L'era del singolarismo: come l'ossessione per l'io ha distrutto la partecipazione politica
La società contemporanea è attraversata da una profonda e radicata sfiducia di massa nei confronti delle istituzioni, dei partiti e della politica in generale. Di fronte a questo diffuso malcontento, che appare largamente giustificato dalle contingenze storiche ed economiche, emerge un paradosso inquietante: l'assenza quasi totale di nuove forme di organizzazione collettiva. Sebbene non manchino episodi di ribellione, questi si concentrano sistematicamente su rivendicazioni frammentate e specifiche, rivelandosi incapaci di resistere alla prova del tempo o di proporre una visione organica di cambiamento.
Spesso si tende a incolpare il consumismo o un generico individualismo. In realtà, l'ambizione individuale è sempre stata il motore della modernità occidentale: le grandi rivoluzioni del passato sono nate proprio dalla volontà dei singoli di migliorare la propria condizione. Tuttavia, per raggiungere i loro scopi, quegli individui hanno dovuto necessariamente costruire un solido legame sociale. Oggi, questo delicato bilanciamento tra le aspirazioni della persona e la necessità di fare rete si è irrimediabilmente spezzato.
Le radici del patto sociale e il controllo delle passioni
Per comprendere come si sia giunti all'attuale paralisi, è necessario ripercorrere l'evoluzione del concetto di potere. In epoca moderna, le rivoluzioni europee hanno stravolto il modo di concepire l'istituzione politica, abbattendo l'idea che l'autorità dei sovrani derivasse da un mandato divino. Alla figura di un monarca intoccabile si è sostituito l'uomo in carne ed ossa, soggetto al giudizio del popolo.
Senza più una divinità a legittimare il comando, i filosofi dell'epoca, in primis Thomas Hobbes, dovettero trovare una nuova giustificazione per l'esistenza dello Stato. La tesi di partenza era profondamente pessimista: l'essere umano è guidato da passioni prive di limiti naturali ed è, per sua natura, un lupo per gli altri uomini, in perenne conflitto con i propri simili. Per frenare questa aggressività distruttiva, la politica è stata concepita come un artificio, un Dio mortale incaricato di arginare il desiderio illimitato del singolo. Il paradosso fondativo della politica moderna risiede qui: le istituzioni impongono limiti e regole unicamente per garantire l'autoconservazione della società, permettendo agli individui di perseguire i propri interessi terreni senza annientarsi a vicenda.
Dall'illusione collettiva alla crisi della mediazione
Con l'avvento dell'Illuminismo, questo pessimismo radicale subisce una battuta d'arresto. L'uomo inizia a essere percepito come un essere dotato di ragione; di conseguenza, la politica non deve più limitarsi a mantenere l'ordine e a evitare la carneficina, ma deve ambire a progettare e cambiare concretamente il mondo. Questa boccata di ottimismo storico porta alla nascita delle democrazie costituzionali, dei grandi sindacati e dei partiti di massa. In questo scenario, il cittadino media i propri interessi personali con quelli del gruppo a cui appartiene. Ogni rivendicazione perde il suo carattere puramente egoistico per diventare il frutto di una mediazione collettiva.
Questo meccanismo virtuoso ha funzionato finché è stato possibile trovare un denominatore comune tra le esigenze delle masse. Tuttavia, il boom economico e il conseguente miglioramento delle condizioni di vita hanno progressivamente spostato le priorità delle persone dai bisogni materiali (come il salario o il pane) a bisogni post-materiali, legati alla qualità della vita, all'autorealizzazione e ai diritti civili. Di fronte a queste nuove istanze, le burocrazie dei vecchi partiti e sindacati si sono rivelate rigide e inadeguate.
La risposta popolare è stata una radicalizzazione delle rivendicazioni individuali. La protesta si è trasformata in un feroce antiautoritarismo, scagliandosi contro qualsiasi figura percepita come un limite al libero sviluppo della persona: il professore, il padre di famiglia, il padrone della fabbrica e lo Stato stesso. Questa spinta libertaria, nata per emancipare l'individuo, si è però presto tramutata nel rifiuto di ogni vincolo collettivo. Negli anni successivi, segnati da stagnazione e inflazione, l'appartenenza di classe ha perso ogni significato, lasciando il posto a una nuova figura: l'individuo come imprenditore di sé. La libertà ha smesso di coincidere con l'emancipazione sociale ed è diventata sinonimo di deregolamentazione, un muoversi fluidamente all'interno del sistema abbattendo regole e tutele.
La patologia del singolarismo e l'assolutismo dell'io
Questa iper-focalizzazione sull'individuo è sfociata in quella che il filosofo politico Dimitri D'Andrea definisce singolarismo. Non ci troviamo più semplicemente di fronte a individui competitivi, ma ad attori sociali che rivendicano in modo ossessivo la propria unicità assoluta, rifiutando qualsiasi metro di giudizio esterno. Si passa dall'autonomia della persona a un vero e proprio assolutismo dell'io.
Contrariamente a quanto si possa pensare, l'individuo singolarista non è passivo o ritirato nel proprio privato. Al contrario, è iperattivo e costantemente mobilitato, ma opera esclusivamente all'interno di micro-cause o di ristrette community digitali. In questi spazi, la costruzione dell'identità non avviene attraverso un sano e faticoso confronto con il diverso, ma tramite il puro rispecchiamento. Sui social network, il valore di una persona viene misurato in interazioni e approvazione estetica; il consenso non si conquista attraverso l'argomentazione logica o l'esposizione di fatti fondati, ma viene preteso come un diritto acquisito, semplicemente perché "io sono io".
In questo ecosistema, il concetto vitale di riconoscimento — che un tempo era il frutto di battaglie politiche, di scontri e di faticose conquiste sociali — viene banalizzato. Il "noi" viene tollerato solo nella misura in cui ricalca perfettamente i confini del "mio io". Non appena sorge una minima divergenza, il legame collettivo si disgrega. L'identità diventa così un fragile collage temporaneo di stili di vita, consumi e opinioni estemporanee. Da qui deriva la celebre e distorta regola secondo cui ognuno vale l'altro, non per un nobile ideale di uguaglianza, ma semplicemente perché è venuto meno qualsiasi criterio condiviso per stabilire il valore delle idee.
Le tre facce dell'impoliticità contemporanea
Questo rifiuto della mediazione produce una società cronicamente impolitica, incapace di guardare al futuro. Le mobilitazioni attuali si manifestano principalmente in tre forme inefficaci. La prima è la rivolta fine a se stessa: un'esplosione di rabbia fulminea che travolge le strade per poche ore, per poi far rientrare tutti nella propria routine senza aver costruito nulla. La seconda forma riguarda i grandi movimenti tematici, come l'ambientalismo: questi gruppi possiedono una formidabile capacità di critica verso il sistema globale, ma si dimostrano strutturalmente inetti nell'elaborare soluzioni politiche realistiche e applicabili. Infine, vi è il rifugio nel volontariato di prossimità: azioni nobili e immediate che offrono risultati tangibili, ma che nascono dalla rassegnazione e dalla certezza che cambiare il mondo su larga scala sia ormai impossibile.
Oltre la gabbia per evitare il collasso
Per uscire da questo stallo, alcuni studiosi propongono strategie minimaliste: smettere di sognare trasformazioni radicali e limitarsi a rendere le attuali istituzioni più accoglienti per queste nuove soggettività refrattarie alle identità collettive. Tuttavia, questa soluzione appare disperatamente inadeguata di fronte alle titaniche sfide globali in atto.
Il mondo è sull'orlo di una colossale crisi economica e geopolitica, segnata dal violento declino di storiche egemonie internazionali e da conflitti che minacciano di usare intere popolazioni periferiche come carne da macello per rallentare l'inevitabile. Per evitare di essere schiacciati da questo tsunami storico, l'unica salvezza risiede nel riconoscere l'esistenza di una contraddizione principale che accomuna le masse. Capire che la sopravvivenza stessa è a rischio potrebbe essere l'unico vero elettroshock capace di incenerire le gabbie dorate del singolarismo, costringendo gli individui a riscoprire la necessità vitale di lottare, di nuovo e finalmente, insieme.

