretato come un segnale della pressione esistente sul mercato.

I riacquisti non risolvono il problema del deficit

Il buyback può facilitare il funzionamento del mercato, ma non riduce automaticamente l'ammontare strutturale del debito americano. Il Tesoro può ricomprare alcuni titoli più lunghi finanziandosi attraverso altre emissioni, modificando la composizione delle scadenze senza eliminare il fabbisogno complessivo di finanziamento.
Gli investitori continuano quindi a chiedersi come gli Stati Uniti gestiranno nel tempo deficit, interessi e nuove emissioni. Se il volume dei titoli disponibili aumenta mentre gli acquirenti richiedono un premio più elevato, i rendimenti possono restare alti anche in presenza degli interventi di Washington.
È proprio questa incertezza ad alimentare contemporaneamente la pressione sui Treasury, la debolezza del dollaro e l'interesse per l'oro.

Rendimenti alti e oro forte possono convivere

Tradizionalmente, rendimenti obbligazionari elevati rappresentano un ostacolo per l'oro, perché il metallo non paga interessi. Un investitore può quindi preferire un Treasury che offre una cedola reale rispetto a un bene che non genera un flusso finanziario.
Nell'attuale fase, però, il rialzo dei rendimenti viene interpretato almeno in parte non come un semplice segnale di crescita economica, ma come conseguenza di inflazione, debito e rischio fiscale. In questo scenario l'aumento dei tassi a lungo termine può paradossalmente rafforzare la domanda di oro, se gli investitori lo leggono come un sintomo di instabilità.
È una delle ragioni per cui il rapporto tradizionale tra bond e metalli preziosi appare meno lineare del solito. Il mercato non guarda soltanto al rendimento nominale, ma anche al motivo per cui quel rendimento è così alto.

Il dollaro vicino ai minimi di diversi mesi

Sul mercato valutario la moneta americana rimane sotto pressione. L'euro è intorno a 1,168 dollari, mentre il dollaro si muove vicino a 159 yen. La valuta statunitense ha perso terreno anche contro diverse monete legate alle materie prime e alle economie emergenti.
La debolezza del dollar index contrasta in parte con la solidità degli ultimi dati statunitensi. L'attività dei servizi ad agosto ha mostrato il ritmo di espansione più forte da quasi due anni, un dato che normalmente dovrebbe sostenere il biglietto verde.
Il fatto che la valuta non riesca a beneficiare pienamente di questi numeri indica quanto stiano pesando le preoccupazioni relative a debito, politica economica e mercato obbligazionario.

Anche il Canada entra nel quadro di rischio

Alla tensione mediorientale si aggiunge la nuova crisi commerciale tra Stati Uniti e Canada. Dopo il fallimento dei negoziati, Washington ha introdotto dazi del 50% su categorie di prodotti canadesi per un valore nell'ordine di 20 miliardi di dollari.
È importante precisare che il 50% non viene applicato indiscriminatamente all'intero export canadese verso gli Stati Uniti. Le categorie interessate rappresentano una quota relativamente limitata delle esportazioni complessive, ma il problema per i mercati è soprattutto politico: la disputa potrebbe allargarsi a settori molto più importanti.
Ottawa ha annunciato una risposta dollaro per dollaro, con nuove tariffe su prodotti statunitensi che entreranno in vigore l'8 settembre. Tra i comparti coinvolti figurano acciaio, prodotti agricoli, elettrodomestici, elettronica, carta e altri beni.

Il dollaro canadese reagisce alla rottura dei negoziati

La prima reazione è stata visibile sul dollaro canadese, che durante gli scambi asiatici ha perso circa lo 0,3% contro la valuta statunitense. Successivamente ha recuperato una parte significativa del calo, ma rimane esposto all'incertezza commerciale.
Il cambio dollaro USA/dollaro canadese si muove nell'area di 1,38. La risposta relativamente contenuta mostra che una parte del rischio era già stata incorporata, ma non significa che il mercato consideri irrilevante lo scontro.
Canada e Stati Uniti possiedono catene produttive profondamente integrate. Una vera guerra commerciale estesa a settori come auto, acciaio, alluminio ed energia potrebbe avere effetti molto superiori rispetto alle categorie attualmente colpite.

I dazi alimentano anche i timori sull'inflazione

Per i mercati obbligazionari, la disputa commerciale presenta un ulteriore problema. I dazi aumentano il prezzo delle merci importate o costringono le imprese a riorganizzare le catene produttive, con possibili conseguenze sui costi.
Se una quota significativa di questi aumenti viene trasferita ai consumatori, la Federal Reserve potrebbe trovarsi davanti a un'inflazione più resistente. Questo rende più difficile ridurre i tassi d'interesse e può, in determinate condizioni, rendere necessari ulteriori rialzi.
La guerra commerciale nordamericana si collega quindi indirettamente anche al problema dei Treasury: più inflazione significa tassi potenzialmente più elevati per più tempo e maggiore pressione sulle obbligazioni a lunga scadenza.

La Federal Reserve è il prossimo grande interrogativo

Gli investitori aspettano ora il discorso del presidente della Federal Reserve Kevin Warsh al simposio di Jackson Hole, previsto per venerdì. Il mercato cercherà indicazioni sulla valutazione dell'inflazione, sui tassi e sul rapporto tra la politica monetaria della Fed e le recenti iniziative del Tesoro.
Le probabilità implicite nei mercati attribuiscono al momento circa un 40% di possibilità a un rialzo dei tassi nella riunione del 16 settembre. Un aumento entro dicembre viene invece considerato sostanzialmente incorporato nelle quotazioni.
Queste aspettative possono cambiare rapidamente. Un'inflazione superiore alle attese aumenterebbe la probabilità di una politica più restrittiva, mentre dati più deboli potrebbero ridurre la pressione sulla Fed.

Venerdì arriverà anche un dato chiave sull'inflazione

Questa settimana verrà pubblicato anche l'indice dei prezzi PCE, una delle misure di inflazione maggiormente osservate dalla Federal Reserve. Le attese indicano che la componente core di luglio potrebbe mantenersi intorno al 3,3% su base annua.
Un valore di questa dimensione resterebbe superiore al tradizionale obiettivo del 2% della banca centrale. Il problema è che la nuova fase di rialzo dell'energia potrebbe ancora non essere completamente visibile nei dati di luglio e produrre effetti più evidenti nei mesi successivi.
Petrolio, carburanti e tariffe commerciali rappresentano quindi potenziali nuove fonti di pressione inflazionistica, complicando ulteriormente le decisioni della Fed.

Nvidia diventa il test per tutto il settore tecnologico

La geopolitica non è l'unica ragione della debolezza delle borse. Mercoledì arriveranno i risultati trimestrali di Nvidia, diventati uno degli appuntamenti più importanti dell'intero mercato azionario mondiale.
Gli analisti si aspettano ricavi trimestrali nell'ordine di 92 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto all'anno precedente. Il problema per gli investitori è che aspettative di questa portata richiedono risultati eccezionali semplicemente per evitare una delusione.
Le opzioni indicano che il mercato considera possibile un movimento del titolo compreso approssimativamente tra il 5% e il 6,5% in una direzione o nell'altra dopo la pubblicazione dei risultati. Data la capitalizzazione di Nvidia e il suo peso negli indici, una variazione simile può influenzare l'intero Nasdaq e il settore dei semiconduttori.

La Corea del Sud paga la debolezza dei semiconduttori

Il calo di quasi il 3% del mercato sudcoreano riflette anche la particolare esposizione di Seul al settore dei chip. Samsung Electronics perde oltre l'8% dopo che un piano record da circa 79 miliardi di dollari per la remunerazione degli azionisti non ha soddisfatto le aspettative degli investitori.
La reazione mostra quanto siano diventati elevati gli standard richiesti alle grandi società legate all'intelligenza artificiale. Non è sufficiente produrre enormi flussi di cassa o annunciare programmi record: il mercato confronta ogni risultato con aspettative già eccezionalmente alte.
Questa dinamica contribuisce a rendere le borse tecnologiche più vulnerabili proprio mentre i rendimenti obbligazionari elevati aumentano il costo opportunità di detenere azioni con valutazioni molto aggressive.

Alibaba perde quasi il 10% a Hong Kong

In Cina, un altro movimento importante riguarda Alibaba. Le azioni quotate a Hong Kong cedono circa il 9,5% dopo l'annuncio di un'offerta azionaria da circa 10,2 miliardi di dollari.
Gli investitori stanno valutando sia la diluizione associata all'operazione sia gli enormi investimenti necessari per competere nell'intelligenza artificiale e nel cloud. Il mercato teme che la corsa alle infrastrutture AI richieda quantità di capitale sempre più elevate prima di produrre rendimenti proporzionati.
Il calo di Alibaba contribuisce a spiegare parte della debolezza del mercato cinese e dimostra che la seduta asiatica non può essere attribuita esclusivamente alle sanzioni iraniane.

I futures europei segnalano prudenza, non panico

Prima dell'apertura delle principali piazze europee, i futures mostrano una situazione di debolezza contenuta. I contratti sull'Euro Stoxx 50 e sul DAX tedesco cedono intorno allo 0,1%, mentre quelli sul FTSE britannico sono sostanzialmente invariati.
La lettura è quella di un mercato che vuole vedere i dettagli delle sanzioni statunitensi prima di assumere posizioni più nette. Non emerge, almeno nella prima parte della mattinata, un movimento paragonabile a una fuga generalizzata dagli asset rischiosi.
La differenza rispetto alle borse asiatiche può dipendere anche dalla minore esposizione diretta di alcuni indici europei ai grandi titoli tecnologici che oggi stanno subendo la maggiore pressione.

Wall Street è indicata leggermente in calo

Anche i futures statunitensi mostrano una partenza prudente. I contratti sullo S&P 500 perdono circa lo 0,1%, mentre quelli sul Nasdaq arretrano intorno allo 0,4%.
Il Nasdaq risente maggiormente della combinazione tra rendimenti elevati e attesa per Nvidia. Il settore tecnologico ha guidato una parte molto importante del rialzo degli ultimi anni e presenta quindi valutazioni che lasciano poco spazio a risultati inferiori alle attese.
Wall Street dovrà inoltre valutare durante la giornata le prime reazioni americane al deterioramento delle relazioni commerciali con il Canada, un partner economico profondamente integrato con gli Stati Uniti.

Non siamo davanti a una classica fuga da ogni rischio

Nonostante il nervosismo, la configurazione dei mercati non corrisponde ancora a una tradizionale fase di panic selling. Se gli investitori stessero liquidando indiscriminatamente ogni asset rischioso, il movimento sarebbe probabilmente molto più uniforme e violento.
Oggi, invece, convivono dinamiche diverse: le azioni asiatiche scendono, l'oro sale, il petrolio prende profitto dopo forti rialzi, il dollaro rimane debole e i Treasury mantengono rendimenti molto elevati.
Si tratta più precisamente di una fase di riallocazione del rischio, nella quale gli investitori cercano di proteggersi da scenari differenti senza avere ancora una visione dominante su ciò che accadrà.

Perché l'oro è diventato il principale vincitore

Tra le grandi classi di attività, il metallo prezioso rappresenta quella che sta beneficiando maggiormente di questa combinazione. L'oro può infatti essere acquistato contemporaneamente da chi teme una crisi geopolitica, da chi teme l'inflazione e da chi teme una perdita di potere d'acquisto del dollaro.
A differenza del petrolio, non dipende dalla domanda industriale quotidiana nella stessa misura e non è direttamente esposto alla possibilità che un rallentamento economico riduca i consumi. Questo gli consente di svolgere un ruolo diverso durante le fasi di incertezza globale.
Il rialzo mensile vicino al 15% dimostra però anche che una parte considerevole del movimento è già avvenuta. Essere un bene rifugio non significa essere un'attività priva di volatilità o capace di salire indefinitamente.

Anche l'oro può correggere rapidamente

La crescita particolarmente veloce aumenta infatti il rischio di prese di profitto. Se le nuove sanzioni all'Iran risultassero meno severe delle aspettative, il dollaro recuperasse e i rendimenti reali americani tornassero a salire per motivi considerati economicamente positivi, parte degli investitori potrebbe decidere di vendere.
Un prezzo di circa 4.650 dollari l'oncia rappresenta già una quotazione straordinariamente elevata in termini storici. La funzione di copertura non elimina quindi la possibilità di oscillazioni anche molto ampie.
Il messaggio dei mercati non è che l'oro sia diventato improvvisamente privo di rischio, ma che in questa specifica fase gli investitori attribuiscono un valore molto elevato alla protezione dall'incertezza.

Le banche centrali hanno rafforzato la domanda strutturale

Il movimento dell'oro non nasce soltanto dagli operatori finanziari di breve periodo. Negli ultimi anni diverse banche centrali hanno aumentato le proprie riserve auree nel tentativo di diversificare gli asset detenuti e ridurre la dipendenza da singole valute.
Nel secondo trimestre del 2026 gli acquisti ufficiali sono rimasti molto elevati. Questa domanda strutturale crea un sostegno diverso rispetto alla semplice speculazione e contribuisce a spiegare perché l'oro continui a trovare compratori anche dopo rialzi consistenti.
Le tensioni geopolitiche e il crescente utilizzo delle sanzioni finanziarie hanno inoltre rafforzato in diversi Paesi l'interesse per riserve che non dipendano direttamente da conti denominati in dollari o euro.

Le sanzioni all'Iran possono rafforzare proprio questa tendenza

Una nuova offensiva basata su sanzioni secondarie potrebbe avere effetti che vanno oltre l'Iran. Se Washington utilizzerà nuovamente l'accesso al sistema finanziario americano come strumento di pressione, alcuni Paesi potrebbero accelerare gli sforzi per ridurre la propria vulnerabilità al dollaro.
Questo non significa che la valuta statunitense stia perdendo nell'immediato il proprio ruolo centrale nel sistema mondiale. Il dollaro rimane dominante nel commercio, nelle riserve internazionali e nei mercati finanziari.
Ma ogni nuovo episodio di sanzioni su larga scala rafforza il dibattito sulla diversificazione delle riserve, una tendenza dalla quale l'oro può continuare a beneficiare nel lungo periodo.

La vera preoccupazione è la sovrapposizione di più shock

Ciò che rende i mercati particolarmente nervosi non è necessariamente la gravità assoluta di ciascun problema preso isolatamente. È la loro sovrapposizione. Una crisi energetica spinge l'inflazione; l'inflazione tiene alti i tassi; i tassi aumentano il costo del debito; i deficit elevati spingono ulteriormente i rendimenti.
Contemporaneamente, una guerra commerciale può aumentare i prezzi delle merci, mentre la tensione geopolitica sostiene petrolio e beni rifugio. Le aziende tecnologiche devono continuare a giustificare valutazioni elevate nonostante il costo del capitale sia diventato maggiore.
È questa catena di interazioni a rendere il sistema più fragile rispetto a una situazione nella quale esistesse un solo problema facilmente identificabile.

Petrolio e Treasury raccontano due facce dell'inflazione

Il Brent sopra i 90 dollari segnala che l'energia rimane una potenziale fonte di inflazione. Il Treasury trentennale sopra il 5,2% mostra contemporaneamente che gli investitori vogliono essere compensati per detenere debito a lungo termine in un contesto di inflazione e deficit elevati.
Questi due mercati si influenzano reciprocamente. Se il petrolio dovesse tornare rapidamente sopra i massimi recenti, aumenterebbe il timore di una nuova accelerazione dei prezzi al consumo. Ciò potrebbe spingere nuovamente verso l'alto i rendimenti obbligazionari.
Al contrario, un rapido calo energetico ridurrebbe parte delle pressioni inflazionistiche e potrebbe offrire maggiore spazio alla Federal Reserve per mantenere una politica meno restrittiva.

Il rischio di stagflazione rimane sotto osservazione

La combinazione più temuta dai mercati sarebbe un'economia che rallenta mentre l'inflazione rimane elevata, una configurazione spesso descritta con il termine stagflazione. L'energia costosa e i dazi commerciali possono aumentare i prezzi nello stesso momento in cui riducono il potere d'acquisto e gli investimenti.
Al momento non esistono elementi sufficienti per affermare che l'economia mondiale sia entrata in una fase di stagflazione generalizzata. I dati statunitensi sui servizi restano solidi e molte economie continuano a crescere.
La possibilità viene però incorporata nei prezzi perché rappresenta uno degli scenari più difficili per le banche centrali: alzare i tassi protegge dall'inflazione ma indebolisce ulteriormente la crescita, mentre tagliarli può sostenere l'economia ma alimentare nuovi rincari.

Il mercato attende ora tre risposte

Nelle prossime giornate gli investitori cercheranno soprattutto tre risposte. La prima riguarda la reale portata delle sanzioni contro l'Iran e l'eventuale coinvolgimento dei suoi principali partner commerciali.
La seconda arriverà da Nvidia: risultati e prospettive permetteranno di verificare se la crescita dell'intelligenza artificiale continua a giustificare le valutazioni raggiunte dai grandi titoli tecnologici.
La terza risposta arriverà dalla Federal Reserve, attraverso i dati sull'inflazione e le parole di Kevin Warsh a Jackson Hole. Da questi elementi dipenderà una parte importante delle aspettative sui tassi americani per settembre e dicembre.

Il primo appuntamento decisivo arriva già questa sera

Il passaggio più immediato è però la conferenza stampa di Scott Bessent, prevista alle 18:00 GMT, le 20:00 italiane. Fino a quel momento il mercato continuerà a muoversi soprattutto sulle indiscrezioni e sulle dichiarazioni già rilasciate dall'amministrazione Trump.
Gli operatori cercheranno soprattutto riferimenti a Cina, India, banche, assicurazioni, trasporto marittimo e commercio petrolifero. Sarà importante capire quali transazioni verranno vietate e quale periodo verrà concesso alle imprese per adeguarsi.
Un pacchetto molto duro potrebbe aumentare le preoccupazioni sulla disponibilità di petrolio mediorientale. Un annuncio meno incisivo rispetto alla retorica delle ultime giornate potrebbe invece innescare una reazione opposta.

L'Iran resta imprevedibile quanto le sanzioni

Esiste poi una variabile che nessun modello finanziario può prevedere con precisione: la risposta di Teheran. Il governo iraniano ha respinto le minacce americane e afferma che le nuove misure non riusciranno a costringerlo alla resa.
Una risposta limitata alla retorica avrebbe un impatto diverso rispetto a nuove azioni contro infrastrutture energetiche o navigazione nel Golfo. È quindi possibile che i mercati reagiscano due volte: prima al pacchetto statunitense e successivamente alla controreazione iraniana.
È proprio questa sequenza potenzialmente aperta a rendere difficile stabilire oggi se il calo del petrolio rappresenti l'inizio di una correzione o soltanto una breve pausa.

Il nervosismo non equivale ancora a una crisi finanziaria

I movimenti della mattina sono significativi ma non descrivono, allo stato attuale, una crisi finanziaria sistemica. Gli indici asiatici scendono, ma in percentuali compatibili con normali giornate di elevata volatilità; i futures europei e americani mostrano variazioni relativamente contenute.
Non sono emersi segnali generalizzati di malfunzionamento dei mercati del credito o di liquidità. Anche i Treasury, pur sottoposti a forte pressione, continuano a essere scambiati in uno dei mercati più profondi del mondo.
Il quadro corretto è quindi quello di un sistema finanziario molto nervoso, non di un sistema già entrato in panico. La differenza sarà determinata dall'evoluzione degli shock attualmente aperti.

L'oro diventa il termometro della sfiducia

In questo contesto il movimento più simbolico resta quello dell'oro. Un rialzo di circa il 15% in meno di un mese indica che una parte degli investitori sta pagando prezzi sempre più elevati per possedere un'attività percepita come indipendente dalle scelte dei governi e delle banche centrali.
Il metallo prezioso sta riflettendo contemporaneamente il timore di una nuova escalation militare, la debolezza del dollaro, le tensioni sul debito statunitense e l'incertezza sulla direzione futura dei tassi.
Se questi fattori dovessero attenuarsi, una parte del premio incorporato nelle quotazioni potrebbe scomparire rapidamente. Se invece continueranno a rafforzarsi, il ruolo dell'oro come bene rifugio potrebbe restare centrale anche nelle prossime settimane.

Il petrolio resta invece il termometro dell'offerta fisica

Se l'oro misura soprattutto la ricerca di protezione, il petrolio misura in modo più diretto la disponibilità fisica di energia. Per questo il suo andamento potrà risultare molto diverso anche davanti allo stesso avvenimento geopolitico.
Una sanzione che danneggi l'economia iraniana ma non riduca le esportazioni può sostenere l'oro senza necessariamente far salire molto il Brent. Una misura che blocchi milioni di barili o provochi una nuova chiusura di Hormuz avrebbe invece conseguenze immediate sul mercato energetico.
La distinzione sarà essenziale per leggere i movimenti dopo l'annuncio americano e comprendere se il rischio è prevalentemente finanziario oppure si sta trasformando nuovamente in una crisi dell'offerta reale.

Agosto si avvia a chiudersi con mercati completamente trasformati

Soltanto poche settimane fa l'attenzione degli investitori era concentrata soprattutto sulla crescita dell'intelligenza artificiale, sui risultati aziendali e sulle prossime decisioni delle banche centrali. La nuova escalation con l'Iran, la crisi del debito americano e lo scontro commerciale con il Canada hanno modificato rapidamente le priorità.
Il Brent è tornato stabilmente nell'area dei 90 dollari, i rendimenti dei Treasury a lunga scadenza hanno raggiunto livelli che non si vedevano dal 2007 e l'oro si prepara potenzialmente a uno dei mesi migliori della propria storia recente.
È una trasformazione rapida che mostra quanto il sentiment finanziario possa cambiare quando geopolitica, energia e politica fiscale iniziano a muoversi contemporaneamente.

Una settimana capace di cambiare ancora il quadro

Le quotazioni della mattina del 24 agosto devono quindi essere considerate una fotografia provvisoria. La giornata non è ancora entrata nella fase decisiva dell'annuncio sulle sanzioni e nelle prossime quattro sedute arriveranno eventi in grado di produrre movimenti molto più ampi.
Mercoledì toccherà a Nvidia, venerdì ai dati PCE e al discorso di Warsh. Nel frattempo gli investitori dovranno valutare eventuali reazioni dell'Iran e nuove mosse nella disputa commerciale tra Stati Uniti e Canada.
Non è difficile capire perché molti operatori stiano preferendo ridurre le posizioni più rischiose e aumentare l'esposizione verso strumenti difensivi. Il problema non è conoscere un singolo dato, ma stimare correttamente una sequenza di eventi altamente incerta.

Mercati in attesa, con l'oro unico vincitore evidente

La mattina del 24 agosto 2026 lascia quindi un quadro molto definito nei numeri ma ancora incerto nelle prospettive. Il Nikkei perde circa lo 0,5%, il mercato sudcoreano il 2,8%, Taiwan lo 0,5%, il CSI 300 cinese l'1,2% e l'indice MSCI Asia-Pacifico escluso il Giappone circa l'1,3%.
Il Brent arretra intorno ai 93 dollari e il WTI nell'area degli 85-86, pur rimanendo su livelli elevati dopo settimane di tensione. Il rendimento del Treasury trentennale resta vicino al 5,25% e continua a rappresentare una pressione per le valutazioni azionarie.
L'oro procede nella direzione opposta: intorno a 4.650 dollari l'oncia, guadagna ancora nella seduta e porta il rialzo mensile vicino al 15%. È il segnale più evidente di un mercato nel quale una parte crescente degli investitori ritiene che l'incertezza meriti una protezione molto costosa.

La calma dipenderà dalle decisioni, non soltanto dai prezzi

Il vero punto di svolta arriverà quando le minacce diventeranno misure concrete. Fino all'annuncio delle sanzioni all'Iran, il mercato può soltanto valutare scenari. Dopo, sarà possibile stimare con maggiore precisione l'impatto su commercio, petrolio e rapporti internazionali.
Lo stesso vale per il fronte commerciale nordamericano. I dazi del 50% applicati dagli Stati Uniti riguardano categorie selezionate di esportazioni canadesi e non tutto il commercio bilaterale, ma la risposta annunciata da Ottawa dimostra che il conflitto può ancora estendersi.
Infine, i rendimenti elevati dei Treasury continueranno a ricordare agli investitori che il principale rischio finanziario non arriva soltanto dall'estero. Debito, deficit e inflazione statunitensi sono diventati una componente autonoma della volatilità mondiale.

Tra Iran, debito e dazi, il rischio domina l'inizio della settimana

La fotografia dei mercati mondiali è quindi quella di un equilibrio molto delicato. Da una parte restano economie ancora capaci di crescere e grandi aziende tecnologiche che continuano a produrre risultati straordinari. Dall'altra, guerre, tensioni commerciali, energia cara e debito stanno aumentando il premio richiesto dagli investitori per assumere rischio.
Il ribasso di borse e petrolio osservato questa mattina non rappresenta necessariamente l'inizio di una nuova fase discendente. Potrebbe essere una semplice pausa di attesa prima di una settimana decisiva. Ma il rialzo quasi ininterrotto dell'oro mostra che la domanda di protezione non è un fenomeno di una singola seduta.
Il primo test arriverà questa sera con Washington. Da quel momento sarà più chiaro se i mercati abbiano sottovalutato o sopravvalutato l'offensiva economica contro l'Iran. Fino ad allora, prudenza e volatilità resteranno probabilmente le parole dominanti. Secondo voi il rally dell'oro rappresenta soprattutto una reazione temporanea alla geopolitica oppure segnala una sfiducia più profonda verso debito e valute tradizionali? Potete lasciare nei commenti la vostra opinione sull'attuale fase dei mercati.

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