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Hormuz riaccende l’inflazione: BCE divisa sul nuovo rialzo dei tassi

La nuova escalation militare nello Stretto di Hormuz riporta l'economia mondiale davanti a uno scenario già sperimentato nei mesi precedenti: meno petrolio e gas disponibili, prezzi energetici in aumento, inflazione più resistente e banche centrali costrette a valutare nuovi rialzi dei tassi nonostante una crescita economica debole.
Le azioni contrapposte di Stati Uniti e Iran hanno nuovamente rallentato il traffico marittimo e le esportazioni energetiche del Golfo Persico. Le navi affrontano rischi militari, assicurativi e logistici più elevati, mentre una parte degli armatori evita il passaggio o richiede compensi maggiori per attraversare l'area.
La situazione è particolarmente delicata perché le riserve petrolifere mondiali sono oggi molto più basse rispetto all'inizio della guerra. Nei primi mesi della crisi, governi e operatori hanno utilizzato grandi quantità di scorte per attenuare la perdita di forniture; una seconda interruzione prolungata incontra quindi un sistema dotato di un margine di sicurezza inferiore.
Il nuovo shock arriva alla vigilia della riunione della Banca centrale europea del 22 e 23 luglio. Tutti i 74 economisti coinvolti nell'ultima rilevazione internazionale prevedono tassi invariati nella riunione di luglio, ma una maggioranza crescente considera probabile un altro aumento entro la fine dell'anno, verosimilmente a settembre.

La BCE dovrebbe fermarsi il 23 luglio

La previsione condivisa dagli analisti è che il Consiglio direttivo mantenga il tasso sui depositi al 2,25%. Resterebbero invariati anche gli altri principali tassi ufficiali, dopo l'aumento di 25 punti base deciso nel mese di giugno.
La decisione formale verrà annunciata il 23 luglio 2026, al termine della seconda giornata della riunione di Francoforte. Fino a quel momento qualsiasi previsione rimane una valutazione degli economisti e dei mercati, non un impegno assunto dall'istituzione monetaria.
La pausa prevista non segnala che il problema dell'inflazione energetica sia risolto. La BCE potrebbe preferire attendere nuovi dati, osservare la durata dell'escalation e aggiornare a settembre le proprie proiezioni economiche prima di modificare nuovamente il costo del denaro.
Un rialzo immediato sarebbe difficile da giustificare anche alla luce della debolezza dell'economia dell'eurozona. La politica monetaria deve contenere l'inflazione senza aumentare inutilmente il rischio di una stagnazione più profonda.

Il sondaggio tra 74 economisti

La rilevazione effettuata tra il 13 e il 16 luglio mostra un consenso completo sulla riunione imminente: 74 economisti su 74 si aspettano che la BCE non intervenga sui tassi il 23 luglio.
Le opinioni cambiano quando l'orizzonte viene esteso al resto del 2026. Cinquantadue analisti, pari al 70% del campione, prevedono almeno un altro rialzo entro dicembre, una quota superiore a quella registrata nella precedente rilevazione.
L'ipotesi prevalente è un aumento di 25 punti base a settembre, che porterebbe il tasso sui depositi dal 2,25% al 2,50%. Quasi il 30% degli intervistati ritiene invece che i tassi rimarranno invariati per tutto il resto dell'anno.
Soltanto tre economisti prevedono due ulteriori aumenti nel 2026. Il quadro maggioritario indica quindi una stretta limitata e prudente, non l'inizio già certo di una lunga sequenza di rialzi.

Settembre dipenderà soprattutto dall'energia

La riunione del 10 settembre appare più adatta a un'eventuale decisione perché sarà accompagnata da nuove previsioni economiche elaborate dall'Eurosistema.
La BCE potrà valutare se il rincaro di petrolio, gas ed elettricità sia temporaneo oppure abbastanza persistente da modificare l'inflazione attesa anche nel 2027.
Un Brent ancora vicino o superiore ai 90 dollari al barile, accompagnato da una forte incertezza sui flussi attraverso Hormuz, aumenterebbe la probabilità di una nuova stretta.
Un accordo capace di riaprire stabilmente le rotte, accompagnato da un rapido calo dell'energia, potrebbe invece permettere alla BCE di rinviare l'intervento o di mantenere i tassi al livello attuale.

Il Brent risale a 88,10 dollari

Venerdì 17 luglio il Brent, riferimento principale per il petrolio europeo e internazionale, ha chiuso a 88,10 dollari al barile, con un aumento del 4,59% nella singola seduta.
Il greggio statunitense West Texas Intermediate ha raggiunto 82,49 dollari, guadagnando il 4,48%. Entrambi i contratti hanno toccato i livelli più elevati dalla metà di giugno.
Nell'intera settimana il rialzo è stato vicino al 16%. Il movimento riflette la nuova intensificazione degli attacchi, la riduzione dei passaggi nello Stretto e il timore che il conflitto possa coinvolgere ulteriori infrastrutture energetiche.
La quotazione del petrolio non dipende soltanto dai barili già mancanti. I mercati incorporano anche un premio per il rischio geopolitico, legato alla possibilità di nuovi attacchi contro petroliere, porti, oleodotti, raffinerie e impianti del Golfo.

Il ruolo decisivo dello Stretto di Hormuz

Prima dello scoppio della guerra, attraverso lo Stretto di Hormuz transitava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto scambiati quotidianamente nel mondo.
La rotta collega il Golfo Persico all'Oceano Indiano ed è indispensabile per le esportazioni di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Kuwait, Qatar e Iran, anche se alcuni produttori dispongono di oleodotti alternativi.
Le vie terrestri possono attenuare la perdita, ma non sostituire interamente la capacità marittima dello Stretto. Una parte rilevante delle esportazioni continua quindi a dipendere dalla libertà di navigazione in un passaggio largo poche decine di chilometri nei suoi punti più sensibili.
Quando il traffico diminuisce, le conseguenze raggiungono rapidamente Asia ed Europa, principali destinazioni dei carichi energetici provenienti dalla regione.

Azioni contrapposte e navigazione ridotta

Gli Stati Uniti hanno ripristinato misure navali e restrizioni dirette contro le esportazioni iraniane, mentre l'Iran ha colpito o minacciato le navi in transito e le infrastrutture dei Paesi della regione collegati a Washington.
La combinazione delle due strategie riduce la prevedibilità dei flussi. Le petroliere devono affrontare la possibilità di essere fermate, attaccate, deviate oppure coinvolte accidentalmente nelle operazioni militari.
Gli armatori possono decidere di non accettare il viaggio, mentre le compagnie assicurative aumentano i premi richiesti per coprire un passaggio considerato ad alto rischio.
Anche quando una nave riesce ad attraversare lo Stretto, il maggiore costo di assicurazione, sicurezza e trasporto può essere trasferito sul prezzo finale del carico.

Le esportazioni sono inferiori ai livelli precedenti alla guerra

I produttori del Golfo hanno sviluppato percorsi alternativi, aumentato l'uso di oleodotti e adattato le operazioni portuali, ma le esportazioni energetiche non sono ancora tornate stabilmente ai livelli precedenti al conflitto.
Una parte degli impianti colpiti dagli attacchi richiederà mesi o anni per essere completamente riparata. Il ritorno di una nave nello Stretto non implica quindi che la produzione e la capacità di carico siano state integralmente ristabilite.
La nuova escalation interrompe un recupero già incompleto. Gli operatori devono affrontare contemporaneamente danni infrastrutturali, rischio militare e scorte ridotte.
Il mercato può assorbire brevi interruzioni, ma diventa progressivamente più vulnerabile quando il calo delle forniture si prolunga e le alternative vengono utilizzate vicino alla loro capacità massima.

Un miliardo di barili prelevato dalle riserve

Durante i primi quattro mesi della guerra, il sistema energetico mondiale ha compensato una parte della perdita attraverso il prelievo di circa un miliardo di barili dalle riserve commerciali e strategiche.
L'intervento coordinato ha impedito che la riduzione delle forniture producesse immediatamente una carenza generalizzata di benzina, diesel e carburante per l'aviazione.
I Paesi legati all'Agenzia internazionale dell'energia hanno autorizzato il più grande rilascio coordinato di scorte petrolifere di emergenza mai realizzato, mentre la Cina ha utilizzato parte dei propri depositi e ridotto alcuni acquisti.
Quelle riserve avevano la funzione di fornire tempo al mercato. Il problema attuale è che una parte consistente del cuscinetto di sicurezza è già stata consumata.

Perché oggi il mondo è più vulnerabile

All'inizio della guerra, i governi potevano reagire alla perdita di offerta liberando rapidamente grandi quantità di petrolio immagazzinato. Oggi ripetere lo stesso intervento sarebbe più difficile e ridurrebbe ulteriormente la protezione contro future crisi.
Le riserve non devono necessariamente essere esaurite per perdere efficacia. È sufficiente che scendano abbastanza da rendere i governi più prudenti nell'autorizzare nuovi prelievi.
I mercati sanno inoltre che ogni barile utilizzato dovrà essere successivamente ricomprato. Questa domanda futura può sostenere le quotazioni anche dopo una temporanea riapertura dello Stretto.
Il sistema mondiale continua a funzionare, ma dispone di una rete di sicurezza più sottile. Una nuova interruzione può quindi generare oscillazioni dei prezzi più rapide rispetto alla prima fase della guerra.

Ricostituire le scorte costerà decine di miliardi

Ai prezzi attuali, ricostituire le riserve già utilizzate potrebbe richiedere oltre 70 miliardi di dollari. Il costo aumenterebbe ulteriormente se i governi fossero costretti ad acquistare durante una fase di quotazioni elevate.
Le autorità possono attendere un calo del petrolio prima di ricomprare, ma un rinvio prolungato lascia il Paese meno preparato davanti a una nuova emergenza.
La ricostituzione delle scorte entra quindi in competizione con altre priorità di bilancio e può diventare un tema di politica fiscale e sicurezza nazionale.
Gli acquisti pubblici effettuati contemporaneamente da più Paesi potrebbero inoltre sostenere la domanda mondiale e rallentare la discesa delle quotazioni.

Il gas rappresenta un secondo fronte

La crisi non riguarda soltanto il petrolio. Prima della guerra, Hormuz era attraversato anche da circa un quinto del gas naturale liquefatto commerciato globalmente.
Il Qatar è uno dei principali esportatori mondiali di LNG e una parte fondamentale dei suoi carichi deve superare lo Stretto per raggiungere Asia ed Europa.
Una riduzione prolungata delle forniture costringerebbe gli acquirenti europei a competere più intensamente con quelli asiatici per i carichi provenienti da Stati Uniti, Africa e altre regioni.
La concorrenza internazionale può far salire il prezzo del gas anche quando le riserve europee rimangono sufficienti a evitare una carenza fisica immediata.

L'Europa dipende maggiormente dal gas via nave

Dopo la forte riduzione delle forniture russe attraverso i gasdotti, l'Unione europea ha aumentato la propria dipendenza dalle importazioni marittime di LNG.
Questa diversificazione ha ridotto il potere di un singolo fornitore, ma ha aumentato l'esposizione alle condizioni del mercato globale e alla sicurezza delle rotte navali.
Un carico destinato all'Europa può essere dirottato verso l'Asia quando un compratore offre un prezzo superiore. La sicurezza energetica europea dipende quindi anche dalla capacità di competere economicamente per le forniture disponibili.
Il nuovo shock arriva inoltre mentre diversi impianti del Golfo devono ancora recuperare pienamente dai danni subiti durante i primi mesi della guerra.

Dal petrolio all'inflazione europea

L'aumento del greggio raggiunge i consumatori europei attraverso il prezzo di benzina, gasolio, combustibili e trasporti. La trasmissione non è immediata né identica in tutti i Paesi, ma diventa visibile quando il rincaro dura diverse settimane.
Il gas incide sulle bollette, sulla produzione elettrica e sui costi delle industrie ad alta intensità energetica. Fertilizzanti, chimica, vetro, ceramica, acciaio e carta possono subire un aumento dei costi industriali.
Le imprese possono assorbire inizialmente una parte del rincaro riducendo i margini. Quando lo shock persiste, tendono a trasferirlo sui prezzi di prodotti e servizi.
Il rischio per la BCE nasce quindi dalla possibilità che un aumento concentrato nell'energia diventi una pressione inflazionistica più diffusa.

L'inflazione è scesa al 2,8%, ma resta sopra l'obiettivo

Nel mese di giugno, l'inflazione annuale dell'eurozona è diminuita al 2,8%, dal 3,2% registrato a maggio.
Il rallentamento rappresenta un segnale favorevole, ma il livello rimane superiore all'obiettivo del 2% perseguito dalla Banca centrale europea nel medio periodo.
I dati di giugno riflettono soltanto in parte la nuova escalation iniziata a luglio. L'impatto dell'ultimo aumento di petrolio e gas emergerà nei dati successivi, qualora le quotazioni rimangano alte.
La BCE dovrà quindi distinguere tra il miglioramento già registrato e il possibile nuovo impulso energetico destinato a manifestarsi nei prossimi mesi.

Le previsioni ufficiali della BCE

Nelle proiezioni pubblicate a giugno, la BCE prevedeva un'inflazione media del 3% nel 2026, del 2,3% nel 2027 e del 2% nel 2028.
La previsione era già stata rivista al rialzo rispetto a marzo a causa del maggiore costo dell'energia, destinato a trasferirsi parzialmente su alimentari, beni industriali e servizi.
L'inflazione priva di energia e alimentari era attesa al 2,5% sia nel 2026 sia nel 2027, prima di scendere al 2,2% nel 2028.
La nuova escalation potrebbe rendere quelle stime troppo ottimistiche, ma la BCE aggiornerà formalmente il proprio scenario soltanto dopo avere raccolto dati più completi.

Il rischio degli effetti di secondo livello

Una banca centrale non può produrre petrolio o riaprire una rotta marittima attraverso un aumento dei tassi. Può però cercare di impedire i cosiddetti effetti di secondo livello.
Questi emergono quando lavoratori e imprese non considerano temporaneo il rincaro energetico. I lavoratori chiedono salari più elevati per recuperare potere d'acquisto e le aziende aumentano ulteriormente i prezzi per finanziare il maggiore costo del lavoro.
Se il processo si ripete, l'inflazione può rimanere alta anche dopo la discesa del petrolio. La BCE osserva quindi con attenzione salari, margini e aspettative.
Il rialzo dei tassi serve a ridurre la domanda e a segnalare che l'istituzione non permetterà allo shock energetico di trasformarsi in un aumento permanente dei prezzi.

Le aspettative possono cambiare i comportamenti

Quando famiglie e imprese prevedono un'inflazione elevata, possono anticipare acquisti, chiedere aumenti salariali o modificare i contratti. Queste decisioni contribuiscono a rendere più persistente la crescita dei prezzi.
La credibilità della banca centrale serve a mantenere le aspettative vicine al 2%, anche durante una crisi geopolitica.
Un rialzo non viene quindi valutato soltanto per il suo effetto immediato sui consumi, ma anche per il messaggio inviato ai mercati e alle parti coinvolte nella formazione dei salari.
Intervenire troppo tardi può permettere all'inflazione di consolidarsi; agire troppo presto può invece indebolire un'economia già fragile senza ridurre il costo dell'energia importata.

Il precedente controverso del 2011

Nel 2011 la BCE aumentò i tassi mentre l'economia europea affrontava un rincaro energetico e l'avvicinarsi della crisi dei debiti sovrani. Quella scelta è oggi considerata da molti economisti un errore di politica monetaria.
I rialzi furono successivamente annullati quando la situazione economica peggiorò. Il precedente invita a non reagire automaticamente a ogni aumento del petrolio.
Un rialzo dei tassi colpisce credito, investimenti e consumi, ma non elimina il problema di offerta che ha originato lo shock.
La BCE deve però confrontarsi anche con l'esperienza opposta del 2021 e 2022, quando una reazione considerata tardiva contribuì a rendere necessaria una stretta successiva molto più rapida.

Tra l'errore del 2011 e il ritardo del 2022

L'istituzione si trova oggi tra due rischi storici: ripetere il rialzo prematuro del 2011 oppure sottovalutare uno shock destinato a diffondersi come accadde dopo la crisi energetica del 2022.
La differenza dipenderà soprattutto dalla durata. Un aumento del petrolio seguito da una rapida tregua richiede una risposta diversa rispetto a una chiusura plurimensile dello Stretto.
La BCE osserva anche la capacità di famiglie e imprese di assorbire il rincaro. Quando i bilanci sono già sotto pressione, l'impatto sulla domanda può essere abbastanza forte da ridurre spontaneamente l'inflazione.
La politica monetaria rimarrà quindi dipendente dai dati e valutata riunione dopo riunione, senza un percorso di rialzi già stabilito.

Una crescita economica estremamente debole

Il sondaggio tra gli economisti prevede una crescita dell'eurozona di appena 0,5% nel 2026, dopo una contrazione dello 0,2% nel primo trimestre.
L'attività sarebbe tornata a crescere dello 0,2% nel trimestre successivo, ma con un ritmo insufficiente a garantire una ripresa solida.
Il rincaro energetico riduce il reddito disponibile delle famiglie, aumenta i costi delle imprese e può indebolire la fiducia economica.
Un nuovo rialzo dei tassi agirebbe nella stessa direzione restrittiva, rendendo più costosi prestiti, investimenti e acquisti finanziati attraverso il credito.

Il rischio di stagflazione

La combinazione tra prezzi in aumento e crescita quasi ferma viene indicata con il termine stagflazione. È uno degli scenari più difficili per una banca centrale.
Ridurre i tassi per sostenere l'economia può alimentare l'inflazione; aumentarli per controllare i prezzi può aggravare la stagnazione.
La crisi di Hormuz presenta precisamente questa caratteristica perché riduce l'offerta energetica e impoverisce contemporaneamente i Paesi importatori.
L'Europa trasferisce una quota maggiore del proprio reddito ai produttori di energia, mentre imprese e consumatori devono ridurre altre spese per sostenere il maggiore costo delle importazioni.

Le conseguenze per i mutui

Un nuovo rialzo della BCE può aumentare il costo dei mutui a tasso variabile, soprattutto quando il contratto è collegato all'Euribor.
La trasmissione non avviene nello stesso giorno e dipende dalla scadenza dell'indice utilizzato, dalle condizioni del contratto e dalle aspettative già incorporate dal mercato.
I mutui a tasso fisso già stipulati non cambiano rata per effetto della decisione della BCE. I nuovi finanziamenti possono però diventare più costosi quando aumentano i rendimenti di mercato.
La sola aspettativa di un rialzo a settembre può influenzare i tassi applicati prima della riunione, perché le banche definiscono le condizioni osservando l'intera prospettiva monetaria.

Prestiti e credito alle imprese

Tassi più elevati aumentano anche il costo di prestiti personali, finanziamenti aziendali e linee di credito.
Le piccole e medie imprese risultano particolarmente esposte quando dipendono dalle banche e dispongono di margini limitati per assorbire contemporaneamente energia e interessi più cari.
Un'impresa può rinviare investimenti, assunzioni o acquisti di macchinari quando il rendimento atteso del progetto non compensa il maggiore costo del capitale.
La stretta monetaria può quindi ridurre l'inflazione attraverso una minore domanda, ma anche rallentare l'innovazione e la capacità produttiva.

Gli effetti sui conti pubblici italiani

L'Italia è particolarmente sensibile ai tassi per l'elevata dimensione del proprio debito pubblico. Un aumento dei rendimenti rende progressivamente più costoso rifinanziare i titoli in scadenza.
L'effetto sul bilancio non è immediato perché il debito possiede scadenze distribuite nel tempo, ma si accumula quando i nuovi titoli vengono emessi a condizioni più onerose.
La crisi energetica può inoltre richiedere interventi per sostenere famiglie e imprese, aumentando la pressione sulle finanze dello Stato.
Il governo deve quindi affrontare contemporaneamente carburanti e bollette più cari, crescita debole e un possibile aumento della spesa per interessi.

Lo spread e la percezione del rischio

Le tensioni geopolitiche possono aumentare la domanda di titoli considerati più sicuri e ampliare lo spread tra i rendimenti dei diversi Paesi dell'eurozona.
Un rialzo della BCE non produce automaticamente un aumento dello spread italiano. L'effetto dipende dalle condizioni fiscali, dalle prospettive di crescita e dalla fiducia degli investitori.
Una politica monetaria più restrittiva può però rendere il mercato meno tollerante verso Paesi con debito elevato o prospettive economiche deboli.
La BCE dispone di strumenti destinati a contrastare dinamiche ingiustificate e disordinate, ma non può sostituire la sostenibilità dei bilanci nazionali.

Il possibile sostegno all'euro

Un aumento dei tassi può sostenere il valore dell'euro, rendendo più remunerativi gli investimenti denominati nella moneta unica.
Un euro più forte riduce il costo in valuta europea del petrolio, che viene normalmente scambiato in dollari. Questo effetto può attenuare una parte dell'inflazione importata.
Il cambio dipende però anche dalle decisioni della Federal Reserve, dalla crescita relativa e dalla ricerca di sicurezza da parte degli investitori.
Una crisi geopolitica può rafforzare il dollaro anche quando la BCE aumenta i tassi, limitando il beneficio sulla fattura energetica europea.

Carburanti e trasporti

Il petrolio più caro tende a riflettersi sul prezzo di benzina, gasolio e carburante aereo, con tempi e intensità differenti.
L'impatto dipende dalle quotazioni dei prodotti raffinati, dal cambio, dalle imposte e dai margini della distribuzione, non soltanto dal prezzo del barile.
Autotrasporto, compagnie aeree, navigazione e logistica possono trasferire una parte del rincaro sui clienti attraverso supplementi o nuove tariffe.
Il costo dell'energia raggiunge così alimentari, commercio elettronico, turismo e beni industriali attraverso la componente del trasporto.

Gas e bollette elettriche

Il rincaro del gas naturale può influire sulle bollette e sui prezzi all'ingrosso dell'elettricità, soprattutto nelle ore in cui gli impianti a gas determinano il costo marginale del sistema.
L'effetto per le famiglie dipende dal tipo di contratto, dalla frequenza degli aggiornamenti e dalle politiche tariffarie applicate nei singoli Paesi.
Le imprese energivore reagiscono più rapidamente perché acquistano quantità elevate e possono essere esposte direttamente ai prezzi del mercato all'ingrosso.
Un periodo prolungato di gas costoso può ridurre la produzione europea e favorire importazioni da aree dotate di energia meno cara.

Alimentari e fertilizzanti

Il gas naturale viene utilizzato nella produzione di ammoniaca e fertilizzanti azotati. Un suo rincaro può aumentare i costi sostenuti dall'agricoltura.
Il trasferimento ai prezzi alimentari richiede tempo e dipende da raccolti, clima, scorte e capacità degli agricoltori di ridurre l'uso dei prodotti più costosi.
Anche il diesel utilizzato da trattori e mezzi agricoli incide sulla produzione e sul trasporto delle merci.
Lo shock energetico può quindi alimentare l'inflazione degli alimentari attraverso più canali, aggravando l'impatto sulle famiglie a reddito basso, che destinano una quota maggiore del bilancio a cibo ed energia.

Le industrie più esposte

Chimica, acciaio, ceramica, vetro, carta e fertilizzanti sono tra i settori maggiormente sensibili al prezzo dell'energia.
Le imprese europee possono ridurre temporaneamente la produzione quando il costo del gas supera il valore economico del prodotto finale.
Queste interruzioni proteggono i bilanci aziendali nel breve periodo, ma possono ridurre l'offerta, indebolire le catene di fornitura e aumentare i prezzi.
Una crisi prolungata può accelerare la delocalizzazione degli investimenti verso Paesi dotati di energia meno costosa, con effetti strutturali sulla competitività industriale europea.

La risposta dei governi

I governi possono intervenire attraverso riduzioni fiscali, bonus, sostegni mirati e garanzie alle imprese, ma ogni misura comporta un costo per il bilancio pubblico.
Sussidiare indiscriminatamente i consumi attenua il rincaro, ma riduce l'incentivo al risparmio energetico e può sostenere la domanda proprio mentre l'offerta è insufficiente.
Gli aiuti mirati alle famiglie vulnerabili e ai settori essenziali possono risultare meno costosi, ma richiedono criteri, controlli e tempi amministrativi.
La politica fiscale deve inoltre evitare di neutralizzare completamente la stretta monetaria, perché una forte espansione della spesa può rendere più difficile il compito della BCE.

Le riserve europee di gas

Gli stoccaggi di gas europeo offrono una protezione contro interruzioni temporanee, ma non eliminano il rischio legato a una crisi lunga.
Le riserve devono essere ricostituite prima dell'inverno, quando aumentano i consumi per riscaldamento e produzione elettrica.
Prezzi elevati durante l'estate rendono più costoso riempire i depositi e possono indurre gli operatori a rinviare gli acquisti in attesa di una diminuzione.
Se la crisi proseguisse fino all'autunno, l'Europa dovrebbe competere per il LNG in una fase caratterizzata da una domanda stagionale crescente.

Le alternative allo Stretto

Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di oleodotti alternativi capaci di trasferire una parte della produzione verso porti esterni al Golfo Persico.
Queste infrastrutture hanno contribuito a impedire il blocco totale dell'offerta durante la prima fase della guerra.
La loro capacità rimane però inferiore ai normali volumi trasportati attraverso Hormuz e non è disponibile nello stesso modo per tutti i produttori.
Il gas naturale liquefatto del Qatar presenta alternative molto più limitate, perché i grandi impianti di esportazione si trovano all'interno del Golfo e dipendono dalla rotta marittima.

Il possibile coinvolgimento del Mar Rosso

Le minacce di estendere le interruzioni al Mar Rosso aumentano il rischio perché colpirebbero una seconda rotta fondamentale per il trasporto tra Asia ed Europa.
Una chiusura o una forte riduzione del traffico attraverso Bab el-Mandeb e il canale di Suez obbligherebbe più navi a circumnavigare l'Africa.
Il viaggio più lungo richiede maggiore carburante, immobilizza le navi per più giorni e riduce la capacità complessiva disponibile sul mercato.
Una crisi simultanea di Hormuz e del Mar Rosso avrebbe quindi effetti su petrolio, gas, container e merci industriali, ampliando il rincaro dei trasporti.

Perché i prezzi non sono ancora più alti

Nonostante la dimensione dell'interruzione, il petrolio rimane lontano dai massimi raggiunti in aprile. Il mercato continua a scontare la possibilità che la nuova escalation sia temporanea.
La riduzione della domanda cinese, la maggiore diffusione dei veicoli elettrici e l'uso delle rotte alternative hanno attenuato il deficit.
Gli operatori hanno inoltre reagito alla prima fase della guerra adattando carichi, raffinazione e destinazioni, rendendo il sistema più flessibile.
Questa resilienza non deve però essere confusa con l'assenza di rischio. Le scorte ridotte rendono i prezzi più sensibili a ogni nuova interruzione materiale.

Il mercato potrebbe sottovalutare il pericolo

Le quotazioni incorporano aspettative sulla durata della guerra. Se gli operatori prevedono una tregua rapida, il prezzo può rimanere relativamente contenuto anche in presenza di flussi ridotti.
Una smentita di questa aspettativa potrebbe generare un rialzo improvviso, perché molti investitori sarebbero costretti a modificare contemporaneamente le proprie posizioni.
L'assenza di ampie riserve rende particolarmente difficile compensare un nuovo attacco contro petroliere o infrastrutture strategiche.
Il rischio economico non dipende quindi soltanto dal livello attuale del petrolio, ma dalla possibilità di un passaggio rapido verso prezzi molto superiori.

La BCE non dispone di una soluzione militare o energetica

La politica monetaria non può riaprire lo Stretto, riparare una raffineria o aumentare la produzione di LNG.
Il suo compito consiste nel garantire che il rincaro non modifichi stabilmente l'andamento generale dei prezzi e le aspettative di famiglie e imprese.
Un rialzo può ridurre consumi e investimenti, attenuando la domanda interna, ma comporta un costo economico e sociale.
La soluzione diretta alla crisi rimane diplomatica, militare e logistica; l'intervento della BCE può soltanto contenere le conseguenze inflazionistiche.

Una decisione senza automatismi

La previsione di settembre non deve essere interpretata come un rialzo già deciso. Il Consiglio direttivo valuterà i dati disponibili poco prima della riunione.
Tra gli indicatori principali figurano inflazione complessiva, inflazione di fondo, salari, margini, credito, crescita e aspettative.
Verranno osservati anche petrolio, gas, elettricità, traffico navale e probabilità di una tregua duratura nello Stretto.
La BCE ha ribadito di non essere vincolata a un percorso prestabilito e di decidere riunione per riunione.

Che cosa aspettarsi il 23 luglio

Lo scenario più probabile è la conferma dei tassi attuali, accompagnata da una comunicazione prudente sui rischi energetici.
La presidente della BCE potrebbe evitare sia di promettere un rialzo a settembre sia di escluderlo, mantenendo aperte tutte le possibilità.
Particolare attenzione verrà dedicata alle parole utilizzate per descrivere gli effetti di secondo livello e la persistenza dell'inflazione.
I mercati cercheranno inoltre indicazioni sul grado di consenso interno: un Consiglio maggiormente preoccupato dai prezzi renderebbe più probabile l'aumento di settembre.

I dati da seguire dopo la riunione

Dopo il 23 luglio, il primo indicatore decisivo sarà l'inflazione di luglio, che potrà mostrare i primi effetti del nuovo rialzo dell'energia.
I dati di agosto offriranno una misura più completa della trasmissione a carburanti, trasporti e bollette.
Le trattative salariali e gli indicatori sui prezzi richiesti dalle imprese aiuteranno a valutare se lo shock stia raggiungendo il resto dell'economia.
La BCE osserverà anche credito e attività produttiva per capire quanto spazio esista per una nuova stretta senza aggravare la debolezza congiunturale.

La variabile decisiva resta la durata della guerra

Una nuova tregua capace di garantire la navigazione commerciale potrebbe ridurre rapidamente il premio di rischio incorporato nel petrolio.
Il ritorno completo delle esportazioni richiederebbe comunque più tempo, a causa dei danni agli impianti e della necessità di ricostituire le scorte.
Un conflitto prolungato manterrebbe invece petrolio e gas elevati, aumentando il rischio di una nuova stretta monetaria e di una crescita più bassa.
La durata dell'escalation determinerà quindi se l'Europa affronta un rincaro temporaneo oppure un nuovo shock macroeconomico strutturale.

Hormuz mette la BCE davanti a una scelta difficile

La riunione del 23 luglio dovrebbe lasciare il tasso sui depositi al 2,25%, in linea con la previsione unanime dei 74 economisti consultati.
La vera decisione è rinviata a settembre, quando la BCE disporrà di nuove proiezioni e potrà misurare la persistenza del rincaro energetico.
Il 70% degli analisti prevede almeno un altro aumento entro fine anno, ma lo scenario dipende da petrolio, gas, inflazione e crescita.
Il mondo ha assorbito la prima fase della guerra utilizzando rotte alternative e circa un miliardo di barili di riserve. La nuova escalation trova però scorte più basse e infrastrutture non ancora completamente riparate.

Tra inflazione, tassi e rischio di una nuova frenata

Il blocco parziale dei flussi attraverso Hormuz trasferisce il costo della guerra alle economie importatrici sotto forma di energia più cara.
Per l'Europa, il rischio è una combinazione di inflazione ancora sopra il 2%, crescita vicina allo zero e condizioni di finanziamento nuovamente più rigide.
La BCE deve evitare che il rincaro diventi permanente senza ripetere una stretta sproporzionata davanti a uno shock che potrebbe dissolversi con una tregua.
La scelta di settembre dipenderà soprattutto da ciò che avverrà nello Stretto di Hormuz nelle prossime settimane: una riapertura stabile potrebbe allontanare il rialzo, mentre nuovi attacchi e petrolio vicino ai 90 dollari lo renderebbero molto più probabile.
Secondo voi, la BCE dovrebbe aumentare nuovamente i tassi per prevenire un ritorno dell'inflazione oppure evitare una stretta che rischierebbe di danneggiare crescita, mutui e imprese? Lasciate un commento e condividete il vostro punto di vista.

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