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Hormuz, Iran e Oman verso l’intesa: petrolio in calo

Lo Stretto di Hormuz torna al centro della diplomazia mondiale e dei mercati energetici. Iran e Oman stanno cercando di finalizzare i dettagli di un'intesa destinata a disciplinare almeno temporaneamente la navigazione attraverso uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta, mentre il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani, è atteso oggi a Teheran per tentare di rilanciare il dialogo politico tra Iran e Stati Uniti. Dopo quasi sei mesi di guerra, si tratta del segnale diplomatico più significativo delle ultime settimane, ma non equivale ancora né a un accordo di pace né alla piena riapertura dello stretto.
I mercati hanno reagito immediatamente alla prospettiva di una possibile riduzione del rischio geopolitico. Nelle prime ore della mattina del 27 agosto il Brent era sceso a 87,43 dollari al barile e il WTI a 81,86 dollari; poche ore più tardi, alle 06:45 GMT, il Brent aveva ampliato il ribasso fino a 86,77 dollari e il greggio statunitense a 81,10 dollari. Il movimento dimostra quanto anche una possibilità ancora incerta di maggiore libertà di navigazione attraverso Hormuz possa modificare rapidamente le aspettative sull'offerta mondiale di petrolio.
La ragione è strutturale. Prima dell'inizio della guerra del 28 febbraio 2026, attraverso lo Stretto di Hormuz transitavano volumi di petrolio e gas naturale liquefatto equivalenti a circa un quinto dei flussi energetici globali interessati. Dopo l'escalation militare, il traffico è crollato e i flussi petroliferi si trovano ancora attorno a un quarto dei livelli precedenti al conflitto. Per questo una vera riapertura avrebbe conseguenze simultanee su carburanti, inflazione, trasporto marittimo, industria, bilanci pubblici e crescita economica mondiale.

Iran e Oman stanno negoziando, ma l'accordo non è ancora chiuso

Il primo elemento da chiarire è che Iran e Oman non hanno ancora concluso formalmente l'intesa. Nelle ultime ore sono circolate dichiarazioni apparentemente differenti provenienti da Teheran. Un portavoce dei Guardiani della Rivoluzione ha affermato che le due parti avrebbero già raggiunto risultati accettabili sulla divisione delle competenze nelle acque dello stretto e sulla ripartizione dei ricavi collegati alla sua gestione.
Una fonte iraniana di alto livello ha però successivamente precisato che i dettagli dell'accordo restano da finalizzare. La distinzione è importante: possono esistere convergenze politiche su alcuni principi senza che siano ancora definiti tutti gli aspetti operativi, giuridici, economici e militari necessari per trasformare un'intesa di massima in un sistema realmente funzionante.
Il ministro degli Esteri dell'Oman, Badr Albusaidi, ha espresso l'auspicio di poter annunciare presto un corridoio temporaneo nello Stretto di Hormuz insieme a disposizioni pratiche destinate a ripristinare una navigazione più sicura. È probabilmente questo l'obiettivo immediato: non risolvere in pochi giorni tutti i problemi della guerra, ma creare una modalità provvisoria attraverso la quale aumentare gradualmente il traffico commerciale.

Un corridoio temporaneo potrebbe arrivare prima di una pace

Il punto centrale della diplomazia attuale è proprio la possibilità di separare almeno temporaneamente la sicurezza della navigazione dal negoziato molto più difficile sulla fine del conflitto. Stati Uniti e Iran restano lontani su questioni politiche e strategiche fondamentali, ma entrambi subiscono costi economici dal blocco dello stretto.
Un accordo tecnico potrebbe quindi consentire a determinate navi di attraversare Hormuz secondo regole concordate, mentre le parti continuano a discutere i nodi più difficili. Sarebbe una forma di de-escalation parziale: insufficiente per dichiarare finita la guerra, ma potenzialmente decisiva per ridurre il rischio di una nuova crisi energetica mondiale.
È già accaduto durante i precedenti tentativi negoziali. In primavera, Washington e Teheran avevano progressivamente ridotto l'ambizione di raggiungere subito una soluzione complessiva, concentrandosi sulla possibilità di una tregua provvisoria che permettesse di riaprire almeno parzialmente Hormuz e guadagnare tempo per affrontare successivamente il dossier nucleare e gli altri contenziosi.

L'Oman prova a trasformare Hormuz in una gestione condivisa

L'Oman occupa una posizione geografica e diplomatica unica. Lo stretto è compreso tra la costa iraniana a nord e quella omanita a sud, e Muscat mantiene da decenni rapporti relativamente equilibrati con Teheran, Washington e gli altri Paesi del Golfo.
La proposta omanita sviluppata nei mesi scorsi prevede un meccanismo regionale congiunto per la gestione della navigazione, con contributi volontari destinati a finanziare servizi come sicurezza marittima, protezione ambientale, ricerca e soccorso. L'idea cerca di costruire un compromesso tra la richiesta iraniana di avere un ruolo formale e la posizione di chi considera inaccettabile un pedaggio obbligatorio per il semplice attraversamento di uno stretto internazionale.
Il modello guardato con interesse da Muscat è quello dello Stretto di Malacca, dove Indonesia, Malaysia e Singapore collaborano alla gestione della sicurezza e possono ricevere contributi per determinati servizi senza trasformare la rotta in un normale canale a pedaggio.

L'Iran considera Hormuz una leva strategica fondamentale

Per Teheran lo Stretto di Hormuz è diventato molto più di una semplice via marittima. Dopo mesi di guerra e di sanzioni, il controllo del traffico rappresenta uno dei principali strumenti con cui l'Iran può ancora esercitare pressione sugli Stati Uniti e sulle economie del Golfo.
Le autorità iraniane sostengono che Teheran abbia il diritto di partecipare direttamente alla gestione delle acque territoriali e dei servizi associati al passaggio delle navi. Nel corso del conflitto l'Iran ha inoltre creato strutture amministrative dedicate e ha chiesto alle imbarcazioni di coordinare il transito con le proprie autorità.
Per il governo iraniano, rinunciare completamente a questo potere senza ottenere contropartite significherebbe perdere una delle poche forme di leva negoziale rimaste dopo i pesanti danni inflitti alle capacità militari convenzionali del Paese.

Washington vuole invece libertà di navigazione

Gli Stati Uniti hanno assunto una posizione molto diversa. Washington sostiene che il passaggio commerciale attraverso Hormuz debba rimanere libero e considera problematico qualsiasi sistema che consenta a Teheran di controllare unilateralmente il traffico o imporre pagamenti generalizzati.
La posizione americana non è però stata sempre perfettamente lineare durante il conflitto. In differenti momenti sono state formulate ipotesi diverse sulla gestione economica dello stretto, ma il principio sostenuto dai principali responsabili diplomatici resta quello della libertà di transito attraverso una rotta marittima di rilevanza internazionale.
Il problema è che Washington possiede contemporaneamente un'altra importante leva: il blocco dei porti iraniani e la pressione economica sull'export di Teheran. Iran e Stati Uniti stanno quindi esercitando pressione su due estremità dello stesso sistema energetico: Tehran sulla navigazione regionale, Washington sulla capacità iraniana di commerciare liberamente.

Le condizioni iraniane per riaprire completamente lo stretto

Teheran ha ripetuto che una piena riapertura di Hormuz richiede il rispetto delle condizioni contenute nell'intesa provvisoria raggiunta a giugno e successivamente fallita. Tra le richieste iraniane figurano la fine del blocco statunitense sui propri porti, una riduzione o eliminazione delle sanzioni e forme di compensazione per i danni subiti durante la guerra.
Si tratta di condizioni politicamente difficili da accettare per Washington. In particolare, il tema delle riparazioni economiche appare molto distante dalla posizione americana, mentre la questione delle sanzioni è direttamente collegata al più ampio negoziato sul programma nucleare.
Questo spiega perché un accordo Iran-Oman sulla navigazione non possa automaticamente produrre una normalizzazione completa. Anche se le due sponde dello stretto raggiungessero un'intesa operativa, rimarrebbe da capire come questa possa funzionare mentre Stati Uniti e Iran continuano a esercitare blocchi e pressioni reciproche.

Il Qatar prova oggi a riaprire il canale diplomatico

È in questo quadro che acquista particolare importanza la missione del Qatar. Il primo ministro Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani è atteso a Teheran con l'obiettivo dichiarato di proseguire gli sforzi di mediazione e creare nuovamente le condizioni per un dialogo.
Doha è contemporaneamente un alleato degli Stati Uniti, un vicino dell'Iran e uno dei maggiori produttori mondiali di gas naturale liquefatto. Ha quindi un interesse strategico diretto alla stabilizzazione dello stretto e dispone di canali politici con entrambe le parti.
Il Qatar aveva già avuto un ruolo importante nella tregua di giugno, che per un breve periodo aveva ridotto le ostilità e favorito un parziale recupero del traffico energetico. Il successivo collasso dell'intesa ha dimostrato però quanto sia difficile trasformare un cessate il fuoco temporaneo in una soluzione stabile.

Doha chiede il ritorno alla situazione precedente al 28 febbraio

La posizione qatariota punta in particolare alla de-escalation, alla libertà di navigazione e, per quanto possibile, al ritorno delle condizioni operative precedenti all'inizio della guerra del 28 febbraio.
Per il Qatar la questione è anche economica. La crisi ha colpito profondamente i flussi di gas naturale liquefatto dal Golfo, creando problemi non soltanto ai Paesi produttori ma anche ai grandi importatori in Europa e Asia.
Ripristinare un passaggio affidabile delle metaniere e delle petroliere avrebbe quindi conseguenze immediate sulla sicurezza energetica internazionale, soprattutto con l'avvicinarsi della stagione invernale nell'emisfero settentrionale.

La guerra dura ormai da quasi sei mesi

Il conflitto iniziato il 28 febbraio 2026 si avvicina al sesto mese senza una soluzione politica. Gli Stati Uniti e Israele avevano avviato una vasta campagna di attacchi contro l'Iran, mentre Teheran aveva risposto colpendo basi, infrastrutture e interessi regionali e restringendo fortemente la navigazione attraverso Hormuz.
Le ostilità dirette tra Stati Uniti e Iran sono diminuite nelle ultime settimane. Il comando americano non ha comunicato nuovi grandi attacchi contro il territorio iraniano da quasi un mese, segnale di un passaggio da una fase prevalentemente militare a una strategia maggiormente fondata sulla pressione economica.
Questo non significa però che la guerra sia terminata. Gli attacchi contro la navigazione continuano, le parti mantengono capacità offensive e non esiste attualmente un negoziato di pace strutturato capace di garantire la cessazione definitiva delle ostilità.

Nella notte un'altra petroliera è stata colpita

A ricordare quanto la situazione resti fragile è arrivato proprio nelle prime ore di giovedì un nuovo incidente nello Stretto di Hormuz. Un proiettile non identificato ha colpito una petroliera, provocando un incendio successivamente domato.
L'equipaggio è risultato al sicuro e completamente contabilizzato, ma l'episodio dimostra che una riapertura commerciale non dipende soltanto dalla firma di un documento. Armatori, assicuratori e comandanti devono essere convinti che la rotta sia realmente sufficientemente sicura.
Ogni nuovo attacco può far aumentare immediatamente i premi assicurativi, rallentare le partenze e convincere alcune compagnie a rinviare il passaggio anche in presenza di autorizzazioni ufficiali.

Settanta incidenti marittimi dall'inizio della guerra

La dimensione del rischio accumulato durante il conflitto emerge dai dati sulla sicurezza marittima: dall'inizio della guerra sono stati segnalati circa 70 incidenti nello Stretto di Hormuz, con almeno 19 marittimi morti.
Per il settore dello shipping, questi numeri rappresentano un problema operativo enorme. Una compagnia non valuta soltanto il prezzo del greggio, ma deve considerare la probabilità di perdere una nave, subire un sequestro, affrontare un incendio o esporre l'equipaggio a rischi bellici.
Per questo il ritorno alla normalità richiederà una combinazione di accordi politici, sistemi di monitoraggio, eventuale rimozione delle mine, sicurezza navale e fiducia degli operatori commerciali.

I transiti sono leggermente aumentati, ma restano pochi

Mercoledì sono stati osservati 10 transiti di navi commerciali attraverso Hormuz, rispetto agli otto del giorno precedente. È un miglioramento, ma il dato rimane inferiore alla media mobile dei dieci giorni precedenti, pari a circa 15 transiti quotidiani.
Tra le navi entrate nello stretto figuravano petroliere per carburanti, una nave per GPL e altre unità commerciali. Dal Golfo sono invece uscite, tra le altre, una petroliera per prodotti raffinati e una nave per bitume.
Anche questi numeri devono essere trattati con cautela perché alcune imbarcazioni possono viaggiare con il transponder AIS disattivato e quindi sfuggire al normale conteggio elettronico. Il quadro generale rimane tuttavia quello di un traffico molto inferiore alla normalità prebellica.

I flussi petroliferi sono ancora circa un quarto di quelli prebellici

Prima della guerra il sistema di Hormuz movimentava nell'ordine di 20 milioni di barili al giorno di petrolio, considerando le diverse categorie utilizzate nelle statistiche energetiche. I flussi attuali sono molto più bassi e alcune rilevazioni recenti li collocano attorno a 5 milioni di barili al giorno.
Il rapporto è quindi vicino a un quarto dei livelli precedenti. È questo il numero che spiega perché il mercato reagisca così fortemente anche a un piccolo progresso diplomatico.
Recuperare soltanto una parte dei barili mancanti potrebbe aumentare rapidamente l'offerta disponibile sul mercato internazionale e ridurre la necessità per raffinerie e governi di utilizzare scorte o approvvigionamenti alternativi più costosi.

Le stime sui flussi non sono però tutte uguali

È necessario ricordare che la misurazione dei transiti petroliferi durante una guerra presenta ampi margini d'incertezza. Alcune navi spengono l'AIS, altre effettuano trasferimenti nave-nave e diversi sistemi commerciali utilizzano metodologie differenti.
Per il solo greggio visibile, alcune stime di agosto hanno indicato livelli persino inferiori, attorno a 2,3 milioni di barili al giorno. Altre misure più ampie, che includono ulteriori categorie e transiti, arrivano invece nell'ordine dei 5 milioni.
La differenza non cambia la sostanza del dossier: qualunque metodologia venga utilizzata, la quantità di petrolio che attraversa stabilmente Hormuz rimane molto inferiore alla situazione precedente al conflitto.

Il Brent scende perché il mercato guarda al futuro

Il calo del Brent non significa che la riapertura sia già avvenuta. I mercati finanziari anticipano continuamente gli eventi e modificano i prezzi sulla base della probabilità attribuita agli scenari futuri.
Se gli investitori ritengono più probabile che Iran, Oman e Qatar riescano a produrre almeno una de-escalation parziale, diminuisce il premio per il rischio incorporato nelle quotazioni del petrolio.
È per questo che il Brent può scendere anche mentre molte petroliere continuano a evitare lo stretto. Il prezzo riflette non soltanto il petrolio disponibile oggi, ma anche quello che gli operatori ritengono possa tornare disponibile nelle prossime settimane.

Il Brent è sceso sotto 87 dollari durante la mattinata

La dinamica intraday è significativa. Alle 03:30 GMT il Brent era ancora a 87,43 dollari al barile, in calo dello 0,5%, mentre il WTI si trovava a 81,86.
Alle 06:45 GMT il ribasso si era ampliato: Brent a 86,77 dollari, in calo dell'1,2%, e WTI a 81,10, in diminuzione dell'1,4%.
Il Brent si avviava così verso la quarta seduta consecutiva di ribasso, mentre per il WTI sarebbe stata la quinta. Non è un movimento sufficiente per cancellare il premio di guerra, ma mostra un cambiamento evidente nella percezione del rischio.

Il petrolio resta comunque molto più caro rispetto a prima della guerra

Nonostante i ribassi degli ultimi giorni, il prezzo del greggio continua a incorporare una significativa componente geopolitica. Nei mesi successivi all'inizio del conflitto le difficoltà di approvvigionamento hanno mantenuto le quotazioni molto superiori alle condizioni precedenti alla crisi.
La normalizzazione richiederebbe non soltanto più passaggi attraverso Hormuz, ma una stabilizzazione sufficientemente duratura da permettere ai produttori del Golfo di ripristinare programmi regolari di esportazione.
Gli operatori devono inoltre ricostruire scorte, riallineare le rotte delle petroliere e ridurre i costi assicurativi. Questi processi non avvengono nello stesso momento in cui viene annunciato un accordo politico.

Il diesel rimane una delle principali vulnerabilità

Anche in presenza di un calo del greggio, il mercato mondiale dei carburanti raffinati resta estremamente teso. Le raffinerie del Medio Oriente hanno subito danni e interruzioni, mentre la guerra tra Russia e Ucraina continua a ridurre l'affidabilità di un'altra importante fonte internazionale di diesel.
Le scorte statunitensi di distillati, categoria che comprende diesel e combustibile da riscaldamento, sono scese nella settimana terminata il 21 agosto a 103,4 milioni di barili, dopo una diminuzione di 2,2 milioni.
Questo significa che una riapertura di Hormuz potrebbe abbassare rapidamente il costo del greggio senza risolvere con la stessa velocità la scarsità di carburanti raffinati. Raffinare petrolio richiede impianti funzionanti, capacità logistica e tempo.

Il gas naturale liquefatto è altrettanto importante

Hormuz non è soltanto una rotta petrolifera. Attraverso lo stretto transitava prima della guerra una quota enorme del gas naturale liquefatto mondiale, soprattutto grazie alle esportazioni del Qatar.
La riduzione dei flussi di LNG ha avuto conseguenze immediate sulla sicurezza energetica asiatica ed europea. Diversi Paesi dipendono dal mercato spot per sostituire le forniture mancanti, e una maggiore competizione per le stesse metaniere può spingere verso l'alto i prezzi.
Una riapertura stabile sarebbe quindi particolarmente importante con l'avvicinarsi dell'inverno europeo, quando aumenta la domanda di gas per riscaldamento e produzione elettrica.

Una riapertura potrebbe frenare l'inflazione mondiale

Il legame tra Hormuz e inflazione è diretto. Petrolio e gas influenzano carburanti, trasporto merci, aviazione, industria chimica, fertilizzanti, elettricità e numerosissimi processi produttivi.
Quando il costo energetico aumenta, le imprese possono assorbirlo riducendo i propri margini oppure trasferirne almeno una parte sui prezzi finali. Una crisi prolungata produce quindi effetti molto più ampi rispetto alla sola benzina alla pompa.
Una riapertura stabile dello stretto potrebbe fare il percorso opposto: ridurre il premio di rischio energetico, abbassare i costi logistici e facilitare il lavoro delle banche centrali che stanno ancora cercando di riportare l'inflazione verso i propri obiettivi.

La Federal Reserve osserva indirettamente anche Hormuz

Negli Stati Uniti la questione energetica assume un peso particolare perché l'inflazione PCE rimane nettamente superiore al target della Federal Reserve. Il dato complessivo è al 3,7% annuo e quello core al 3,3%.
Un nuovo aumento del petrolio renderebbe più difficile riportare l'inflazione verso il 2%, mentre una normalizzazione energetica potrebbe ridurre almeno una parte delle pressioni sul costo della vita.
La diplomazia sullo stretto diventa quindi, indirettamente, anche una variabile per le aspettative sui tassi di interesse americani.

Anche l'Europa avrebbe molto da guadagnare

Per l'Europa, una maggiore stabilità del Golfo avrebbe un doppio vantaggio. Da una parte ridurrebbe i prezzi energetici; dall'altra aumenterebbe la sicurezza delle forniture di petrolio e LNG.
L'economia europea è particolarmente esposta alle variazioni del costo dell'energia perché diversi settori industriali utilizzano grandi quantità di gas ed elettricità. Chimica, fertilizzanti, acciaio, vetro e altre attività possono diventare rapidamente meno competitive quando i prezzi aumentano.
La prospettiva di una riapertura contribuisce quindi a migliorare non soltanto il mercato petrolifero ma anche le aspettative sulla crescita europea.

I grandi importatori asiatici seguono il dossier ancora più da vicino

La dipendenza è ancora maggiore per Cina, India, Giappone e Corea del Sud, che importano enormi quantità di greggio dal Medio Oriente.
Le importazioni asiatiche di petrolio sono rimaste ad agosto significativamente inferiori ai livelli precedenti alla guerra, mostrando che il sistema di approvvigionamento non è ancora tornato alla normalità.
Per questi Paesi una riapertura stabile significa maggiore disponibilità di greggi mediorientali, costi di trasporto inferiori e minore necessità di competere per forniture alternative provenienti da regioni più lontane.

Una riapertura ridurrebbe anche il costo del trasporto marittimo

La guerra ha aumentato fortemente i costi dello shipping. Le compagnie devono pagare assicurazioni di guerra più elevate, considerare il rischio di attacchi e utilizzare rotte o procedure logistiche meno efficienti.
Alcuni produttori hanno fatto ricorso a trasferimenti nave-nave nel Golfo di Oman, utilizzando petroliere più piccole per portare il greggio attraverso aree rischiose prima di trasferirlo su grandi VLCC.
Queste soluzioni permettono di mantenere una parte delle esportazioni ma aumentano costi, tempi e complessità. Una normale navigazione attraverso Hormuz potrebbe quindi produrre benefici anche senza un ulteriore aumento della produzione petrolifera.

La questione delle mine resta delicata

Una delle principali preoccupazioni riguarda la presenza o il rischio di mine navali. Durante la guerra sono state segnalate operazioni di posa di mine e diversi tentativi di neutralizzazione.
Washington ha dichiarato nelle ultime ore che lo stretto sarebbe stato ripulito dalle mine, ma per gli operatori commerciali la sicurezza non dipende soltanto da una dichiarazione politica. Le compagnie hanno bisogno di valutazioni tecniche sufficientemente affidabili prima di riportare grandi petroliere su una rotta ad alto rischio.
Le discussioni tra Iran e Oman comprendono proprio aspetti legati alla sicurezza e alle procedure necessarie per rendere nuovamente praticabili le corsie di navigazione.

Rimuovere le mine non significa eliminare tutti i rischi

Anche uno stretto completamente libero da mine potrebbe restare pericoloso in presenza di droni, missili, motoscafi armati o sequestri di navi.
L'incidente della petroliera colpita nelle prime ore di oggi dimostra che la minaccia non è esclusivamente subacquea. La sicurezza richiede anche regole di ingaggio, comunicazioni affidabili e garanzie politiche che riducano il rischio di attacchi deliberati o errori di identificazione.
Per questo il vero indicatore della riapertura non sarà l'annuncio di un corridoio, ma il momento in cui grandi compagnie inizieranno nuovamente a utilizzare Hormuz in maniera regolare e prevedibile.

Il programma nucleare rimane il principale ostacolo politico

Dietro il dossier energetico rimane il problema che ha contribuito maggiormente alla crisi: il programma nucleare iraniano. Stati Uniti e Iran continuano ad avere posizioni molto distanti sul futuro dell'arricchimento dell'uranio.
Washington ha chiesto forti limitazioni alla capacità iraniana di arricchimento e garanzie sul materiale già accumulato. Teheran sostiene invece che l'arricchimento per scopi civili costituisca un proprio diritto e nega di voler costruire un'arma nucleare.
La guerra ha danneggiato diversi siti, ma ha contemporaneamente reso più difficile il monitoraggio internazionale. Questo rende il problema ancora più complesso perché una futura intesa dovrà affrontare non soltanto le capacità dichiarate, ma anche l'incertezza su ciò che resta effettivamente operativo.

Restano dubbi sul materiale arricchito iraniano

Uno dei nodi riguarda circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60% la cui localizzazione non è stata pienamente verificata dagli ispettori internazionali dopo le precedenti operazioni militari.
Il materiale al 60% non equivale automaticamente a una bomba nucleare, ma si trova a un livello di arricchimento molto superiore a quello normalmente richiesto per la maggior parte degli utilizzi civili e relativamente vicino, dal punto di vista tecnico, alla soglia militare.
Qualsiasi accordo duraturo dovrà quindi includere meccanismi di verifica e ispezione sufficientemente credibili per entrambe le parti, un problema molto più complesso della semplice riapertura di una corsia marittima.

Anche i missili balistici restano fuori da una soluzione

Un altro tema irrisolto riguarda l'arsenale missilistico iraniano. Washington aveva chiesto limitazioni alla gittata di alcuni sistemi, mentre Teheran ha sempre sostenuto che le proprie armi convenzionali non possano essere oggetto di negoziazione.
Gli attacchi americani e israeliani hanno danneggiato una parte significativa delle capacità iraniane, ma l'Iran conserva ancora droni e missili sufficienti per colpire obiettivi nella regione e minacciare la navigazione.
Questo significa che persino un accordo su Hormuz potrebbe lasciare intatta una parte delle cause militari che rendono instabile il Golfo Persico.

La guerra ha indebolito l'Iran, ma non lo ha costretto alla resa

Dopo quasi sei mesi di conflitto, l'Iran ha subito perdite militari, economiche e infrastrutturali molto pesanti. Una parte della difesa aerea e della marina è stata distrutta e le esportazioni petrolifere iraniane hanno subito un forte ridimensionamento.
Nonostante questo, Teheran conserva abbastanza capacità per continuare a esercitare pressione regionale. È precisamente questa combinazione — maggiore debolezza ma capacità di provocare costi elevati agli avversari — ad avere prodotto l'attuale situazione di stallo.
Né l'Iran è riuscito a imporre le proprie condizioni, né gli Stati Uniti sono riusciti a ottenere rapidamente la capitolazione politica prevista dagli scenari più ottimistici della fase iniziale.

Anche Washington sta pagando un costo crescente

La guerra produce costi anche per gli Stati Uniti. Il Pentagono ha utilizzato grandi quantità di intercettori e munizioni di precisione, mentre numerose unità navali e aeree sono state mantenute in Medio Oriente per periodi prolungati.
L'impegno ha costretto Washington a spostare alcuni assetti da Europa e Indo-Pacifico, proprio mentre gli Stati Uniti devono affrontare contemporaneamente la competizione strategica con la Cina e sostenere gli alleati NATO.
Questa pressione contribuisce a spiegare perché l'amministrazione abbia progressivamente ridotto l'intensità degli attacchi diretti e rafforzato invece la componente economica e sanzionatoria.

Le nuove sanzioni rischiano però di complicare la diplomazia

Washington ha annunciato un ulteriore rafforzamento delle sanzioni contro l'Iran, minacciando conseguenze anche per Paesi e aziende che continuano a mantenere rapporti economici significativi con Teheran.
La strategia cerca di aumentare il costo economico della resistenza iraniana e costringere il governo a negoziare da una posizione più debole. Teheran considera però le misure una forma di coercizione economica e chiede proprio la rimozione delle sanzioni come parte di qualsiasi accordo.
Si crea così un paradosso: lo stesso strumento utilizzato per spingere l'Iran al tavolo può contemporaneamente rendere più difficile la costruzione della fiducia necessaria per raggiungere un'intesa.

La Cina è uno degli attori esterni più importanti

La Cina ha continuato a rappresentare il principale mercato per il petrolio iraniano nonostante le sanzioni occidentali, anche se i volumi sono diminuiti durante la guerra.
Per Pechino, la stabilità di Hormuz è fondamentale perché l'economia cinese importa grandi quantità di energia dal Golfo. La Cina ha quindi interesse sia a evitare un collasso economico dell'Iran sia a impedire una crisi permanente della navigazione.
Le pressioni americane sulle società e sulle istituzioni finanziarie coinvolte nel commercio iraniano introducono così un ulteriore elemento nel rapporto già complesso tra Washington e Pechino.

Arabia Saudita ed Emirati vogliono soprattutto prevedibilità

Per Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, la questione principale è poter esportare energia senza dipendere da autorizzazioni politiche iraniane o dal rischio di un nuovo blocco improvviso.
Entrambi dispongono di alcune rotte alternative che consentono di evitare Hormuz, ma la capacità complessiva di questi sistemi non è sufficiente a sostituire integralmente lo stretto.
Una soluzione duratura deve quindi garantire libertà di transito e prevedibilità, evitando che una nuova crisi diplomatica possa nuovamente interrompere milioni di barili di esportazioni giornaliere.

Il problema dei ricavi potrebbe diventare uno dei punti più difficili

Le dichiarazioni iraniane sulla possibile divisione dei ricavi derivanti dalla gestione dello stretto aprono una questione delicata. Non è ancora chiaro quali entrate siano previste, quali servizi verrebbero remunerati e se i pagamenti sarebbero obbligatori o volontari.
Questa distinzione è fondamentale dal punto di vista del diritto marittimo. Uno Stato costiero può applicare costi per servizi specifici effettivamente forniti, ma l'idea di far pagare semplicemente il diritto di attraversare uno stretto internazionale è molto più controversa.
L'Oman ha cercato di superare il problema proponendo un sistema di contributi volontari destinati a servizi comuni. Resta da vedere quanto questa impostazione sia compatibile con la visione iraniana.

Il diritto internazionale limita i pedaggi sul semplice passaggio

Lo Stretto di Hormuz attraversa le acque territoriali di Iran e Oman, ma è contemporaneamente una via utilizzata dalla navigazione internazionale. Le regole generalmente applicate agli stretti internazionali tutelano il diritto di transito delle navi.
Gli Stati costieri possono regolare aspetti come sicurezza della navigazione, tutela ambientale e servizi portuali, ma un'imposizione economica generalizzata esclusivamente per ottenere il permesso di passare sarebbe estremamente controversa.
Questo è uno dei motivi per cui la soluzione giuridica potrebbe richiedere una formulazione molto precisa, capace di dare a Iran e Oman un ruolo nella gestione operativa senza creare un precedente internazionale difficilmente accettabile.

Una tregua su Hormuz potrebbe essere il primo mattone di un accordo più ampio

Se il corridoio temporaneo funzionasse, potrebbe diventare una forma di confidence-building measure, cioè una misura capace di creare gradualmente fiducia tra parti che continuano a diffidare profondamente l'una dell'altra.
Una settimana di transiti senza incidenti potrebbe favorire una seconda fase; un mese di traffico regolare potrebbe consentire di discutere con maggiore calma sanzioni, blocchi e questioni nucleari.
Il rischio opposto è altrettanto evidente: un singolo attacco grave potrebbe distruggere rapidamente il fragile progresso diplomatico e riportare il mercato a prezzare una nuova escalation.

Il precedente di giugno impone molta cautela

La storia recente invita a non considerare una nuova intesa come irreversibile. A giugno Stati Uniti e Iran avevano già raggiunto un accordo provvisorio che aveva prodotto una tregua e una parziale ripresa della navigazione.
Quel compromesso è successivamente crollato tra accuse reciproche di mancato rispetto delle condizioni. Il traffico è tornato a diminuire e gli attacchi hanno ripreso a condizionare il mercato energetico.
La lezione è chiara: la firma di un memorandum può ridurre immediatamente il prezzo del petrolio, ma soltanto l'applicazione quotidiana delle regole dimostra se una tregua è realmente sostenibile.

Gli armatori aspetteranno prove concrete prima di tornare in massa

Le grandi compagnie di navigazione sono naturalmente interessate alla riapertura, ma il loro comportamento sarà probabilmente prudente. Una VLCC può valere decine di milioni di dollari e trasportare circa due milioni di barili di greggio.
Un singolo incidente può quindi produrre perdite economiche enormi, senza considerare il rischio per equipaggi e ambiente. Gli assicuratori possono inoltre imporre premi molto elevati anche dopo un accordo, finché il livello di rischio percepito non scende stabilmente.
Il ritorno delle grandi petroliere sarà perciò uno degli indicatori più affidabili del grado di fiducia commerciale nella nuova architettura di sicurezza.

I prossimi dati sui transiti saranno decisivi

Nei prossimi giorni sarà importante verificare se il numero di navi che attraversano Hormuz continuerà a salire dopo i 10 transiti osservati mercoledì.
Un aumento stabile verso livelli molto più elevati offrirebbe una prima conferma che la diplomazia sta producendo conseguenze operative. Un ritorno verso quattro o cinque passaggi quotidiani mostrerebbe invece che la fiducia rimane insufficiente.
Ancora più importante sarà osservare quanti barili effettivamente raggiungeranno i grandi importatori asiatici nelle settimane successive, perché il petrolio che lascia il Golfo deve prima o poi comparire nelle statistiche di arrivo.

Il mercato non considera ancora risolto il rischio di offerta

Nonostante il ribasso delle quotazioni, gli analisti continuano a incorporare nel petrolio un premio di guerra. La ragione è che nessuno dei principali problemi è stato ancora definitivamente risolto.
Il corridoio non è operativo su scala normale, il conflitto non è formalmente terminato, le questioni nucleari restano aperte e i rapporti tra Washington e Teheran rimangono caratterizzati da sanzioni e minacce reciproche.
Il mercato sta quindi scontando una maggiore probabilità di miglioramento, non la certezza della pace.

Perché questa è la notizia economica e geopolitica principale della giornata

Pochi dossier hanno contemporaneamente la capacità di influenzare guerra, petrolio, gas, inflazione, tassi, trasporti e crescita mondiale. Lo Stretto di Hormuz possiede precisamente questa caratteristica.
Una vera riapertura potrebbe ridurre il prezzo dell'energia in Europa, migliorare le prospettive di approvvigionamento asiatiche, contenere l'inflazione americana e diminuire i costi di migliaia di imprese. Un fallimento dei negoziati potrebbe produrre invece il movimento opposto.
La rilevanza del dossier non dipende quindi soltanto dalla quantità di petrolio fisicamente presente nello stretto, ma dalla sua capacità di modificare simultaneamente le aspettative dell'economia mondiale.

Tre negoziati si stanno sovrapponendo

La situazione può essere compresa meglio distinguendo almeno tre livelli negoziali. Il primo riguarda Iran e Oman e le modalità pratiche con cui organizzare il traffico nello stretto.
Il secondo riguarda il tentativo del Qatar di riportare Iran e Stati Uniti verso una de-escalation politica sufficientemente ampia da rendere sostenibile il corridoio.
Il terzo è il negoziato molto più difficile su nucleare, sanzioni, missili e architettura di sicurezza regionale. È soltanto quest'ultimo che potrebbe produrre una soluzione stabile della guerra nel lungo periodo.

Un successo sul primo livello non garantisce il terzo

È quindi possibile che Iran e Oman trovino un accordo sulla navigazione mentre Stati Uniti e Iran restano lontanissimi sul nucleare. Non sarebbe una contraddizione.
Le parti potrebbero semplicemente riconoscere che mantenere Hormuz quasi chiuso produce costi economici troppo grandi e decidere di isolare temporaneamente questo problema dal resto della conflittualità politica.
Per i mercati sarebbe già un risultato molto importante, ma sarebbe scorretto descriverlo come la fine della guerra.

Il rischio maggiore è confondere una tregua energetica con la pace

Le dichiarazioni e i prezzi di questa mattina possono facilmente generare un'impressione di normalizzazione imminente. I dati disponibili impongono invece molta cautela.
Non esiste ancora un accordo definitivo Iran-Oman, il Qatar deve ancora verificare se esiste spazio reale per una ripresa del dialogo, Washington mantiene la pressione economica e Teheran continua a subordinare la piena apertura dello stretto a condizioni politiche che gli Stati Uniti non hanno accettato.
La formulazione corretta è quindi che esiste un progresso diplomatico potenzialmente importante, non che la crisi sia risolta.

Una riapertura parziale avrebbe comunque effetti molto concreti

Anche senza pace, portare i flussi dal livello attuale a una quota significativamente superiore potrebbe liberare milioni di barili al giorno di capacità commerciale.
Questo permetterebbe ai produttori del Golfo di ridurre l'utilizzo delle rotte alternative, diminuire le operazioni nave-nave e ripristinare contratti di fornitura che oggi funzionano con grande incertezza.
Per i consumatori, l'effetto potrebbe manifestarsi progressivamente attraverso prezzi più bassi dei carburanti e minori costi di trasporto e produzione, anche se il trasferimento dalle quotazioni internazionali ai prezzi finali richiede tempo.

Il vero test sarà vedere le petroliere, non soltanto gli annunci

Il modo più semplice per valutare il successo dell'intesa sarà osservare il traffico reale. Se le navi ricominceranno ad attraversare Hormuz in numero crescente, le parole avranno prodotto conseguenze concrete.
Se invece il numero dei transiti rimarrà vicino agli attuali livelli ridotti, significherà che armatori e assicuratori continuano a considerare il rischio troppo elevato.
La stessa verifica potrà essere fatta osservando gli arrivi nei porti di India, Cina, Giappone e Corea del Sud nelle settimane successive.

La visita del Qatar è il passaggio politico da osservare oggi

Nelle prossime ore l'attenzione sarà concentrata sull'incontro a Teheran del premier qatariota Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani. Il contenuto delle dichiarazioni successive permetterà di capire se il viaggio abbia semplicemente mantenuto aperto un canale diplomatico oppure prodotto nuovi punti di convergenza.
Particolarmente importante sarà capire se Teheran mostrerà disponibilità a separare temporaneamente la riapertura di Hormuz dalle richieste più ampie su sanzioni e compensazioni.
Allo stesso modo, sarà decisivo verificare se Washington sia pronta a offrire qualche forma di garanzia o alleggerimento operativo sufficiente a rendere sostenibile il nuovo corridoio.

Oman e Qatar assumono un ruolo centrale nella diplomazia del Golfo

La crisi mostra anche il crescente peso di Oman e Qatar come mediatori. Entrambi mantengono relazioni con attori che spesso non dialogano direttamente tra loro e possono quindi trasmettere proposte senza richiedere immediatamente incontri ufficiali tra le parti in guerra.
L'Oman dispone inoltre della fondamentale componente geografica: controlla una delle due sponde dello Stretto di Hormuz. Il Qatar possiede invece una forte relazione di sicurezza con gli Stati Uniti e contemporaneamente canali aperti con l'Iran.
La combinazione delle due diplomazie potrebbe offrire una possibilità che i contatti diretti tra Washington e Teheran non sono riusciti finora a produrre.

La finestra diplomatica resta però estremamente fragile

Un nuovo attacco contro una nave, una risposta militare americana o una decisione iraniana di irrigidire ulteriormente il blocco potrebbe chiudere rapidamente la finestra negoziale.
Lo stesso potrebbe accadere se Washington applicasse immediatamente sanzioni secondarie particolarmente pesanti contro partner strategici dell'Iran, oppure se Teheran interpretasse le nuove pressioni economiche come prova che gli Stati Uniti non intendono realmente negoziare.
È quindi possibile che i mercati stiano reagendo correttamente a un miglioramento delle probabilità senza che questo renda meno reale il rischio di una nuova inversione improvvisa.

Hormuz resta il principale termometro della crisi

Dopo quasi sei mesi di guerra, lo Stretto di Hormuz è diventato il punto nel quale interessi militari, energetici e diplomatici si sovrappongono più chiaramente.
Per l'Iran è una leva. Per gli Stati Uniti è una questione di libertà di navigazione e sicurezza energetica. Per Oman e Qatar è una minaccia alla stabilità regionale. Per Cina, India, Giappone ed Europa è un problema di approvvigionamento. Per i mercati è uno dei principali fattori che determinano il premio geopolitico sul petrolio.
È per questo che qualsiasi cambiamento nel traffico o nei negoziati produce una reazione molto più ampia della dimensione geografica dello stretto.

Il segnale è positivo, ma la normalità è ancora lontana

La giornata del 27 agosto offre quindi il primo vero segnale positivo dopo settimane nelle quali il confronto era rimasto sostanzialmente bloccato. Iran e Oman continuano a lavorare su un'intesa, il Qatar riapre il canale politico e il petrolio sta reagendo con un significativo ribasso.
Ma i fatti disponibili impediscono di parlare di soluzione raggiunta. Il traffico resta una frazione di quello prebellico, gli attacchi alle navi non sono cessati completamente e non esiste ancora un accordo di pace tra Washington e Teheran.
La distanza sul programma nucleare, sulle sanzioni e sulle condizioni per il controllo dello stretto resta sufficiente a mantenere elevata l'incertezza.

Dalle prossime 48 ore può dipendere molto più del prezzo del petrolio

Le prossime ore saranno importanti per capire se la diplomazia produrrà un corridoio temporaneo realmente operativo oppure resterà ancora confinata alle dichiarazioni di principio.
Un successo potrebbe spingere altre compagnie navali a tornare nel Golfo, ridurre progressivamente i premi assicurativi e aumentare il flusso di petrolio e LNG. Potrebbe inoltre creare le condizioni per un nuovo contatto indiretto tra Iran e Stati Uniti.
Un fallimento potrebbe riportare rapidamente il mercato a concentrarsi su mine, sequestri, attacchi e carenza di carburanti, con un nuovo aumento del premio geopolitico.

Il dossier numero uno resta quindi aperto

La notizia più importante non è che lo Stretto di Hormuz sia stato riaperto, perché non lo è. È che, per la prima volta dopo una nuova fase di stallo, esistono contemporaneamente un negoziato operativo Iran-Oman e un tentativo politico qatariota di riaprire il dialogo più ampio.
Il ribasso del Brent rappresenta la misura più immediata delle aspettative: da 87,43 dollari nelle prime ore della sessione asiatica fino a circa 86,77 dollari poche ore più tardi. Ma il petrolio continua a incorporare un premio di guerra proprio perché il risultato finale è ancora incerto.
Il vero passaggio decisivo arriverà quando un accordo sarà accompagnato da un aumento stabile dei transiti commerciali, da una riduzione degli incidenti e da garanzie sufficienti affinché armatori e assicuratori considerino nuovamente praticabile la rotta.

Tra pace, energia e inflazione mondiale si gioca una partita decisiva

Lo Stretto di Hormuz concentra oggi una quantità eccezionale di interessi globali in poche decine di chilometri di mare. Una sua normalizzazione potrebbe migliorare contemporaneamente la sicurezza energetica, ridurre l'inflazione e creare lo spazio politico per una trattativa più ampia. Una nuova escalation potrebbe invece riaprire immediatamente tutti i rischi che hanno caratterizzato gli ultimi sei mesi.
Iran e Oman sembrano avere compiuto un passo avanti sulla struttura di gestione del passaggio, ma devono ancora trasformarlo in un'intesa definitiva. Il Qatar tenta contemporaneamente di ricostruire il ponte diplomatico tra Teheran e Washington, mentre gli Stati Uniti mantengono la pressione economica e l'Iran continua a utilizzare Hormuz come principale leva negoziale.
Per questo la prudenza resta indispensabile: oggi esiste una prospettiva concreta di allentamento, non ancora una pace. I prossimi transiti, le dichiarazioni dopo la visita qatariota e l'eventuale annuncio del corridoio temporaneo saranno i segnali da osservare per capire se il Medio Oriente stia realmente entrando in una fase nuova oppure soltanto attraversando un'altra breve tregua.
Se la navigazione dovesse tornare gradualmente verso la normalità, gli effetti potrebbero essere avvertiti dai mercati finanziari fino ai distributori di carburante e alle bollette energetiche di milioni di famiglie. Se invece l'intesa fallisse, il mondo tornerebbe a confrontarsi con il rischio di una rotta che prima della guerra movimentava circa un quinto dei flussi globali di petrolio e LNG. Voi pensate che il corridoio Iran-Oman possa diventare il primo passo verso una vera de-escalation oppure ritenete che senza un accordo sul nucleare e sulle sanzioni la crisi di Hormuz resterà irrisolvibile? Lasciateci la vostra opinione nei commenti.

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