• 0 commenti

Iran-USA, Hormuz resta bloccato: economia iraniana sotto pressione

A sei mesi dall'inizio della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele, il conflitto entra in una fase nella quale la pressione economica sta assumendo un peso quasi pari a quella militare. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha riconosciuto che il commercio estero dell'Iran è diminuito di circa il 35% sotto l'effetto combinato delle sanzioni americane, del blocco navale e delle difficoltà che stanno comprimendo importazioni ed esportazioni. Contemporaneamente l'inflazione annua ha raggiunto il 66%, mentre il Paese continua a subire forti limitazioni nella vendita del petrolio e nell'accesso alla valuta estera.
Al centro dell'intera crisi rimane lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo che prima della guerra gestiva circa un quinto dei flussi mondiali di petrolio e una quota analoga delle spedizioni globali di gas naturale liquefatto. Washington sostiene che la rotta sia stata liberata dalle mine e che sia formalmente aperta alla navigazione. I Guardiani della Rivoluzione iraniani descrivono invece questa ricostruzione come falsa e affermano che nessuna nave possa transitare senza autorizzazione iraniana.
La realtà osservabile sul mare mostra una situazione molto diversa dalla normalità prebellica. Gli ultimi dati disponibili hanno registrato appena sette navi commerciali di materie prime in transito in una giornata, contro 17 il giorno precedente e una media recente di 15. Le stime sui flussi petroliferi complessivi attraverso il Golfo restano incerte perché alcune navi navigano con i transponder spenti, ma indicano comunque volumi drasticamente inferiori a quelli precedenti al 28 febbraio 2026.
Qatar, Oman e altri mediatori stanno cercando di trasformare settimane di contatti diplomatici in un meccanismo capace di riportare gradualmente la navigazione commerciale verso condizioni normali. Iran e Oman hanno discusso un corridoio temporaneo attraverso acque appartenenti ai due Paesi e Teheran ha accettato di preparare un elenco delle proprie condizioni per una riapertura più ampia. Ma al mattino del 29 agosto non risulta ancora un accordo definitivo capace di garantire il ritorno stabile dei flussi energetici prebellici.

Sei mesi di guerra hanno cambiato l'economia iraniana

La guerra iniziata il 28 febbraio 2026 doveva inizialmente essere, nelle aspettative dichiarate dall'amministrazione americana, una campagna relativamente breve. Sei mesi dopo il conflitto non ha prodotto né una pace stabile né un ritorno alla normalità economica. L'Iran conserva il proprio sistema politico e una significativa capacità di pressione regionale, mentre gli Stati Uniti hanno progressivamente spostato una parte dello scontro dal campo militare verso quello delle sanzioni finanziarie e commerciali.
La conseguenza più evidente è il deterioramento dell'economia iraniana. Pezeshkian ha dichiarato che esportazioni e importazioni sono diminuite complessivamente di quasi il 35%. Il dato non riguarda soltanto il petrolio, ma l'intero commercio con l'estero, compresi beni industriali, materie prime, prodotti intermedi e merci necessarie alle imprese e alla popolazione.
Per un'economia già sottoposta da anni a restrizioni internazionali, un'ulteriore diminuzione di questa portata significa meno valuta estera, maggiori difficoltà nell'acquisto di prodotti dall'estero e nuove pressioni sui prezzi interni. L'impatto si somma inoltre alla distruzione provocata dalla guerra e all'incertezza che rende più difficile programmare investimenti e attività commerciali.

L'inflazione iraniana ha raggiunto il 66%

Uno dei dati più allarmanti riguarda l'inflazione, arrivata al 66% su base annua nell'ultima rilevazione disponibile. Un livello di questo tipo significa che il potere d'acquisto delle famiglie può deteriorarsi rapidamente anche quando i salari nominali aumentano.
Generi alimentari, abitazione, trasporti, medicinali e altri beni essenziali diventano progressivamente più costosi mentre l'incertezza sulla disponibilità di dollari e altre valute forti alimenta ulteriormente la pressione sul mercato interno.
Il problema non è soltanto statistico. Un'inflazione così elevata modifica i comportamenti economici: famiglie e imprese cercano di ridurre la quantità di denaro detenuta nella valuta nazionale, anticipano gli acquisti e tentano di proteggere i risparmi attraverso oro, valute estere o beni reali.
Questo comportamento può a sua volta alimentare nuove pressioni. Quando cresce la domanda di valuta estera, la moneta nazionale può indebolirsi, rendendo ancora più costose le importazioni e creando un ulteriore circuito tra cambio e inflazione.

Anche la leadership iraniana riconosce la gravità della situazione

Il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei, rimasto gravemente ferito negli attacchi di febbraio nei quali morì suo padre Ali Khamenei, ha chiesto al governo di affrontare più direttamente inflazione, disoccupazione e difficoltà economiche delle famiglie.
La dichiarazione è politicamente significativa perché riconosce che la pressione economica non può essere trattata esclusivamente come una questione esterna. Prezzi, occupazione e disponibilità di beni possono trasformarsi in problemi di stabilità interna se la guerra si prolunga ulteriormente.
Allo stesso tempo, la leadership iraniana continua a mantenere un atteggiamento duro nei confronti degli Stati Uniti. Il messaggio resta quindi duplice: riconoscere le difficoltà economiche interne senza dare l'impressione che esse stiano costringendo Teheran ad accettare le condizioni americane.

Washington sposta il conflitto verso una "guerra economica"

L'amministrazione Trump ha intensificato negli ultimi giorni quella che ha presentato come una nuova fase della pressione economica sull'Iran. Il Tesoro americano ha utilizzato anche l'espressione "economic D-Day" per descrivere una strategia destinata a tagliare i canali finanziari ancora utilizzati da Teheran.
L'obiettivo è aumentare il costo delle relazioni commerciali con l'Iran anche per soggetti situati in Paesi terzi. Questo approccio utilizza le cosiddette sanzioni secondarie: non viene colpita soltanto l'entità iraniana, ma anche una banca o un'impresa straniera che continua a sostenerla.
La forza di questo strumento deriva dal ruolo centrale del dollaro e del sistema finanziario americano. Per molte banche internazionali, perdere l'accesso ai rapporti con istituzioni statunitensi può rappresentare un costo superiore ai benefici economici derivanti dal commercio con Teheran.

Banque Misr diventa il caso simbolo delle nuove sanzioni

La misura più significativa delle ultime ore ha riguardato le filiali negli Emirati Arabi Uniti di Banque Misr, uno dei principali istituti bancari egiziani.
Washington ha avviato la procedura per impedire alle filiali emiratine della banca di utilizzare normali rapporti di corrispondenza in dollari con istituzioni finanziarie statunitensi, accusandole di avere facilitato importanti flussi collegati ai circuiti finanziari iraniani.
Le autorità americane sostengono che attraverso quelle strutture siano transitati circa 1,8 miliardi di dollari riconducibili a 103 società associate ai sistemi iraniani utilizzati per aggirare le sanzioni.
La banca centrale egiziana ha precisato che la misura riguarda specificamente le filiali di Banque Misr negli Emirati e non l'intera operatività dell'istituto in Egitto o negli altri mercati internazionali.

Washington manda un messaggio alle banche di tutto il mondo

Il significato più ampio dell'operazione supera quindi il singolo istituto egiziano. L'amministrazione americana vuole mostrare che le banche straniere che facilitano transazioni iraniane possono essere private dell'accesso al sistema in dollari.
È un deterrente potenzialmente potente perché molte aziende non direttamente coinvolte nella guerra devono scegliere se mantenere rapporti commerciali con Teheran oppure preservare un accesso senza restrizioni al mercato finanziario statunitense.
Più questa scelta diventa costosa, maggiore è la possibilità che soggetti internazionali decidano autonomamente di ridurre le relazioni con l'Iran anche quando non siano direttamente inseriti in una lista di sanzioni.

Cina e India restano il vero test della strategia americana

Esiste però un limite fondamentale. Gli Stati Uniti hanno minacciato sanzioni secondarie più aggressive, ma non hanno finora applicato il massimo livello di pressione contro grandi partner iraniani come Cina e India.
Colpire in maniera estesa banche, raffinerie o imprese di due delle maggiori economie mondiali potrebbe generare conseguenze molto più ampie su commercio, prezzi energetici e relazioni diplomatiche.
È proprio questa difficoltà a rappresentare il principale interrogativo sulla strategia americana: il sistema di sanzioni secondarie può danneggiare profondamente l'Iran, ma raggiungere la massima efficacia richiederebbe misure capaci di creare costi significativi anche per Washington e per l'economia globale.

Il petrolio resta la principale fonte di valuta per Teheran

Il cuore economico della pressione americana rimane il petrolio iraniano. Le vendite di greggio garantiscono a Teheran una delle principali fonti di valuta forte necessarie per finanziare importazioni, spesa pubblica e attività economiche.
Ridurre le esportazioni significa quindi colpire direttamente la capacità dello Stato di ottenere entrate estere. Il blocco delle rotte marittime e le sanzioni finanziarie agiscono insieme: anche quando una nave può materialmente trasportare petrolio, il compratore deve essere in grado di pagarlo senza incorrere in conseguenze americane.
Prima della guerra l'Iran era già abituato a utilizzare strutture societarie complesse, intermediari, trasferimenti di carico e una cosiddetta flotta ombra per mantenere una parte delle proprie esportazioni nonostante le precedenti sanzioni.

La parentesi di giugno permise la vendita di circa 90 milioni di barili

Il dato fornito da Pezeshkian mostra quanto sia stata importante la breve apertura diplomatica di giugno. Durante il periodo nel quale Washington autorizzò temporaneamente alcune vendite, l'Iran sostiene di avere commercializzato circa 90 milioni di barili di petrolio.
La concessione faceva parte del memorandum raggiunto con la mediazione di Qatar e Pakistan, che produsse anche una temporanea riduzione delle ostilità.
Quella finestra dimostrò che, quando i vincoli vengono allentati, Teheran conserva una capacità significativa di riportare quantità elevate di greggio sul mercato internazionale.
Ma l'accordo non resistette. Nuovi attacchi contro navi nello Stretto di Hormuz e il successivo scambio di accuse portarono Washington a revocare l'autorizzazione petrolifera e a rilanciare le operazioni militari e le sanzioni.

Hormuz è diventato il principale strumento di pressione iraniano

Se gli Stati Uniti dispongono della leva del sistema finanziario globale, l'Iran conserva quella geografica dello Stretto di Hormuz. La sua posizione permette a Teheran di influenzare una rotta dalla quale dipendono alcuni dei maggiori esportatori energetici mondiali.
Iran e Oman si affacciano sui due lati dello Stretto. Nel punto più stretto il passaggio marittimo è estremamente limitato e le rotte utilizzate dalle grandi petroliere devono attraversare acque nelle quali la capacità di sorveglianza e interdizione iraniana resta elevata.
È questa caratteristica geografica a consentire all'Iran di mantenere una forma di deterrenza economica anche contro una potenza militarmente molto superiore come gli Stati Uniti.

Prima della guerra transitavano circa 20 milioni di barili al giorno

In condizioni normali attraverso Hormuz passavano circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio e altri liquidi energetici, equivalenti a circa un quinto del consumo mondiale.
Il passaggio era essenziale per le esportazioni di Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Iran e altri produttori del Golfo. Alcuni Paesi dispongono di oleodotti alternativi, ma la loro capacità non è sufficiente a sostituire integralmente lo Stretto.
Questo significa che anche un'interruzione parziale può modificare il mercato mondiale. Non è necessario bloccare ogni singola nave: è sufficiente aumentare abbastanza il rischio da convincere armatori, assicuratori e proprietari dei carichi a evitare la rotta.

Il gas naturale liquefatto rende il problema ancora più globale

Hormuz era fondamentale anche per il GNL. Prima della guerra il Qatar forniva circa un quinto del gas naturale liquefatto commerciato nel mondo e quasi tutte le sue esportazioni via nave dipendevano dall'uscita attraverso lo Stretto.
Sei mesi di guerra hanno ridotto del 96% le esportazioni qatariote di GNL. Nel periodo considerato sono partiti soltanto 18 carichi rispetto ai 509 registrati nello stesso intervallo dell'anno precedente.
La perdita stimata per Doha ha raggiunto circa 24 miliardi di dollari di entrate da gas. È una delle dimostrazioni più chiare del fatto che la disputa su Hormuz non riguarda soltanto Iran e Stati Uniti.

Anche l'Italia subisce direttamente la crisi del Qatar

Le conseguenze arrivano fino al mercato italiano. QatarEnergy ha prolungato la sospensione per forza maggiore delle consegne di GNL previste verso Edison fino all'inizio di novembre.
Sono stati cancellati complessivamente 29 carichi, equivalenti a circa 3,8 miliardi di metri cubi di gas. Il contratto tra Edison e QatarEnergy prevede normalmente circa 6,4 miliardi di metri cubi all'anno.
Edison ha sostituito una parte dei volumi mancanti acquistando GNL alternativo sul mercato internazionale, ma questo esempio mostra come una disputa sulle acque del Golfo possa modificare concretamente gli approvvigionamenti energetici europei.

Gli Stati Uniti dicono che Hormuz è aperto

Washington sostiene che le proprie forze abbiano eliminato le mine navali posate dai Guardiani della Rivoluzione e che lo Stretto sia tecnicamente aperto alla navigazione internazionale.
Donald Trump ha ripetuto più volte che gli Stati Uniti avrebbero ristabilito la libertà di navigazione e respinge l'idea che Teheran possa rivendicare un diritto esclusivo di controllo sulla rotta.
Da una prospettiva americana, consentire all'Iran di decidere quali navi possano transitare significherebbe riconoscere a Teheran un potere politico e commerciale su uno dei più importanti chokepoint energetici del mondo.

I Guardiani della Rivoluzione raccontano una realtà opposta

I Guardiani della Rivoluzione sostengono invece di avere ancora il pieno controllo operativo dello Stretto e hanno definito false le dichiarazioni statunitensi sulla sua riapertura.
Secondo la posizione iraniana, le restrizioni continueranno finché Washington non rispetterà una serie di condizioni e le navi prive di autorizzazione iraniana non potranno considerare il passaggio sicuro.
Il fatto che numerosi armatori continuino a evitare la zona dimostra che la questione non può essere risolta soltanto attraverso una dichiarazione politica. Per il settore marittimo, uno Stretto è realmente aperto soltanto quando il rischio di attacco o sequestro torna a livelli accettabili.

Sette navi in un giorno mostrano quanto la normalità sia ancora lontana

Gli ultimi dati preliminari hanno registrato appena sette navi di materie prime in transito giovedì, contro 17 il giorno precedente e una media mobile recente di circa 15.
Il dato comprende tipologie differenti di imbarcazioni e può essere rivisto, anche perché alcune navi disattivano il sistema AIS per ridurre la propria visibilità durante il passaggio.
Non è quindi possibile utilizzare il numero di sette come conteggio assoluto di tutto il traffico. È però sufficiente per confermare una situazione caratterizzata da flussi estremamente irregolari e molto lontani dalla normalità prebellica.

Le stime sul petrolio in transito divergono

Anche sul volume effettivo di petrolio che riesce a uscire dal Golfo esistono valutazioni differenti. Funzionari americani hanno indicato livelli superiori agli otto milioni di barili al giorno.
I dati di tracciamento disponibili suggeriscono invece flussi più vicini a circa cinque milioni di barili al giorno. Le importazioni asiatiche di agosto sembrano maggiormente coerenti con quest'ultima stima.
La differenza dimostra quanto sia difficile ottenere una misurazione perfetta in una situazione nella quale alcune navi modificano rotte, spengono transponder o utilizzano operazioni di trasferimento per ridurre la propria esposizione.
In entrambi gli scenari, comunque, i volumi restano molto inferiori ai circa 20 milioni di barili al giorno che transitavano normalmente prima della guerra.

Il mercato del petrolio ha reagito meglio del previsto

Uno degli aspetti più sorprendenti dei primi sei mesi è che il prezzo internazionale del petrolio non abbia raggiunto stabilmente i livelli estremi che molti analisti temevano all'inizio della crisi.
Il Brent ha superato in alcuni momenti i 100 dollari, ma alla fine di agosto è tornato sotto i 90 dollari al barile, pur restando sensibilmente superiore ai livelli precedenti al conflitto.
La relativa resistenza del mercato è stata favorita dall'utilizzo delle scorte strategiche, dall'aumento delle forniture provenienti da altri produttori, dalla riduzione della domanda e dalla capacità di alcuni Paesi del Golfo di utilizzare rotte alternative.

Il vero problema si è spostato dai barili ai carburanti raffinati

La relativa stabilizzazione del greggio non significa però che la crisi energetica sia terminata. I problemi più severi si sono progressivamente trasferiti verso benzina, diesel, carburante per aviazione e altri prodotti raffinati.
Una serie di attacchi e interruzioni ha ridotto la capacità di diverse raffinerie in Medio Oriente e Russia. I margini di raffinazione del diesel in Europa sono arrivati su livelli eccezionalmente elevati.
Per famiglie e aziende conta il prezzo del carburante finale, non soltanto quello del barile di Brent. Per questo un mercato del greggio apparentemente relativamente stabile può convivere con diesel e benzina molto costosi.

Trasporti e logistica stanno trasferendo parte dei costi ai clienti

Negli Stati Uniti e in altri Paesi numerosi operatori hanno aumentato i supplementi carburante applicati a spedizioni, trasporti e consegne.
Per imprese manifatturiere e commercianti significa affrontare maggiori costi logistici che possono successivamente essere incorporati nei prezzi al consumo.
La guerra di Hormuz può quindi influenzare l'inflazione mondiale anche senza provocare un nuovo picco immediato del petrolio: trasporto, raffinazione, assicurazione e logistica accumulano ciascuno una parte del costo.

Il conflitto contribuisce alle pressioni inflazionistiche globali

Il ruolo dell'energia è particolarmente importante perché gli shock petroliferi possono diffondersi rapidamente nell'intera economia mondiale.
Carburanti più costosi aumentano le spese delle compagnie aeree, delle aziende di trasporto, dell'agricoltura e delle industrie che utilizzano energia o derivati del petrolio.
Se questi aumenti persistono, possono contribuire a mantenere elevata l'inflazione proprio mentre le banche centrali cercano di riportarla verso i propri obiettivi.
La Federal Reserve americana ha nuovamente aperto alla possibilità di aumentare i tassi se i prezzi non rallenteranno abbastanza rapidamente, mostrando quanto Hormuz e politica monetaria possano finire indirettamente nello stesso dossier economico.

Il Qatar prova a ricostruire il canale diplomatico

La principale iniziativa diplomatica delle ultime ore è arrivata dal Qatar. Il primo ministro Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al Thani si è recato a Teheran per incontrare la leadership iraniana e tentare di riaprire un percorso negoziale.
Doha ha un interesse particolarmente forte alla soluzione della crisi perché la propria economia dipende direttamente dalla possibilità di esportare GNL attraverso Hormuz.
Il Qatar è contemporaneamente un alleato degli Stati Uniti, ospita importanti strutture militari americane e mantiene canali diplomatici con Teheran. Questa posizione gli permette di agire come intermediario tra parti che, in alcuni momenti, non stanno dialogando direttamente.

Il primo obiettivo è tornare alla navigazione prebellica

Durante gli incontri, il Qatar ha insistito sulla necessità di riportare il traffico attraverso lo Stretto verso la situazione precedente alla guerra.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha definito i colloqui "creativi", una formulazione che suggerisce l'esistenza di proposte in discussione ma non equivale all'annuncio di un'intesa.
Al momento il risultato più concreto è la disponibilità iraniana a formalizzare un elenco delle condizioni per la riapertura.

Teheran prepara una lista di condizioni

Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano Mohsen Rezaei ha confermato che l'Iran sta predisponendo una lista di richieste dopo le sollecitazioni dei mediatori.
Tra le condizioni indicate figura innanzitutto la fine del conflitto regionale. Teheran ha inoltre richiesto in precedenza la cessazione del blocco americano sui porti iraniani, la rimozione delle sanzioni e forme di compensazione.
Questi punti mostrano perché il dossier Hormuz sia così difficile da separare dal resto della guerra. Per gli Stati Uniti il passaggio marittimo dovrebbe essere riaperto senza condizioni; per Teheran la riapertura rappresenta invece la principale leva negoziale disponibile.

Iran e Oman discutono un corridoio temporaneo

Una delle proposte più avanzate riguarda la creazione di un corridoio di navigazione attraverso lo Stretto che attraverserebbe in parte acque omanite e in parte acque iraniane.
Le navi utilizzerebbero una corsia centrale designata, con un meccanismo concordato tra Iran e Oman. Teheran sostiene che il sistema potrebbe entrare pienamente in funzione se Washington soddisfacesse le condizioni iraniane.
L'esistenza di un'intesa generale sul concetto del corridoio non significa però che tutti i dettagli siano stati risolti. Restano in discussione aspetti relativi al controllo operativo, alle garanzie di sicurezza e alla gestione economica della rotta.

La controversia riguarda anche chi deve controllare lo Stretto

Il problema centrale è politico prima ancora che tecnico. L'Iran sostiene che la gestione debba spettare ai Paesi che si affacciano direttamente sulla rotta, cioè soprattutto Iran e Oman.
Washington non vuole invece legittimare un sistema nel quale Teheran possa trasformare il passaggio in uno strumento permanente di pressione sulle navi commerciali.
I Paesi arabi del Golfo desiderano la riapertura ma temono contemporaneamente un accordo che permetta all'Iran di presentarsi come vincitore e di conservare la capacità di interrompere nuovamente il traffico in futuro.

Anche la questione dei ricavi resta sensibile

Nei negoziati tra Iran e Oman è comparsa anche la questione della possibile gestione economica dello Stretto. I Guardiani della Rivoluzione avevano inizialmente parlato di un'intesa sulla condivisione del controllo e dei ricavi.
Successivamente è emerso che diversi dettagli erano ancora in fase di negoziazione. È quindi prematuro considerare definito un sistema di tariffe o revenue sharing.
Il tema è politicamente delicato perché gli Stati Uniti hanno già minacciato sanzioni contro soggetti che effettuino pagamenti all'Iran o ai Guardiani della Rivoluzione per ottenere il passaggio delle proprie navi.

Le sanzioni sui pedaggi rendono difficile qualsiasi compromesso

Washington ha avvertito istituzioni finanziarie e società che pagare pedaggi iraniani per attraversare Hormuz può esporre a sanzioni.
Questa posizione crea una contraddizione pratica: se un futuro accordo Iran-Oman prevedesse qualche forma di tariffazione nella parte iraniana dello Stretto, gli armatori avrebbero bisogno di sapere se quei pagamenti siano compatibili con il regime sanzionatorio americano.
Senza un chiarimento, anche un corridoio tecnicamente aperto potrebbe rimanere commercialmente poco utilizzato perché compagnie, banche e assicurazioni continuerebbero a considerare il transito troppo rischioso.

Per gli armatori serve più di un annuncio politico

Una nave commerciale non decide di attraversare Hormuz soltanto sulla base delle dichiarazioni dei governi. Entrano in gioco assicurazioni, premi di guerra, responsabilità legali e sicurezza degli equipaggi.
Se esiste anche una piccola probabilità di essere colpiti, sequestrati o costretti a invertire rotta, il costo assicurativo può aumentare drasticamente e rendere il viaggio economicamente poco conveniente.
La normalizzazione richiede quindi che la riduzione del rischio venga percepita come credibile e duratura non soltanto dalle diplomazie, ma anche da assicuratori, proprietari dei carichi e comandanti delle navi.

Le precedenti tregue sono già fallite

La prudenza del settore deriva anche dall'esperienza degli ultimi mesi. Nel corso del 2026 sono stati annunciati diversi tentativi di cessate il fuoco o de-escalation.
Un'intesa temporanea raggiunta in giugno aveva permesso una parziale ripresa delle esportazioni iraniane e aperto la prospettiva di una normalizzazione della navigazione.
Il meccanismo si è però deteriorato dopo nuovi attacchi contro le navi e la ripresa degli strike americani. Questa sequenza ha ridotto la fiducia nella capacità di una tregua priva di un accordo definitivo di sopravvivere a nuovi incidenti.

A luglio la guerra è tornata apertamente militare

All'inizio di luglio tre navi furono colpite da proiettili nello Stretto di Hormuz. Washington attribuì all'Iran la responsabilità politica dell'escalation e revocò la licenza che permetteva le vendite di petrolio.
Gli Stati Uniti lanciarono successivamente nuove ondate di attacchi contro obiettivi iraniani, mentre Teheran rispose colpendo interessi americani e obiettivi nella regione.
Quell'episodio dimostrò che una disputa apparentemente limitata alla navigazione commerciale può rapidamente riportare il conflitto verso una fase militare più intensa.

L'Iran utilizza Hormuz per compensare l'inferiorità militare

Dal punto di vista strategico, la capacità di interrompere Hormuz permette a Teheran di compensare almeno in parte l'enorme differenza di potenza convenzionale rispetto agli Stati Uniti.
L'Iran non deve necessariamente sconfiggere militarmente la marina americana. Gli basta dimostrare di poter creare un costo economico e politico sufficientemente elevato attraverso mine, missili antinave, droni, piccole imbarcazioni e minacce contro il traffico commerciale.
In questo modo il conflitto diventa più costoso non soltanto per Washington, ma anche per alleati e partner che dipendono dall'energia del Golfo.

Gli Stati del Golfo sono intrappolati tra due interessi

Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Kuwait e altri Paesi della regione vogliono innanzitutto una riapertura stabile di Hormuz.
Allo stesso tempo non vogliono che il risultato rafforzi eccessivamente la posizione iraniana. Un accordo che riconoscesse a Teheran una capacità permanente di autorizzare il traffico potrebbe diventare un precedente difficile da accettare.
La loro posizione è quindi complessa: favorire la diplomazia senza legittimare una struttura che permetta all'Iran di ricreare la stessa crisi ogni volta che emergono nuove tensioni.

La guerra sta cambiando le infrastrutture del Golfo

Sei mesi di blocco hanno convinto diversi governi regionali ad accelerare progetti destinati a ridurre la dipendenza da Hormuz.
L'Arabia Saudita dispone di oleodotti verso il Mar Rosso, mentre gli Emirati possono utilizzare infrastrutture dirette verso Fujairah, situata al di fuori dello Stretto.
Queste rotte hanno attenuato una parte delle conseguenze della crisi, ma non possiedono capacità sufficiente a sostituire completamente il passaggio marittimo.
La guerra sta quindi trasformando infrastrutture prima considerate alternative in elementi centrali della futura sicurezza energetica del Golfo.

Porti e oleodotti vengono ripensati per un mondo meno sicuro

Paesi e fondi sovrani stanno studiando nuovi investimenti in porti, depositi, ferrovie e oleodotti capaci di creare corridoi che evitino i punti più vulnerabili.
Non si tratta di progetti realizzabili in poche settimane. Costruire grandi infrastrutture energetiche richiede anni, autorizzazioni e miliardi di dollari.
Il loro sviluppo dimostra però che i governi non considerano più la libertà di passaggio attraverso Hormuz una condizione da dare per scontata.

L'economia iraniana è sotto pressione ma il governo non è collassato

La strategia americana mira a trasformare la pressione economica in una modifica del comportamento politico di Teheran. Dopo sei mesi, tuttavia, il governo iraniano mantiene il controllo delle principali istituzioni.
Le difficoltà sono molto profonde: inflazione al 66%, commercio estero in calo del 35%, esportazioni energetiche ridotte e minore accesso alla valuta forte.
Ma una economia danneggiata non produce automaticamente un cambiamento di governo o una capitolazione diplomatica. L'Iran possiede una lunga esperienza nell'adattamento a sanzioni internazionali e utilizza reti commerciali alternative per mantenerne almeno una parte del funzionamento.

Le sanzioni possono fare male senza produrre un accordo

È uno dei principali dilemmi della politica americana. Le sanzioni possono rendere più costoso finanziare lo Stato iraniano, ridurre investimenti e indebolire il tenore di vita della popolazione.
Non garantiscono però che la leadership consideri accettabili le condizioni richieste dagli Stati Uniti. Un governo può scegliere di sopportare un costo economico molto alto se considera la questione legata alla propria sopravvivenza politica e strategica.
La capacità di Hormuz offre inoltre a Teheran uno strumento per trasferire parte di quel costo sul resto del mondo, impedendo che la pressione resti esclusivamente iraniana.

Il rischio di proteste interne resta uno dei fattori da monitorare

Un'inflazione al 66% e la diminuzione degli scambi commerciali possono inevitabilmente aumentare il malcontento economico.
La leadership iraniana conosce bene il rischio che disoccupazione, prezzi elevati e scarsità di alcuni prodotti alimentino nuove proteste. È anche per questo che il leader supremo ha richiamato esplicitamente la necessità di affrontare le condizioni di vita.
Non esistono però elementi sufficienti per affermare che una crisi politica interna sia imminente. La relazione tra deterioramento economico e stabilità del regime non è automatica.

Trump deve affrontare anche il costo politico negli Stati Uniti

Il prolungamento della guerra presenta costi anche per l'amministrazione di Donald Trump. L'aumento dei prezzi dei carburanti e l'incertezza sull'energia pesano sulle famiglie americane mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato.
Trump aveva inizialmente prospettato una guerra destinata a durare poche settimane. Sei mesi dopo Washington non ha ottenuto una soluzione permanente su Hormuz e deve decidere se intensificare ulteriormente la pressione oppure accettare un compromesso.
Una nuova escalation militare potrebbe spingere il petrolio nuovamente verso livelli molto elevati; una concessione eccessiva rischierebbe invece di essere presentata dall'Iran come una vittoria strategica.

Washington è davanti alla stessa scelta di Teheran

Anche gli Stati Uniti sono quindi intrappolati in un dilemma. Continuare le sanzioni economiche può indebolire progressivamente l'Iran ma richiede tempo.
Intensificare militarmente la campagna potrebbe accelerare alcune conseguenze, ma aumenterebbe il rischio di nuovi attacchi contro navi, basi e infrastrutture energetiche nel Golfo.
Accettare un compromesso su Hormuz potrebbe invece riaprire rapidamente il commercio, ma richiederebbe probabilmente qualche concessione sulla pressione economica americana.

L'accordo ideale per Washington e quello ideale per Teheran sono molto lontani

Gli Stati Uniti vogliono una riapertura dello Stretto senza che l'Iran acquisisca un riconoscimento formale del proprio potere sulla navigazione internazionale.
L'Iran vuole invece la fine del blocco dei porti, alleggerimento delle sanzioni e un ruolo riconosciuto nella gestione della rotta.
Tra queste due posizioni esiste lo spazio nel quale stanno lavorando Qatar e Oman. Il possibile corridoio condiviso tenta proprio di creare un meccanismo nel quale nessuna delle due parti debba dichiarare una resa politica.

Un corridoio temporaneo potrebbe essere soltanto il primo passo

Se il meccanismo Iran-Oman entrasse in funzione, potrebbe permettere inizialmente il passaggio di un numero limitato di navi autorizzate.
Una fase pilota consentirebbe di verificare sicurezza, procedure e coordinamento prima di aumentare progressivamente i volumi.
Il successo dovrebbe però essere misurato attraverso i flussi reali, non soltanto attraverso il numero delle dichiarazioni diplomatiche.
Finché petrolio e GNL non torneranno su livelli vicini a quelli precedenti alla guerra, parlare di completa normalizzazione sarebbe prematuro.

Il ritorno di Hormuz avrebbe effetti immediati sui mercati

Un accordo credibile e operativo potrebbe produrre una reazione molto rapida sui mercati energetici.
La prospettiva di milioni di barili aggiuntivi disponibili ogni giorno ridurrebbe il premio geopolitico incorporato nei prezzi e potrebbe esercitare pressione al ribasso sul Brent.
Il beneficio sarebbe ancora più importante sul mercato del gas, perché il ritorno delle esportazioni qatariote aumenterebbe fortemente la disponibilità globale di GNL prima dell'inverno.
Ma il movimento dipenderebbe dalla credibilità dell'accordo. Dopo diversi tentativi falliti, gli operatori probabilmente richiederebbero prove concrete di transiti sicuri e continui.

L'Europa guarda soprattutto al gas prima dell'inverno

Per l'Europa il dossier Hormuz coincide con l'avvicinarsi della stagione del riscaldamento.
Gli stoccaggi di gas europei sono inferiori ai livelli che sarebbero considerati confortevoli in condizioni normali, anche se le importazioni di LNG americano e altri fornitori hanno compensato una parte dell'assenza qatariota.
Un inverno particolarmente freddo accompagnato da una persistente perdita del GNL del Qatar potrebbe esercitare una nuova pressione sui prezzi.
Una riapertura stabile dello Stretto prima dell'inverno rappresenterebbe quindi uno dei fattori più favorevoli per la sicurezza energetica europea.

L'Asia resta ancora più dipendente da Hormuz

La vulnerabilità è ancora maggiore per numerosi Paesi dell'Asia, tradizionalmente grandi importatori di petrolio e gas dal Golfo.
Cina, India, Giappone, Corea del Sud e altre economie dipendono in misura differente dai flussi mediorientali e hanno dovuto modificare le proprie strategie di approvvigionamento durante la guerra.
Il caro energia ha contribuito anche a ridurre una parte della domanda e accelerato investimenti in energia rinnovabile e veicoli elettrici.

La crisi sta accelerando anche la transizione energetica

Uno degli effetti indiretti del conflitto è il tentativo di molti governi di ridurre la propria esposizione ai combustibili fossili importati.
In Europa e Asia sono aumentati gli investimenti in solare e altre fonti rinnovabili, perché ogni megawatt prodotto internamente riduce almeno in parte la necessità di acquistare energia attraverso rotte vulnerabili.
Il processo non è lineare: in alcuni Paesi è aumentato temporaneamente anche l'utilizzo del carbone per compensare l'insufficienza del gas.
La crisi di Hormuz sta quindi producendo contemporaneamente incentivi verso tecnologie più pulite e ritorni tattici verso combustibili tradizionali.

Le scorte strategiche hanno comprato tempo, non risolto il problema

Una parte della resilienza mostrata dai prezzi del petrolio deriva dall'utilizzo delle riserve strategiche accumulate da diversi Paesi.
Queste scorte permettono di sostituire temporaneamente barili mancanti dal mercato e attenuare improvvisi shock di offerta.
Ma sono risorse finite. Più a lungo dura la crisi, minore è il margine disponibile per utilizzare nuovamente le riserve d'emergenza in caso di un'altra escalation.
È uno dei motivi per cui la persistenza del blocco diventa progressivamente più pericolosa anche se il mercato ha finora evitato uno shock estremo.

Un nuovo incidente potrebbe cancellare rapidamente i progressi diplomatici

L'intero processo resta vulnerabile a un singolo attacco navale. Un missile, un drone, una mina o il sequestro di una nave potrebbero modificare immediatamente il clima negoziale.
Lo stesso vale per nuovi attacchi americani contro infrastrutture iraniane o per una risposta di Teheran contro basi statunitensi nella regione.
Il problema non è soltanto evitare una guerra totale, ma impedire che episodi relativamente limitati producano una nuova catena di ritorsioni.

Il controllo dei Guardiani della Rivoluzione resta uno dei nodi

La marina dei Guardiani della Rivoluzione possiede un ruolo centrale nella gestione iraniana dello Stretto e nella capacità di minacciare il traffico.
Questo complica qualsiasi intesa perché gli Stati Uniti classificano l'organizzazione come entità terroristica e applicano un vasto sistema di sanzioni contro le sue attività.
Un accordo nel quale i Guardiani partecipassero direttamente a pagamenti o autorizzazioni potrebbe quindi entrare in conflitto con il quadro sanzionatorio americano.

Il problema delle mine non è l'unico ostacolo

Washington sostiene di avere rimosso le mine che impedivano il normale utilizzo dello Stretto. Anche ammesso che la minaccia mineraria sia stata drasticamente ridotta, non significa che il passaggio sia diventato automaticamente sicuro.
L'Iran dispone infatti anche di missili antinave, droni e imbarcazioni veloci e ha già dimostrato la possibilità di fermare o sequestrare navi.
La sicurezza di Hormuz è quindi un problema di controllo militare e politico, non soltanto di bonifica del fondale.

La parola "aperto" assume significati diversi per Washington e Teheran

Quando Trump dice che Hormuz è aperto, si riferisce soprattutto alla capacità americana di garantire materialmente l'accesso e alla rimozione degli ostacoli fisici.
Quando Teheran afferma che resta chiuso, intende che il traffico non autorizzato dall'Iran continua a essere considerato illegittimo e potenzialmente soggetto a intervento.
Per un armatore, invece, "aperto" significa poter attraversare la rotta senza rischiare equipaggio, nave e carico. È questa terza definizione che spiega perché il traffico commerciale rimanga ridotto nonostante le dichiarazioni americane.

Il 35% di calo del commercio misura il prezzo della strategia iraniana

La capacità di Teheran di utilizzare Hormuz ha quindi un costo anche per la stessa economia iraniana.
Limitare il traffico colpisce gli avversari e i vicini, ma il contemporaneo blocco americano riduce anche le esportazioni iraniane e rende più difficile ricevere merci dall'estero.
Il calo del 35% di importazioni ed esportazioni mostra questa natura a doppio taglio. Hormuz rappresenta una leva strategica, ma utilizzarla significa accettare una parte consistente del danno economico prodotto.

La questione è quanto a lungo Teheran possa sostenere il costo

Il punto decisivo per Washington è stabilire per quanto tempo l'Iran possa convivere con inflazione al 66%, minori entrate petrolifere e commercio ridotto.
Per Teheran, invece, la domanda è quanto a lungo Stati Uniti e Paesi del Golfo possano sopportare prezzi energetici elevati, interruzioni commerciali e pressione politica.
Il conflitto si è così trasformato in una forma di resistenza economica reciproca nella quale ogni parte spera che i costi diventino insostenibili prima per l'avversario.

Sei mesi dopo, nessuna delle due parti ha ottenuto tutto ciò che voleva

Gli Stati Uniti hanno inflitto danni militari ed economici molto significativi all'Iran, ma non hanno eliminato la capacità di Teheran di condizionare Hormuz.
L'Iran ha dimostrato di poter disturbare uno dei principali corridoi energetici mondiali, ma paga questa capacità con una fortissima crisi economica interna.
Il risultato è uno stallo costoso nel quale nessuna delle due parti può facilmente dichiarare una vittoria completa.

Qatar e Oman cercano una formula che consenta a tutti di arretrare

Il compito dei mediatori consiste proprio nel costruire una soluzione che permetta a Washington e Teheran di ridurre la tensione senza apparire sconfitti. Il Qatar svolge il ruolo politico, mentre l'Oman è indispensabile per la dimensione geografica dello Stretto.
Una formula potrebbe prevedere un corridoio condiviso, garanzie sulla libertà di navigazione e una progressiva riduzione di alcune misure americane in cambio della rinuncia iraniana a interferire con le navi commerciali.
Ma ogni elemento richiede verifiche, sequenze e garanzie. Chi compie il primo passo deve essere sicuro che la controparte esegua quello successivo.

Il precedente di giugno rende tutti più prudenti

La breve tregua estiva dimostra perché nessuno voglia affidarsi soltanto a promesse. Il memorandum di giugno aveva aperto alla vendita del petrolio iraniano e ridotto temporaneamente le ostilità.
Poche settimane dopo l'accordo era già in crisi e Washington aveva ripristinato le sanzioni dopo nuovi attacchi alla navigazione.
Un nuovo accordo dovrà quindi contenere meccanismi più solidi di verifica e applicazione per evitare di ripetere lo stesso ciclo.

I mercati reagiscono ormai a ogni voce su Hormuz

La fragilità della situazione è evidente anche nella volatilità del petrolio. Una semplice indiscrezione sulla possibilità di un accordo può spingere i prezzi al ribasso, mentre dichiarazioni ostili li riportano rapidamente verso l'alto.
Il Brent ha perso oltre il 5% nell'ultima settimana proprio grazie alle aspettative di possibili progressi diplomatici, pur restando soggetto a repentini cambiamenti.
Questo comportamento mostra che il mercato non ha ancora incorporato una soluzione definitiva. Nei prezzi continua a esistere un significativo premio geopolitico.

Un fallimento dei negoziati potrebbe riportare il petrolio sopra 100 dollari

Se i colloqui dovessero fallire e il traffico tornasse a diminuire ulteriormente, la disponibilità globale di greggio potrebbe restringersi nuovamente.
Le scorte strategiche sono state utilizzate, le riserve commerciali si sono ridotte e alcuni produttori alternativi stanno già operando a livelli elevati.
In questo contesto una nuova escalation potrebbe riportare il Brent sopra i 100 dollari al barile, soprattutto se coincidesse con ulteriori problemi in altre aree produttrici.

Un accordo, invece, cambierebbe rapidamente le aspettative

Una soluzione credibile sullo Stretto di Hormuz potrebbe avere l'effetto opposto. Più petrolio e GNL disponibili ridurrebbero le tensioni sul mercato e permetterebbero di ricostituire progressivamente le scorte.
Le compagnie di navigazione potrebbero ridurre i supplementi di guerra e i premi assicurativi, mentre l'aumento dell'offerta di carburanti aiuterebbe a diminuire una parte delle pressioni inflazionistiche.
Il beneficio arriverebbe quindi non soltanto ai Paesi del Golfo, ma anche a famiglie e imprese in Europa, Asia e America.

La vera normalizzazione richiederà comunque mesi

Anche in caso di accordo immediato, il ritorno alla normalità energetica non avverrebbe in una giornata.
Le compagnie dovrebbero riprogrammare le rotte, gli assicuratori rivalutare i rischi, i terminali aumentare le operazioni e le raffinerie riadattare le forniture.
Alcuni danni alle infrastrutture richiederanno inoltre riparazioni. Sei mesi di guerra hanno creato problemi che non possono essere cancellati semplicemente con una firma diplomatica.

Il conflitto ha già modificato permanentemente la percezione di Hormuz

Prima del febbraio 2026, Hormuz era considerato un punto vulnerabile ma normalmente affidabile del sistema energetico globale.
Dopo sei mesi di interruzioni, governi e aziende hanno scoperto concretamente quanto possa essere rischioso dipendere da una singola rotta.
Questo cambiamento continuerà probabilmente a produrre investimenti in oleodotti alternativi, LNG, porti, rinnovabili e stoccaggi anche se la guerra terminasse nelle prossime settimane.

Il dossier iraniano entra ora in una fase soprattutto economica

Le grandi operazioni militari sono diminuite rispetto alle fasi più intense, ma questo non significa che il conflitto sia vicino alla fine. La battaglia si sta spostando verso banche, petrolio, commercio e navigazione.
Washington cerca di ridurre progressivamente la capacità iraniana di ottenere valuta e finanziare lo Stato. Teheran utilizza Hormuz per aumentare il costo internazionale di questa strategia.
La diplomazia tenta di intervenire proprio nel punto nel quale queste due pressioni si incontrano.

Il calo del commercio diventa il nuovo indicatore da seguire

Nei prossimi mesi sarà importante osservare se il 35% di contrazione indicato da Pezeshkian continuerà ad approfondirsi oppure se l'Iran riuscirà a trovare nuove rotte commerciali.
Un ulteriore calo potrebbe aggravare inflazione e scarsità di valuta. Una stabilizzazione indicherebbe invece una maggiore capacità di adattamento alle sanzioni americane.
Allo stesso modo, il livello delle esportazioni petrolifere offrirà un'indicazione molto più concreta dell'efficacia della pressione rispetto alle dichiarazioni politiche.

Anche il traffico di Hormuz sarà un indicatore più utile delle parole

La stessa regola vale per lo Stretto. Nei prossimi giorni sarà più importante contare navi e barili che interpretare dichiarazioni contrastanti di Washington e Teheran.
Se i transiti aumenteranno stabilmente e torneranno verso livelli molto più elevati, significherà che i negoziati stanno producendo un cambiamento reale.
Se rimarranno nell'ordine di pochi movimenti giornalieri, la definizione di Hormuz come "aperto" continuerà a essere soprattutto politica.

Alle 29 agosto non esiste ancora la svolta definitiva

Alla mattina del 29 agosto 2026, la situazione resta quindi sospesa. Iran e Oman hanno compiuto progressi sul concetto di corridoio temporaneo e Qatar ha riaperto un canale politico importante.
Ma non è stato annunciato un accordo definitivo capace di ristabilire pienamente la navigazione commerciale, chiudere la disputa sulle sanzioni e produrre una soluzione generale della guerra.
Le condizioni iraniane devono ancora essere definite e accettate, mentre gli Stati Uniti continuano contemporaneamente ad aumentare la pressione economica.

Hormuz resta il punto nel quale economia e guerra diventano la stessa cosa

La particolarità di questa crisi è che lo Stretto di Hormuz non rappresenta soltanto un fronte militare. È contemporaneamente una rotta commerciale, una leva diplomatica e uno dei principali fattori di rischio dell'economia mondiale.
Una nave che non attraversa lo Stretto può significare meno petrolio per una raffineria asiatica, meno GNL per l'Europa, maggiori costi assicurativi e più pressione sui prezzi al consumo.
Per questo ogni cambiamento nella gestione del passaggio produce conseguenze che arrivano molto più lontano delle coste di Iran e Oman.

La pressione americana e la resistenza iraniana entrano nel settimo mese

Il conflitto entra così nel settimo mese con due strategie ancora incompatibili. Washington vuole utilizzare sanzioni e blocco economico per costringere Teheran a rinunciare alle proprie leve.
L'Iran cerca invece di dimostrare che ogni aumento della pressione americana produrrà un costo anche per il mercato mondiale attraverso Hormuz e altri strumenti regionali.
Il rischio è una situazione nella quale entrambe le parti possano continuare a sopportare le perdite abbastanza a lungo da prolungare lo stallo per molti altri mesi.

Il vero pericolo è che lo stallo diventi permanente

Un conflitto congelato intorno a Hormuz potrebbe essere persino più complesso di una breve fase di guerra aperta. Una situazione di instabilità cronica manterrebbe elevati assicurazioni, costi logistici e premio geopolitico dell'energia.
Le imprese inizierebbero a incorporare questa condizione nelle proprie strategie di lungo periodo e i governi accelererebbero costosi investimenti per aggirare definitivamente lo Stretto.
L'impatto economico diventerebbe quindi strutturale anziché temporaneo.

La diplomazia ha una finestra, ma non è ancora una soluzione

La visita qatariota e i colloqui tra Iran e Oman rappresentano il segnale più concreto di possibile de-escalation delle ultime settimane.
Non devono però essere confusi con un accordo già raggiunto. Restano divergenze profonde su sanzioni, blocco dei porti, compensazioni e autorità sullo Stretto.
Una soluzione richiederà probabilmente una sequenza di passi reciproci capace di permettere a entrambe le parti di dichiarare di avere protetto i propri interessi strategici.

Dal 35% di commercio perso alla battaglia per Hormuz

Il dato economico diffuso da Pezeshkian riassume oggi il costo interno della guerra: commercio estero in calo del 35%, inflazione al 66% e forte pressione sulle esportazioni petrolifere.
Dall'altro lato, la crisi ha privato il Qatar di quasi tutte le proprie esportazioni di LNG, costretto i Paesi del Golfo a ridisegnare rotte e infrastrutture e trasferito costi energetici fino a Europa, Asia e Stati Uniti.
La battaglia economica non ha quindi un solo perdente. È proprio questa capacità di distribuire il danno a rendere Hormuz il principale strumento negoziale iraniano.

Settembre potrebbe diventare il mese decisivo

Le prossime settimane mostreranno se il corridoio Iran-Oman potrà diventare operativo e se Qatar riuscirà a trasformare i colloqui in un vero negoziato politico.
Se i transiti aumenteranno, il mercato potrebbe iniziare a scommettere su una graduale riapertura. Se le trattative falliranno, la combinazione di sanzioni più aggressive e traffico ridotto potrebbe produrre una nuova escalation economica.
Settembre sarà inoltre un mese delicato per i mercati globali, con banche centrali impegnate a gestire inflazione e crescita mentre l'energia continua a dipendere dalle decisioni prese attorno a un corridoio marittimo largo poche decine di chilometri.

La notizia più importante non è che Hormuz sia aperto o chiuso

La domanda più utile non è scegliere tra la versione americana dello Stretto "aperto" e quella iraniana dello Stretto "chiuso".
La realtà è più complessa: alcune navi transitano, altre evitano la rotta; Washington sostiene di aver rimosso le mine, ma Teheran mantiene la capacità di minacciare i movimenti non autorizzati; i volumi sono aumentati rispetto ai momenti peggiori della guerra ma restano molto inferiori alla normalità.
Hormuz è quindi oggi un passaggio parzialmente utilizzabile ma non normalizzato, ed è questa definizione a descrivere meglio la situazione economica reale.

Il mondo attende un accordo che ancora non c'è

A sei mesi dall'inizio della guerra, l'Iran affronta una delle più severe pressioni economiche della propria storia recente. Il 35% di commercio estero perduto e un'inflazione al 66% mostrano quanto il conflitto stia entrando nella vita economica quotidiana.
Gli Stati Uniti aumentano le sanzioni e iniziano a colpire anche soggetti stranieri considerati parte delle reti finanziarie iraniane. Teheran risponde mantenendo la propria presa sul dossier di Hormuz, sapendo che il costo di una chiusura prolungata non può essere confinato all'Iran.
Qatar e Oman stanno tentando di costruire un compromesso. Esiste un possibile corridoio, esistono colloqui e una lista di condizioni iraniane è in preparazione. Ma manca ancora ciò che conta davvero: un accordo verificabile che riporti stabilmente navi, petrolio e gas verso i livelli precedenti alla guerra.

Hormuz resta il termometro della guerra tra Iran e Stati Uniti

Nei prossimi giorni sarà quindi lo Stretto di Hormuz a offrire il segnale più affidabile sull'evoluzione del conflitto. Più navi, più petrolio e più LNG significherebbero che la diplomazia sta guadagnando spazio. Nuovi attacchi o un ulteriore calo dei transiti indicherebbero invece che lo stallo continua.
Per l'Iran, il problema sarà capire quanto a lungo possa sostenere inflazione e perdita di commercio. Per Washington, quanto a lungo possa mantenere una strategia di massima pressione senza produrre un nuovo shock energetico globale.
Per il resto del mondo, invece, la questione è molto più semplice: una rotta da cui prima della guerra dipendeva circa un quinto dell'energia globale continua a funzionare soltanto in misura ridotta e senza un accordo politico capace di garantirne stabilmente la sicurezza.
E voi come valutate la crisi dello Stretto di Hormuz? Pensate che Qatar e Oman riusciranno a costruire un compromesso capace di normalizzare la navigazione oppure ritenete che la nuova offensiva economica degli Stati Uniti renderà ancora più difficile un accordo con Teheran? Lasciate nei commenti la vostra opinione sul futuro della guerra tra Iran e Stati Uniti e sulle possibili conseguenze per energia ed economia mondiale.

Lascia il tuo commento