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Libano-Israele, shortlist di Paesi per verificare il disarmo di Hezbollah

Libano e Israele hanno compiuto un nuovo passo nel difficile tentativo di trasformare gli accordi diplomatici degli ultimi mesi in un meccanismo concretamente applicabile sul terreno. Durante i negoziati mediati dagli Stati Uniti è stata definita una shortlist di Paesi che potrebbero inviare personale incaricato di verificare l'effettivo disarmo di Hezbollah, una delle condizioni centrali del processo che dovrebbe accompagnare il progressivo ritiro delle forze israeliane dal territorio libanese.
La notizia rappresenta un avanzamento tecnico significativo, ma non equivale ancora alla creazione di una vera missione internazionale. I nomi degli Stati individuati non sono stati resi pubblici, non è stato comunicato quanti siano e non è ancora stato stabilito quanti militari o osservatori potrebbero essere dispiegati. Saranno gli Stati Uniti a scegliere uno o più Paesi all'interno dell'elenco concordato dalle parti.
Soprattutto, rimane irrisolto il problema politico più difficile dell'intero progetto: Hezbollah non ha partecipato alla negoziazione dell'accordo e continua a dichiarare di non voler rinunciare al proprio arsenale. Il meccanismo di verifica, dunque, sta prendendo forma prima ancora che esista un'intesa con il soggetto il cui disarmo dovrebbe essere verificato.

La shortlist nasce dai negoziati di Roma

L'elenco dei possibili Paesi verificatori è stato definito durante gli incontri tra rappresentanti di Libano e Israele svoltisi questa settimana presso l'ambasciata statunitense a Roma. Le riunioni rappresentano l'ultima fase dei negoziati avviati per trasformare l'accordo quadro raggiunto il 26 giugno in una serie di procedure operative.
La logica adottata è stata quella di individuare soltanto Stati che risultassero accettabili a entrambe le parti, eliminando progressivamente quelli considerati incompatibili con le esigenze di Beirut o di Israele. Il risultato è una lista ristretta sulla quale Washington dovrà ora effettuare la selezione finale.
Non è stato chiarito se il compito sarà assegnato a un solo Paese oppure a una piccola coalizione internazionale. Quest'ultima possibilità resta concreta e potrebbe consentire di distribuire responsabilità, personale e costi della missione tra più governi.

I nomi dei Paesi restano segreti

Uno degli aspetti da chiarire è che non esiste, almeno pubblicamente, un elenco ufficiale dei Paesi candidati. Le autorità coinvolte hanno scelto di non rivelare né i nomi né il numero complessivo degli Stati rimasti nella selezione.
Questa riservatezza è comprensibile considerando la delicatezza dei negoziati. Un Paese incaricato di certificare il disarmo di Hezbollah dovrebbe risultare sufficientemente affidabile per Israele ma, contemporaneamente, accettabile per le istituzioni libanesi e capace di operare senza essere percepito dalla popolazione locale come parte direttamente schierata nel conflitto.
La scelta non riguarda quindi soltanto competenze militari. Servono credibilità diplomatica, capacità logistiche, esperienza internazionale e un rapporto sufficientemente equilibrato con i diversi attori regionali.

Washington avrà l'ultima parola sulla scelta

Gli Stati Uniti, principali mediatori dell'intero processo, dovranno ora restringere la shortlist e stabilire quali Stati possano effettivamente assumere il ruolo di verificatori. Washington potrebbe scegliere più di un partecipante, costruendo un sistema multinazionale.
Il ruolo americano è centrale perché l'accordo tra Libano e Israele è stato raggiunto proprio attraverso la mediazione statunitense e perché gli Stati Uniti partecipano al meccanismo incaricato di coordinare la sua applicazione.
La decisione dovrà però essere accompagnata dall'assenso del Libano, sul cui territorio gli eventuali militari stranieri dovrebbero operare. Non sarebbe quindi sufficiente individuare un Paese disponibile: occorrerà definire anche la cornice giuridica che autorizzi la presenza del personale internazionale.

Beirut ha detto no alle società di sicurezza private

Un elemento già chiarito riguarda la natura dei soggetti che potranno svolgere il controllo. Il governo libanese ha respinto una precedente proposta che prevedeva l'impiego di società di sicurezza private come verificatori indipendenti.
Beirut ha insistito affinché la responsabilità venga affidata esclusivamente a Stati sovrani. Tutti i soggetti rimasti nella shortlist sarebbero quindi governi nazionali, non imprese private o contractor.
La posizione libanese ha una forte componente politica. Affidare a società private il compito di entrare in villaggi, ispezionare aree militari o certificare la rimozione di armi e infrastrutture avrebbe sollevato interrogativi sulla legittimità dell'operazione e sulla responsabilità giuridica degli operatori.

Cosa dovrebbe verificare concretamente la missione

Il termine verifica del disarmo può apparire semplice, ma sul terreno comporterebbe attività estremamente complesse. Non sarebbe sufficiente certificare che un determinato numero di combattenti abbia consegnato fucili o missili.
Il controllo dovrebbe presumibilmente accertare che nelle aree interessate non siano più presenti depositi di armi, postazioni, infrastrutture militari, lanciatori, tunnel o personale armato non appartenente alle istituzioni ufficiali libanesi.
Sarebbe inoltre necessario verificare che le strutture rimosse non vengano successivamente ricostruite. La missione avrebbe quindi bisogno non soltanto di effettuare un'ispezione iniziale, ma potenzialmente di mantenere una capacità continuativa di monitoraggio.

La responsabilità primaria resterebbe all'esercito libanese

L'arrivo di verificatori stranieri non significherebbe affidare ad altri Paesi il compito principale di disarmare Hezbollah. Secondo il quadro negoziato, questa responsabilità spetta alle Forze Armate Libanesi, che dovrebbero progressivamente estendere il controllo dello Stato su tutto il territorio nazionale.
Il soggetto internazionale avrebbe soprattutto una funzione di certificazione: dovrebbe stabilire se una determinata area sia stata effettivamente liberata dalla presenza militare di Hezbollah e degli altri gruppi armati non statali.
Questa distinzione è decisiva. Un conto è inviare osservatori incaricati di verificare il lavoro svolto dall'esercito libanese; un altro sarebbe attribuire a truppe straniere il compito di confiscare direttamente le armi di Hezbollah. Il secondo scenario comporterebbe rischi militari e politici enormemente superiori.

Il legame tra disarmo e ritiro israeliano

L'intero progetto si basa su uno scambio progressivo: mentre il Libano estende il proprio controllo e procede alla rimozione delle strutture armate di Hezbollah, Israele dovrebbe ritirare gradualmente le proprie forze dalle aree occupate nel sud del Paese.
Il meccanismo nasce dalla profonda sfiducia reciproca. Israele sostiene di non poter abbandonare determinate posizioni senza avere la certezza che Hezbollah non torni a utilizzarle per minacciare le comunità israeliane settentrionali.
Beirut, al contrario, sostiene che la presenza delle forze israeliane sul territorio libanese costituisca una violazione della propria sovranità e rende politicamente ancora più difficile affrontare la questione delle armi di Hezbollah.

Perché serve un soggetto terzo

È precisamente questo problema che spiega la necessità di una verifica indipendente. Israele non intende affidarsi esclusivamente alle dichiarazioni delle autorità libanesi, mentre per Beirut sarebbe politicamente problematico accettare che siano le stesse forze israeliane a determinare autonomamente quando un'area possa essere considerata disarmata.
Un Paese terzo dovrebbe quindi fungere da garante tecnico. Se certificasse che l'esercito libanese ha rimosso armi e infrastrutture non autorizzate da una determinata zona, tale certificazione potrebbe permettere di avviare la successiva fase del ritiro israeliano.
Il valore della missione dipenderà inevitabilmente dalla sua credibilità. Se una delle parti iniziasse a contestarne sistematicamente le verifiche, l'intero meccanismo rischierebbe rapidamente di bloccarsi.

Il modello delle "pilot zones"

L'accordo del 26 giugno prevede di procedere inizialmente attraverso alcune zone pilota. L'idea è applicare il processo in aree delimitate prima di estenderlo progressivamente ad altre parti del Libano meridionale.
In queste zone l'esercito libanese dovrebbe assumere il controllo esclusivo della sicurezza, eliminare la presenza di gruppi armati non statali e creare le condizioni per il ritorno dei civili e l'avvio della ricostruzione.
Parallelamente, le forze israeliane dovrebbero arretrare dalle aree concordate. Il modello consentirebbe di verificare su scala limitata se la sequenza disarmo-verifica-ritiro sia realmente applicabile prima di utilizzarla su un territorio molto più vasto.

Il primo esperimento ha mostrato quanto il processo sia difficile

Le prime applicazioni delle zone pilota hanno già evidenziato la complessità del progetto. Il sud del Libano è un territorio segnato da decenni di conflitto, con villaggi distrutti, residenti sfollati, infrastrutture militari e una presenza israeliana ancora significativa.
In alcune aree l'esercito libanese ha iniziato ad assumere nuove responsabilità, ma ogni passaggio richiede verifiche, coordinamento e negoziazioni sul successivo arretramento israeliano.
La possibilità di sostituire il sistema villaggio per villaggio con zone più grandi è stata discussa proprio per rendere il processo più rapido. Una superficie maggiore, tuttavia, rende anche molto più complessa la certificazione dell'assenza di strutture militari nascoste.

Nessun accordo sulla prossima area di ritiro

Nonostante i progressi sulla shortlist, l'ultima tornata di negoziati non ha prodotto un accordo sulla prossima zona dalla quale dovrebbero ritirarsi le forze israeliane.
Il Libano ha indicato tra le possibili aree le zone di Bint Jbeil e Khiam, due importanti centri del sud profondamente segnati dalle operazioni militari e dai bombardamenti.
L'assenza di un'intesa dimostra che la selezione dei verificatori rappresenta soltanto una delle componenti del negoziato. Rimane ancora da stabilire come tradurre concretamente la formula generale del ritiro progressivo in una successione di movimenti militari sul terreno.

Israele mantiene una fascia di territorio nel sud del Libano

Le forze israeliane continuano a occupare una fascia del Libano meridionale conquistata durante la nuova fase della guerra scoppiata nel 2026. In diversi settori la presenza si estende per chilometri oltre il confine internazionale.
Israele descrive parte di questa area come una zona di sicurezza necessaria per impedire a Hezbollah di tornare a posizionare combattenti, missili anticarro e altre armi nelle vicinanze delle comunità israeliane settentrionali.
Il governo libanese considera invece prioritario il completo ripristino della propria integrità territoriale e insiste affinché gli arretramenti israeliani procedano insieme al rafforzamento dell'autorità delle proprie forze armate.

Hezbollah resta fuori dall'accordo

La contraddizione fondamentale dell'intero processo è che Hezbollah non ha firmato l'accordo del 26 giugno e non partecipa direttamente ai negoziati tra Libano e Israele.
Il movimento sciita ha respinto la prospettiva di un disarmo nazionale e considera l'accordo mediato dagli Stati Uniti inaccettabile. La sua posizione rimane quella secondo cui le armi costituiscono uno strumento di resistenza contro Israele finché esiste una presenza israeliana sul territorio libanese.
Ciò significa che il governo di Beirut sta negoziando un processo che, per diventare pienamente operativo, richiederebbe la collaborazione o almeno la non opposizione di una delle organizzazioni politico-militari più potenti del Libano.

La posizione di Hezbollah sulle proprie armi

Hezbollah sostiene da tempo che le proprie armi siano necessarie per difendere il Libano da Israele e ha respinto l'interpretazione secondo cui gli accordi internazionali imporrebbero automaticamente la consegna immediata dell'intero arsenale in tutto il Paese.
Il movimento ha in passato accettato il rafforzamento dell'autorità statale nell'area a sud del fiume Litani, ma continua a opporsi a una smilitarizzazione completa che elimini la propria capacità militare nazionale.
La nuova intesa va invece molto oltre la sola fascia meridionale: l'obiettivo indicato è il ripristino del monopolio statale delle armi sull'intero territorio libanese. È precisamente su questo punto che la distanza tra il governo e Hezbollah diventa più difficile da colmare.

Il rischio di uno scontro interno libanese

La questione è particolarmente sensibile perché tentare di disarmare con la forza Hezbollah potrebbe produrre conseguenze interne molto gravi. Esponenti del movimento hanno avvertito che un'imposizione coercitiva dell'accordo potrebbe trascinare il Paese verso uno scontro civile.
Il Libano conserva una struttura politica e sociale estremamente complessa, costruita attorno a delicati equilibri tra comunità religiose e gruppi politici. Qualsiasi confronto armato tra esercito e Hezbollah rappresenterebbe quindi uno scenario che le istituzioni libanesi cercano di evitare.
Per Beirut la sfida consiste nel riaffermare la sovranità dello Stato senza provocare una nuova crisi interna. È uno dei motivi per cui il processo viene immaginato come graduale, collegato al ritiro israeliano e sostenuto da garanzie internazionali.

La Risoluzione 1701 resta un punto di riferimento

Il problema delle armi nel sud del Libano non nasce nel 2026. La Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, approvata nel 2006 dopo la precedente guerra tra Israele e Hezbollah, aveva già stabilito principi fondamentali per la sicurezza dell'area.
Tra questi figura la necessità che la zona compresa tra la Blue Line e il fiume Litani sia libera da personale armato, mezzi e armi diversi da quelli appartenenti al governo libanese e alla presenza internazionale autorizzata.
Il problema storico è stato l'attuazione incompleta di tali disposizioni. Hezbollah ha mantenuto negli anni una significativa capacità militare, mentre Israele ha ripetutamente denunciato la presenza di infrastrutture e armamenti del movimento nel sud del Paese.

Il ruolo dell'UNIFIL potrebbe cambiare

Una delle ipotesi considerate per ospitare i nuovi verificatori riguarda l'UNIFIL, la forza delle Nazioni Unite presente nel sud del Libano dal 1978 e profondamente rafforzata dopo la guerra del 2006.
Il suo futuro è però particolarmente delicato. L'attuale mandato termina il 31 dicembre 2026 e la pianificazione internazionale prevede successivamente un progressivo ridimensionamento e ritiro della missione.
Inserire i nuovi verificatori all'interno o in collegamento con UNIFIL richiederebbe quindi una modifica dell'attuale architettura internazionale e potrebbe rendere necessario un nuovo intervento del Consiglio di Sicurezza.

Potrebbe servire una nuova risoluzione dell'ONU

Una possibilità concreta è quindi l'approvazione di una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza che definisca mandato, responsabilità e status delle forze incaricate della verifica.
Un simile passaggio offrirebbe alla missione una cornice internazionale particolarmente forte, ma richiederebbe un accordo politico tra i membri del Consiglio di Sicurezza, compresi quelli dotati di diritto di veto.
Esistono anche alternative: i verificatori potrebbero operare sotto un'altra struttura delle Nazioni Unite oppure attraverso un accordo specifico, come un memorandum d'intesa sottoscritto direttamente con il governo libanese.

Bisogna ancora stabilire quante forze inviare

Non è stato definito nemmeno il numero di militari o osservatori necessari. La consistenza della missione dipenderà inevitabilmente dal territorio che dovrà controllare e dalle funzioni che le verranno attribuite.
Una piccola squadra potrebbe verificare singole installazioni già identificate dall'esercito libanese, ma sarebbe insufficiente se il compito diventasse monitorare continuativamente decine o centinaia di località.
Al contrario, un grande contingente internazionale richiederebbe basi, mezzi, sistemi di comunicazione, protezione, assistenza medica e una complessa catena logistica. Prima della scelta definitiva servirà quindi definire con precisione il mandato.

Come lavorerebbero i verificatori con l'esercito libanese

Un'altra questione ancora aperta riguarda il rapporto operativo con le Forze Armate Libanesi. La missione non potrebbe realisticamente muoversi nel territorio senza un coordinamento molto stretto con l'esercito nazionale.
Dovrebbero essere definite procedure per l'accesso alle aree, lo scambio di informazioni, le ispezioni e la gestione di eventuali armi rinvenute. Andrebbe inoltre stabilito chi avrebbe l'autorità ultima nel caso di disaccordo sulla valutazione di una determinata zona.
La questione diventa ancora più complessa qualora venissero individuate strutture attribuite a Hezbollah che il movimento rifiutasse di abbandonare. In quel caso la semplice attività di verifica potrebbe trasformarsi in una crisi politica e di sicurezza.

Il nodo delle informazioni di intelligence

La verifica del disarmo richiederebbe inevitabilmente anche informazioni di intelligence. Un deposito sotterraneo o una postazione nascosta non possono essere esclusi semplicemente osservando un villaggio dall'esterno.
Israele dispone di una propria rete di sorveglianza e potrebbe fornire indicazioni sulla presenza di presunte infrastrutture militari. Ma un meccanismo credibile non potrebbe basarsi esclusivamente su informazioni israeliane, perché Beirut e Hezbollah potrebbero contestarne l'imparzialità.
I Paesi verificatori dovrebbero quindi sviluppare procedure indipendenti per valutare le segnalazioni e distinguere tra informazioni confermate, sospetti e accuse non dimostrate.

La ricostruzione è parte dello stesso accordo

Il processo non riguarda soltanto sicurezza e armi. Il quadro del 26 giugno collega le zone pilota anche alla ricostruzione delle località devastate dalla guerra e al ritorno dei residenti sfollati.
Molti villaggi del Libano meridionale hanno subito danni estesi e una parte significativa della popolazione è stata costretta ad abbandonare le proprie abitazioni. Il ritorno stabile richiede non soltanto la fine dei combattimenti, ma anche strade, elettricità, acqua, scuole e servizi sanitari funzionanti.
La ricostruzione diventa così uno degli incentivi del processo: alle aree nelle quali viene ristabilita la sicurezza dovrebbe corrispondere progressivamente un ritorno degli investimenti e dell'assistenza internazionale.

Più di un milione di libanesi era stato costretto a fuggire

La nuova guerra esplosa nel 2026 ha prodotto un enorme impatto sulla popolazione libanese. L'ampliamento delle operazioni israeliane e l'occupazione di una fascia del sud hanno costretto più di un milione di persone ad abbandonare temporaneamente le proprie case.
Il destino degli sfollati rappresenta quindi un elemento essenziale del negoziato. Per Beirut, un accordo che non consenta il ritorno dei residenti nelle località meridionali avrebbe un valore politico molto limitato.
Israele sostiene a sua volta che qualsiasi ritorno debba avvenire senza ricostituire le condizioni che permettevano a Hezbollah di mantenere postazioni militari nelle vicinanze del confine.

Il conflitto del 2026 ha cambiato gli equilibri

L'attuale negoziato nasce dalla nuova fase di guerra iniziata dopo il 28 febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l'Iran. Due giorni dopo Hezbollah ha aperto il fuoco contro Israele dichiarando di agire in solidarietà con Teheran.
La risposta israeliana ha incluso intensi bombardamenti aerei e una nuova offensiva terrestre nel Libano meridionale, ampliando significativamente l'area sotto controllo militare israeliano.
Il conflitto ha modificato profondamente il rapporto di forza tra le parti e ha spinto il governo libanese verso negoziati diretti, mediati dagli Stati Uniti, per ottenere un ritiro delle forze israeliane e recuperare il controllo del territorio.

Il cessate il fuoco resta fragile

Nonostante i negoziati, la situazione militare rimane estremamente instabile. Il cessate il fuoco raggiunto nel giugno 2026 ha ridotto l'intensità generale dei combattimenti ma non ha eliminato completamente attacchi e incidenti.
Nei giorni immediatamente precedenti ai colloqui di Roma, una nuova escalation nel Libano meridionale ha mostrato quanto rapidamente il quadro possa deteriorarsi. Israele ha accusato Hezbollah di violazioni e ha effettuato nuovi attacchi, mentre le autorità libanesi hanno denunciato vittime e danni.
Ogni episodio può rallentare il processo diplomatico perché rafforza la convinzione israeliana che Hezbollah costituisca ancora una minaccia militare e, contemporaneamente, aumenta in Libano la pressione per un ritiro immediato delle forze israeliane.

Per Israele il disarmo viene prima del ritiro completo

La posizione israeliana rimane sostanzialmente invariata: il ritiro completo potrà avvenire soltanto quando Hezbollah sarà disarmato e non sarà più in grado di minacciare le comunità del nord di Israele.
Il governo israeliano ritiene che il precedente assetto abbia permesso al movimento di ricostruire per anni una vasta infrastruttura militare nel Libano meridionale nonostante la presenza dell'esercito libanese e delle forze internazionali.
Da qui la richiesta di una verifica affidata a una terza parte: Israele vuole che l'eventuale ritiro sia collegato a risultati misurabili, non soltanto a impegni politici assunti da Beirut.

Per il Libano il ritiro israeliano è indispensabile

La prospettiva libanese è quasi speculare. Beirut sostiene che la permanenza delle truppe israeliane renda più difficile ristabilire la piena sovranità dello Stato e alimenti le argomentazioni utilizzate da Hezbollah per giustificare il mantenimento delle proprie armi.
Per le istituzioni libanesi il processo deve quindi produrre contemporaneamente due risultati: il monopolio statale della forza e la fine della presenza militare israeliana sul territorio nazionale.
Se uno dei due elementi venisse applicato senza l'altro, l'intero equilibrio politico potrebbe diventare insostenibile. È per questo che la gradualità delle zone pilota è stata scelta come possibile soluzione al problema.

Un meccanismo costruito sulla reciprocità

In termini pratici, il modello può essere riassunto come una catena di passaggi: l'esercito libanese entra in un'area, rimuove le armi non autorizzate, un soggetto terzo verifica il risultato e Israele procede a un arretramento concordato.
Successivamente lo stesso schema dovrebbe essere applicato a una nuova zona, ampliando progressivamente il controllo dello Stato libanese e riducendo la presenza israeliana.
È una struttura apparentemente lineare, ma ogni passaggio può diventare motivo di controversia. Basta che Israele contesti la certificazione, che Beirut consideri insufficiente il ritiro o che Hezbollah impedisca un'ispezione perché l'intera sequenza si fermi.

La verifica potrebbe diventare il cuore dell'intero accordo

Per questo la scelta dei Paesi verificatori è molto più importante di quanto possa apparire. Il soggetto terzo potrebbe diventare l'arbitro tecnico che determina quando una fase è stata completata e quando può iniziare quella successiva.
Una certificazione positiva potrebbe sbloccare il ritiro israeliano da una località. Una verifica negativa potrebbe invece mantenere le truppe israeliane nelle posizioni esistenti e obbligare l'esercito libanese a effettuare ulteriori operazioni.
La missione avrebbe quindi un'influenza diretta non soltanto sul disarmo, ma sulla geografia militare del Libano meridionale.

Il problema di chi decide quando un'area è realmente disarmata

Resta da stabilire quale standard debba essere utilizzato per dichiarare una zona libera da Hezbollah. L'assenza visibile di combattenti armati non dimostra necessariamente che non esistano depositi nascosti o strutture sotterranee.
Allo stesso tempo, pretendere una certezza assoluta sarebbe praticamente impossibile. Nessuna missione può dimostrare con sicurezza matematica l'inesistenza di qualsiasi arma clandestina all'interno di un territorio complesso e densamente abitato.
Sarà quindi necessario stabilire criteri condivisi: numero e tipo delle ispezioni, accesso ai siti, gestione delle segnalazioni e livello di prova necessario per certificare il completamento del disarmo.

La questione della Francia

Tra le indiscrezioni emerse durante il percorso negoziale figura anche l'esclusione della Francia dai possibili verificatori, dopo obiezioni attribuite a Israele e agli Stati Uniti. Parigi mantiene legami storici molto profondi con il Libano ed è da tempo uno dei principali attori diplomatici internazionali impegnati nel Paese.
Non essendo stata pubblicata la shortlist, tuttavia, non è possibile ricostruire con certezza quali altri Stati siano entrati o usciti dal processo di selezione. Sarebbe quindi prematuro indicare una composizione precisa della futura missione.
L'episodio mostra comunque quanto la scelta del verificatore sia una questione non soltanto tecnica ma anche geopolitica: ogni candidato viene valutato sulla base dei propri rapporti con Beirut, Israele, Washington e gli altri protagonisti regionali.

Il ruolo dell'Iran resta sullo sfondo

Qualsiasi discussione sul futuro di Hezbollah coinvolge inevitabilmente anche l'Iran, principale alleato regionale e sostenitore storico del movimento libanese.
Teheran ha fornito per decenni sostegno politico, finanziario e militare a Hezbollah, che è diventato uno dei principali elementi della strategia regionale iraniana. Il conflitto del 2026 ha tuttavia modificato profondamente gli equilibri e ha collegato ancora più strettamente il dossier libanese al confronto diretto tra Iran, Israele e Stati Uniti.
Hezbollah continua a sostenere che la questione delle proprie armi non possa essere separata dall'occupazione israeliana e dal più ampio assetto regionale. Questo rende più difficile trattare il disarmo come una semplice operazione interna al Libano.

Il governo libanese cerca di recuperare il monopolio delle armi

Per le istituzioni di Beirut il tema centrale resta quello della sovranità. Un normale Stato dovrebbe disporre del monopolio delle forze armate e delle decisioni sulla guerra e sulla pace, mentre in Libano Hezbollah ha mantenuto per decenni un arsenale autonomo.
L'esercito libanese ha già ampliato in modo significativo il proprio controllo nelle aree a sud del Litani, confiscando armi e assumendo posizioni precedentemente occupate da strutture non statali.
Il passaggio successivo, tuttavia, è molto più complesso perché riguarda il futuro complessivo dell'apparato militare di Hezbollah, non soltanto la sua presenza immediatamente adiacente al confine israeliano.

Hezbollah è anche un attore politico libanese

Un'altra ragione della complessità risiede nella natura stessa di Hezbollah. Non si tratta esclusivamente di un'organizzazione militare: il movimento è anche una forza politica rappresentata nelle istituzioni libanesi e dispone di una vasta struttura sociale.
Il problema del disarmo non può quindi essere trattato come la semplice eliminazione di un gruppo armato clandestino. Coinvolge equilibri parlamentari, alleanze interne, rappresentanza della comunità sciita e rapporti tra le principali componenti del sistema politico libanese.
Qualunque processo sostenibile dovrà inevitabilmente confrontarsi anche con questa dimensione politica e sociale, oltre che con quella strettamente militare.

Il rischio è un accordo tecnicamente perfetto ma politicamente inapplicabile

La costruzione di procedure dettagliate per verificare il disarmo può risolvere molti problemi tecnici, ma non elimina la questione fondamentale del consenso.
Se Hezbollah continuerà a rifiutare categoricamente la consegna dell'intero arsenale, il governo libanese dovrà decidere fino a che punto spingersi per applicare un accordo sottoscritto senza la partecipazione del movimento.
È questo il principale rischio del processo: costruire un sistema internazionale sofisticato di verifiche, zone pilota e ritiri senza avere ancora risolto il problema politico che determina se il disarmo possa effettivamente avvenire.

I prossimi colloqui sono previsti per settembre

Dopo gli incontri di Roma, una nuova tornata di negoziati è prevista per l'inizio di settembre. Entro allora Washington potrebbe avere compiuto nuovi passi nella selezione dei Paesi verificatori.
Le parti dovranno affrontare anche la questione della prossima area di ritiro israeliano e continuare a definire il cosiddetto Security Annex, destinato a contenere i dettagli operativi del quadro raggiunto a giugno.
La pausa diplomatica non significa però che la situazione sul terreno resterà immobile. Qualsiasi nuovo scontro tra Israele e Hezbollah potrebbe alterare le condizioni politiche nelle quali riprenderanno i colloqui.

La shortlist è un progresso, non ancora una svolta

La scelta di una lista condivisa di possibili Paesi verificatori è indubbiamente un passo avanti perché affronta uno dei problemi più concreti dell'accordo: stabilire chi debba certificare l'effettiva rimozione delle capacità militari di Hezbollah.
Non deve però essere interpretata come la prova che il disarmo sia ormai imminente. Non è ancora stato scelto il verificatore, non è stato definito il numero delle forze, non esiste una cornice giuridica definitiva e soprattutto Hezbollah continua a respingere il principio centrale dell'intesa.
Anche il meccanismo di ritiro israeliano resta incompleto, come dimostra la mancata intesa sulla prossima area dalla quale le forze di Israele dovrebbero arretrare.

Il vero test sarà la prima certificazione

Il momento decisivo arriverà quando un soggetto internazionale sarà chiamato per la prima volta a dichiarare ufficialmente una zona effettivamente disarmata. Solo allora sarà possibile capire se il sistema costruito dai negoziatori funziona realmente.
Se Israele accetterà la verifica e procederà al ritiro concordato, il modello potrà acquisire credibilità e diventare replicabile in altre aree. Se invece emergeranno contestazioni, l'intero processo rischierà di fermarsi già alla sua prima applicazione.
Per il Libano sarà altrettanto importante dimostrare che l'esercito nazionale è in grado di mantenere stabilmente il controllo delle zone restituite, impedendo il ritorno di strutture armate non autorizzate.

Tra disarmo, sovranità e sicurezza si decide il futuro del sud del Libano

Il negoziato tra Libano e Israele è quindi entrato in una fase in cui i grandi principi devono trasformarsi in procedure concrete. La shortlist dei possibili verificatori è uno di questi passaggi: apparentemente tecnico, ma potenzialmente decisivo per determinare chi stabilirà se gli impegni siano stati realmente rispettati.
Per Israele la priorità è impedire che Hezbollah ricostruisca una minaccia militare lungo il confine. Per Beirut l'obiettivo è recuperare l'intero territorio nazionale, riportare gli sfollati nelle proprie case e ristabilire il monopolio statale delle armi senza precipitare in uno scontro interno.
Tra queste due esigenze si colloca la futura missione di verifica. La sua credibilità dipenderà dall'indipendenza dei Paesi scelti, dalla chiarezza del mandato e dalla disponibilità delle parti ad accettarne le decisioni.

Il passaggio decisivo resta convincere Hezbollah

Tutto, però, continua a ruotare attorno alla questione che nessuna shortlist può risolvere da sola: la posizione di Hezbollah. Finché il movimento rimarrà fuori dall'accordo e contrario al disarmo completo, il piano continuerà a poggiare su un equilibrio estremamente fragile.
Una verifica internazionale può certificare la rimozione delle armi, ma non può sostituire il consenso politico necessario affinché quelle armi vengano effettivamente rimosse. Allo stesso modo, il ritiro israeliano può ridurre una delle principali ragioni invocate da Hezbollah per mantenere il proprio arsenale, ma richiede garanzie di sicurezza che Israele considera indispensabili.
La shortlist concordata a Roma è quindi un segnale di progresso diplomatico, non la soluzione definitiva. Le prossime settimane diranno se Washington riuscirà a trasformarla in una vera missione internazionale e, soprattutto, se il meccanismo di disarmo e ritiro sarà abbastanza credibile da sopravvivere alle profonde divergenze ancora presenti.
Voi cosa ne pensate? La presenza di verificatori internazionali può offrire garanzie sufficienti per permettere il ritiro israeliano e il progressivo disarmo di Hezbollah, oppure ritenete che senza un'intesa diretta con il movimento il piano sia destinato a rimanere incompleto? Lasciate un commento e condividete il vostro punto di vista.

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