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L'escalation nel Golfo Persico: tra stallo geopolitico e conseguenze per l'economia globale

Le acque del Golfo Persico continuano a essere il palcoscenico di una tesissima e pericolosa partita a scacchi internazionale. Un nuovo e grave incidente ha coinvolto una nave mercantile - nello specifico una porta rinfuse di cui non è stata resa nota la bandiera - che ha preso fuoco a poche decine di chilometri dalle coste del Qatar. L'incendio, monitorato e confermato dai centri di controllo per le operazioni marittime del Regno Unito, si inserisce in un quadro di continui e ravvicinati scontri navali, seguendo di poco la comparsa di una misteriosa macchia di petrolio nei pressi della strategica isola di Kharg.
Il blocco di Hormuz e il fallimento della narrazione americana Al centro di questa crisi vi è il controllo assoluto dello Stretto di Hormuz. Nonostante la narrazione ufficiale dell'amministrazione statunitense affermi di avere la situazione sotto controllo e di aver messo l'avversario in ginocchio, la realtà dei fatti dimostra un quadro diametralmente opposto. Il recente passaggio di una nave del Qatar carica di gas naturale liquefatto (GNL) rappresenta un'eccezione in uno stretto che rimane di fatto sotto il rigido blocco navale imposto da Teheran.
Le forze armate iraniane hanno ribadito un concetto inequivocabile: qualsiasi nazione decida di allinearsi alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti incontrerà insormontabili difficoltà nel far transitare le proprie imbarcazioni commerciali in quelle acque. A questo si aggiunge la promessa di una rappresaglia immediata per ogni attacco subito dalle proprie petroliere, rispondendo colpo su colpo alle recenti offensive statunitensi.
Anche sul fronte diplomatico, la presunta supremazia di Washington sta vacillando. Gli Stati Uniti avevano presentato un memorandum di accordo, dichiarando pubblicamente che l'Iran, ormai disperato, lo avrebbe firmato in tempi record. Al contrario, il governo iraniano si è preso tutto il tempo necessario per valutare la proposta alle proprie condizioni, infliggendo una pesante umiliazione diplomatica a una superpotenza che fatica sempre più a districarsi dalla complessa situazione che ha contribuito a creare.
La passività dell'Europa e le contraddizioni internazionali Mentre gli Stati Uniti subiscono i contraccolpi politico-militari delle proprie mosse, l'Europa si ritrova a pagare un prezzo altissimo, dimostrando una totale mancanza di indipendenza. Appiattendosi acriticamente sulle posizioni di Washington, i governi europei stanno collezionando pessime figure sul piano diplomatico.
Questa subordinazione politica risulta evidente anche in altri scacchieri, come nel caso del disastro umanitario in corso in Medio Oriente. Le istituzioni europee evitano accuratamente di prendere posizioni ferme o di applicare sanzioni contro Israele per le operazioni militari condotte a Gaza, in Libano, in Cisgiordania e in Siria. Mantenendo intatti i contratti di collaborazione ed evitando qualsiasi ostacolo politico, l'Europa certifica la propria irrilevanza strategica, subendo passivamente le direttive altrui.
Il mito dei depositi e il limite delle infrastrutture Per giustificare l'efficacia dell'embargo, è stata diffusa la teoria secondo cui l'impossibilità di esportare greggio avrebbe portato i depositi petroliferi iraniani a riempirsi fino all'esplosione. Si tratta tuttavia di un'assurdità tecnica e propagandistica, simile alle narrazioni che dipingono interi eserciti costretti a combattere a mani nude. Nella realtà, i complessi sistemi di estrazione sono dotati di valvole di sicurezza e meccanismi che permettono di rallentare o fermare i pompaggi in caso di sovrabbondanza.
Per aggirare lo stretto bloccato, molte nazioni si stanno affidando a infrastrutture alternative, come il grande oleodotto est-ovest saudita che trasporta il greggio fino al Mar Rosso. Tuttavia, i condotti fisici possiedono un limite di capacità invalicabile. A differenza del trasporto marittimo - che è soggetto a contrattazioni continue e altamente esposto alla speculazione - il trasporto via tubo garantisce flussi costanti ma non può essere ampliato oltre la propria portata massima. Questo spiega perché, a livello globale, si assista a continui sabotaggi delle grandi infrastrutture energetiche, volti proprio a costringere il mercato a dipendere dalle rotte navali controllate e dalle fluttuazioni di prezzo.
I signori della crisi: chi si arricchisce e chi crolla In questo scenario di instabilità, si delinea una nettissima divisione tra chi trae immensi profitti e chi sprofonda nella crisi. I primi grandi vincitori sono i colossi petroliferi. Con il prezzo del petrolio stabilmente sopra i cento dollari al barile e il gas raddoppiato, aziende statali e private registrano entrate senza precedenti. Basti pensare che le principali compagnie saudite hanno recentemente dichiarato utili netti trimestrali di svariate decine di miliardi di dollari, con incrementi superiori al venticinque percento rispetto agli anni precedenti, una percentuale che rispecchia esattamente l'ammanco di greggio bloccato nello stretto.
A festeggiare sono anche l'industria degli armamenti, spinta da una domanda globale fuori controllo, e i vertici della finanza. Indici azionari come l'S&P 500 toccano i massimi storici, alimentando forti sospetti di manipolazione e insider trading da parte di chi sfrutta la volatilità geopolitica per speculare.
Il dramma dell'economia reale e delle famiglie Se la finanza e il settore energetico prosperano, l'economia reale globale è in ginocchio. Colossi della manifattura e del settore automobilistico mondiale stanno registrando perdite a doppia cifra, schiacciati dalla carenza di materie prime, dai costi dell'energia e dal crollo delle esportazioni.
Tuttavia, l'anello debole e finale di questa catena sono i cittadini. I costi di queste tensioni geopolitiche vengono sistematicamente scaricati sulle popolazioni, innescando un'ondata di rincari devastante. Si stima che l'impatto di questa crisi genererà un aumento dei costi che oscilla tra i mille e i duemila euro annui per ogni famiglia. Per un nucleo familiare medio, sostenuto da normali stipendi da lavoro dipendente, la situazione sta diventando insostenibile. Far fronte a bollette spropositate, tasse, costi di manutenzione per le automobili e all'aumento generalizzato dei prezzi dei beni di prima necessità e dell'igiene personale, significa erodere completamente il proprio potere d'acquisto, pagando di tasca propria il conto di una guerra di potere lontana migliaia di chilometri.

Di Leonardo

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