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Hormuz, armatori fermano le navi: le scorte USA non bastano

Una parte crescente dell'industria marittima internazionale non considera più sufficiente la protezione offerta dalle forze statunitensi nello Stretto di Hormuz. Dopo una nuova serie di attacchi contro petroliere, metaniere e portacontainer, alcune compagnie hanno deciso di rinviare i viaggi o di non utilizzare il percorso coordinato militarmente lungo la costa dell'Oman.
La scelta rappresenta un segnale particolarmente grave perché non riguarda soltanto il timore di attraversare acque controllate o sorvegliate dall'Iran. Gli armatori stanno mettendo in discussione anche la sicurezza del corridoio meridionale, sostenuto da mezzi navali, droni ed elicotteri americani per mantenere aperta almeno una parte della navigazione commerciale.
La situazione non equivale ancora a una chiusura fisica totale del passaggio. Alcune navi continuano a transitare, ma il numero degli attraversamenti è drasticamente inferiore alla normalità e intere categorie di grandi unità risultano assenti. Hormuz rimane quindi formalmente percorribile, ma sempre meno utilizzabile commercialmente.
Al centro della decisione non vi sono soltanto petrolio, gas e valore delle navi. La questione principale riguarda la possibilità di esporre equipaggi civili a missili, droni, mine, interferenze elettroniche e attacchi che possono svilupparsi con pochi secondi di preavviso.

La sicurezza percepita dagli armatori è crollata

Una rotta marittima funziona soltanto quando proprietari, assicuratori, comandanti e lavoratori ritengono il rischio accettabile. La presenza di forze militari non produce automaticamente questa fiducia, soprattutto quando gli attacchi continuano nelle aree considerate relativamente protette.
Le compagnie devono valutare la probabilità di un incidente, la possibile perdita della nave, i danni al carico e le conseguenze personali per i marittimi. Anche una probabilità statisticamente limitata può essere giudicata inaccettabile quando il potenziale risultato comprende morti, incendi ed emergenze ambientali.
Il problema viene amplificato dalla mancanza di informazioni complete. Una società può conoscere l'esistenza di una minaccia generale, ma non sapere da quale costa possa partire un attacco, quale arma venga utilizzata o quanto tempo abbiano le difese per reagire.
In queste condizioni, sospendere temporaneamente il viaggio può apparire più prudente che affidare una nave civile a una protezione incapace di garantire l'intercettazione di ogni minaccia.

Almeno cinque attacchi dal 7 luglio

Dall'inizio della nuova fase di escalation sono stati segnalati attacchi contro almeno cinque grandi navi commerciali: tre superpetroliere, una metaniera per il trasporto di gas naturale liquefatto e una portacontainer.
Gli episodi sono avvenuti nelle acque collegate alla rotta omanita e nel più ampio Golfo di Oman. La localizzazione ha indebolito l'idea secondo cui sarebbe sufficiente mantenersi lontani dalla costa iraniana per evitare la capacità offensiva di Teheran.
Non è stato confermato che tutte le navi colpite stessero effettuando, in quel preciso momento, un transito formalmente organizzato dalle forze americane. La distinzione è importante per non attribuire al programma militare responsabilità operative non dimostrate.
Il dato essenziale rimane però invariato: unità simili a quelle che dovrebbero utilizzare il corridoio meridionale sono state raggiunte in aree considerate parte dell'alternativa più sicura alle corsie vicine all'Iran.

Il rischio classificato come "severo"

Il livello di minaccia nello Stretto è stato classificato come "severo" dal centro multinazionale che raccoglie e analizza le informazioni sulla sicurezza marittima regionale.
Nella scala utilizzata dagli organismi operativi, "severo" si colloca immediatamente sotto il livello "critico". La definizione indica che, nelle condizioni attuali, un'azione ostile intenzionale contro la navigazione viene considerata probabile.
Non significa che ogni nave sarà necessariamente attaccata, né che tutti i percorsi presentino la stessa esposizione. Segnala però che il pericolo non può più essere trattato come un'eventualità remota o puramente teorica.
La classificazione obbliga armatori e comandanti a rivedere i piani di sicurezza, le coperture assicurative, la composizione degli equipaggi e le procedure da seguire durante avvicinamento, transito e uscita dall'area.

Una guida militare non equivale sempre a una scorta ravvicinata

L'espressione "transito scortato" può creare l'immagine di ogni petroliera affiancata per l'intero viaggio da una nave da guerra. Il sistema operativo può essere molto diverso.
L'assistenza può comprendere registrazione preventiva, comunicazioni con i centri navali, indicazione di orari e coordinate, sorveglianza aerea, controllo mediante droni e presenza militare distribuita nell'area.
Non tutte le navi commerciali dispongono quindi di un'unità militare permanentemente collocata a pochi metri dallo scafo. La protezione deve essere condivisa tra numerosi mercantili e su un tratto di mare relativamente ampio.
Il sistema può ridurre il rischio, migliorare la consapevolezza della situazione e accelerare i soccorsi. Non può però trasformare il mercantile in una nave invulnerabile.

I limiti della difesa contro missili e droni

Un missile antinave può essere lanciato da una batteria costiera, da un mezzo mobile o da altre piattaforme. I sistemi di difesa devono individuarlo, classificarlo e intercettarlo prima che raggiunga il bersaglio civile.
Nella parte più stretta del corridoio, le distanze ridotte possono comprimere il tempo disponibile. La traiettoria può essere influenzata dalla geografia delle coste e delle isole, che limita la visibilità dei sensori.
I droni presentano difficoltà differenti. Possono volare a bassa quota, muoversi lentamente e confondersi con altri segnali, rendendo più complesso stabilire rapidamente se rappresentino una minaccia.
Le difese americane dispongono di capacità avanzate, ma nessun sistema può garantire l'intercettazione del cento per cento degli attacchi, soprattutto quando vengono utilizzati contemporaneamente più mezzi o falsi bersagli.

Le mine modificano completamente il rischio

Le segnalazioni di mine confermate o sospette nelle vicinanze delle corsie tradizionali aggiungono un pericolo diverso da missili e droni.
Una mina può rimanere nascosta sotto la superficie, spostarsi con le correnti o trovarsi in una posizione non corrispondente all'ultima segnalazione disponibile. Non deve esplodere per bloccare il traffico: la sola possibilità della sua presenza può rendere necessario deviare le navi.
Le operazioni di bonifica richiedono cacciamine, sommozzatori, veicoli sottomarini e tempo. Una zona controllata in precedenza può dover essere nuovamente verificata dopo una nuova segnalazione.
Una grande petroliera non può manovrare rapidamente per evitare un oggetto individuato all'ultimo momento. Le dimensioni e l'inerzia rendono le VLCC particolarmente esposte negli spazi ristretti.

Le interferenze ai sistemi satellitari

Nel Golfo Persico, nello Stretto e nel Golfo di Oman continuano a essere segnalati disturbi ai sistemi GNSS utilizzati per determinare la posizione delle navi.
Il jamming rende il segnale debole o inutilizzabile. Lo spoofing può invece generare coordinate false, facendo apparire la nave in una posizione differente da quella reale.
In un normale tratto di mare, un'anomalia può essere gestita ricorrendo a radar, carte e metodi alternativi. In una zona con mine, traffico irregolare e attività militare, un errore di posizione può diventare immediatamente pericoloso.
Gli ufficiali devono confrontare più fonti, verificare continuamente la rotta effettiva e prepararsi a navigare senza fare affidamento esclusivo sui normali strumenti satellitari.

Il dilemma dell'AIS

Il sistema AIS trasmette dati come identità, posizione, velocità e direzione della nave. È uno strumento fondamentale per evitare collisioni e coordinare il traffico.
In un ambiente ostile, la trasmissione può però rendere l'unità più semplice da seguire. Chi dispone di ricevitori o accesso ai dati può conoscere percorso e caratteristiche del mercantile.
Spegnere l'AIS può ridurre la visibilità pubblica, ma aumenta il rischio per le altre navi e non rende invisibile un grande scafo a radar, satelliti o sensori militari.
Gli armatori e i comandanti devono quindi bilanciare sicurezza della navigazione e protezione dalle attività di sorveglianza ostile, rispettando nel contempo le disposizioni applicabili.

Sette attraversamenti in un giorno

Nella giornata successiva all'intensificazione della crisi sono stati registrati soltanto sette transiti attraverso Hormuz, contro tredici del giorno precedente.
Quattro unità vuote sono entrate nel Golfo e tre ne sono uscite con carichi di gas di petrolio liquefatto, carbone e olio combustibile. Il numero può variare da una giornata all'altra, ma rimane molto lontano dai livelli ordinari.
L'elemento più indicativo è l'assenza di grandi petroliere VLCC e di metaniere per il GNL. Sono le categorie che movimentano i volumi energetici più rilevanti e il cui fermo produce gli effetti commerciali più significativi.
Dire che Hormuz è aperto perché sette navi sono riuscite ad attraversarlo descrive soltanto una parte della realtà. Il passaggio non svolge normalmente la propria funzione economica quando i maggiori vettori energetici rimangono fermi.

Perché una superpetroliera non può correre il rischio di un piccolo mercantile

Una grande petroliera VLCC può trasportare circa due milioni di barili di greggio. Nave e carico rappresentano insieme un valore economico enorme.
La lunghezza dello scafo, il pescaggio e la massa riducono la capacità di modificare rapidamente direzione e velocità. In caso di allarme, la nave non può semplicemente invertire la rotta in pochi minuti.
Un incendio a bordo di un'unità carica può assumere dimensioni difficili da controllare, mentre un'avaria alla propulsione può lasciare la petroliera alla deriva in un corridoio ristretto.
L'armatore deve quindi considerare non soltanto la probabilità di affondamento, ma anche la possibilità di un danno parziale capace di bloccare la nave, ferire l'equipaggio e interrompere il traffico.

Le metaniere e il trasporto criogenico

Le metaniere trasportano gas naturale liquefatto mantenuto a temperature estremamente basse all'interno di serbatoi isolati.
Sono navi progettate con sistemi di sicurezza avanzati, ma dipendono da impianti elettrici, propulsione, controllo della pressione e gestione del gas evaporato.
Un attacco può non danneggiare direttamente i serbatoi e tuttavia compromettere le funzioni indispensabili per continuare il viaggio in sicurezza.
Un'unità priva di propulsione potrebbe richiedere rimorchiatori e squadre di soccorso, esponendo altre persone alla stessa zona di combattimento.

Le portacontainer non sono al riparo

Gli attacchi non riguardano soltanto il settore energetico. Anche una portacontainer è stata coinvolta nella nuova sequenza di incidenti.
I container possono contenere medicinali, componenti industriali, generi alimentari o sostanze pericolose. Il comandante non dispone sempre di una conoscenza immediata e dettagliata di tutto ciò che potrebbe essere interessato da un incendio.
Le pile di container possono ostacolare l'accesso alle fiamme e favorire la propagazione del calore tra unità vicine. Un'esplosione può inoltre far cadere parte del carico in mare.
La minaccia alla navigazione commerciale si estende quindi oltre petrolio e gas, colpendo il più ampio commercio di merci da e verso i Paesi del Golfo.

Gli equipaggi diventano il vero limite operativo

Anche quando la nave è disponibile e l'assicurazione può essere acquistata, il viaggio richiede un equipaggio in grado e disposto ad affrontarlo.
I marittimi sono lavoratori civili provenienti da numerosi Paesi. Non partecipano alle decisioni militari che hanno trasformato la loro rotta in un'area di guerra.
La possibilità di un attacco produce stress, insonnia e paura. Gli allarmi possono interrompere il riposo e costringere l'equipaggio a mantenere per giorni un livello di vigilanza eccezionale.
La stanchezza non è soltanto un problema umano: aumenta il rischio di errore durante manovre, comunicazioni e procedure di emergenza.

L'India blocca nuovi imbarchi verso Hormuz

L'India ha disposto che i propri marittimi non vengano assegnati, fino a nuovo ordine, a navi programmate per attraversare lo Stretto.
La decisione segue la morte e il ferimento di lavoratori indiani negli attacchi recenti. L'India fornisce oltre trecentomila professionisti alla navigazione mondiale e il provvedimento può quindi produrre effetti molto ampi.
Le compagnie che dipendono da ufficiali, tecnici e personale indiano potrebbero non riuscire a formare nuovi equipaggi o a sostituire chi ha terminato il proprio contratto.
Il divieto dimostra che la valutazione del rischio non è più affidata soltanto alla singola società. I governi possono intervenire direttamente quando ritengono insufficiente la protezione dei propri cittadini.

Migliaia di lavoratori intrappolati nella crisi

Migliaia di marittimi rimangono a bordo di navi che non riescono a lasciare in sicurezza il Golfo Persico. Altri lavoratori portuali e delle installazioni offshore sono coinvolti nell'instabilità regionale.
Una nave ferma non equivale a un albergo galleggiante. Spazio, privacy, connessione con le famiglie e possibilità di scendere a terra possono essere fortemente limitati.
Le scorte di cibo e medicinali possono essere rifornite, ma i cambi di equipaggio diventano difficili quando aeroporti, porti e collegamenti sono sottoposti a restrizioni.
La permanenza forzata può superare la durata prevista dai contratti e produrre problemi di salute mentale, stanchezza e tensioni tra i membri dell'equipaggio.

Il comandante non può delegare completamente la decisione

La presenza di istruzioni militari non elimina la responsabilità professionale del comandante. È lui a dover valutare le condizioni concrete della nave, degli strumenti e delle persone a bordo.
Un piano di transito può apparire accettabile sulla carta e diventare troppo rischioso in presenza di un'avaria, di visibilità ridotta o di nuove segnalazioni di mine.
Il comandante può subire forti pressioni commerciali per rispettare finestre di carico, consegne e contratti. La sicurezza non dovrebbe però essere subordinata al costo del ritardo.
Una scorta militare non assume automaticamente il controllo della nave commerciale né solleva il comandante dagli obblighi sulla navigazione.

Gli assicuratori possono fermare una nave senza impartire un ordine militare

Le normali polizze marittime non coprono necessariamente tutti i rischi di guerra. Per entrare nella regione possono essere necessarie garanzie specifiche e premi aggiuntivi.
Dopo un attacco, la compagnia assicuratrice può aumentare il prezzo, imporre nuove condizioni oppure rifiutare la copertura per determinati percorsi.
Senza assicurazione, l'armatore può non essere in grado di rispettare i contratti di finanziamento, noleggio e trasporto. La nave rimane quindi ferma anche se nessuna autorità le vieta formalmente di partire.
Il mercato assicurativo funziona come un secondo sistema di controllo: traduce il pericolo militare in un costo economico o in una concreta impossibilità operativa.

Le clausole sulle zone di guerra

I contratti di noleggio contengono normalmente clausole dedicate alle aree pericolose. Stabiliscono quando un armatore possa rifiutare un ordine o modificare la rotta.
Il proprietario deve proteggere nave ed equipaggio, mentre il noleggiatore ha interesse a consegnare il carico nei tempi previsti. Le due esigenze possono entrare in conflitto.
La classificazione "severo", gli attacchi recenti e le raccomandazioni ufficiali rafforzano l'argomento secondo cui Hormuz non possa essere considerato una normale rotta commerciale.
Le controversie possono proseguire per anni attraverso arbitrati, ma la decisione immediata deve essere presa mentre nave ed equipaggio si trovano già davanti allo Stretto.

Il costo dell'attesa

Rinviare il transito protegge le persone nel breve periodo, ma comporta un crescente costo economico. Una grande nave ferma può generare decine o centinaia di migliaia di dollari al giorno tra nolo, equipaggio e spese operative.
I terminal devono gestire carichi che non partono e serbatoi che si riempiono. Le raffinerie di destinazione devono utilizzare le scorte o cercare forniture alternative.
Quando il ritardo supera i tempi previsti dal contratto possono maturare penali e costi di controstallia, la cui attribuzione dipende dalle clausole concordate.
La somma di molte attese individuali produce una riduzione della capacità globale di trasporto, perché le stesse navi non possono essere utilizzate per nuovi viaggi.

Le aree di ancoraggio diventano più affollate

Le unità che non attraversano Hormuz devono attendere in porto o negli ancoraggi. L'aumento della concentrazione crea nuovi problemi di sicurezza.
Navi molto grandi devono mantenere distanze adeguate, tenendo conto di vento, correnti e possibile trascinamento delle ancore.
Una posizione mantenuta troppo a lungo diventa prevedibile e potrebbe facilitare la sorveglianza ostile. Per questo possono essere raccomandati spostamenti periodici.
Muovere frequentemente grandi mercantili in aree affollate aumenta però il rischio di collisione e consuma carburante. La sospensione del viaggio trasferisce quindi parte del pericolo dallo Stretto agli spazi di attesa.

Hormuz non dispone di una vera deviazione marittima

Una nave che evita il Canale di Suez può circumnavigare l'Africa, affrontando un viaggio più lungo. Per un carico già dentro il Golfo Persico non esiste una simile rotta alternativa.
Per raggiungere il mare aperto, una nave partita da Qatar, Kuwait, Iraq o dai porti interni degli Emirati deve attraversare Hormuz.
Arabia Saudita ed Emirati possiedono oleodotti diretti verso terminal esterni allo Stretto, ma la loro capacità non può sostituire l'intero volume trasportato normalmente via mare.
Per il gas naturale liquefatto del Qatar, l'assenza di un'alternativa equivalente rende il fermo delle metaniere particolarmente difficile da compensare.

Il traffico ridotto colpisce prima il Golfo

I Paesi produttori non possono continuare indefinitamente a estrarre petrolio quando i depositi e i terminal raggiungono la propria capacità massima.
Se le navi non caricano o non partono, i produttori devono trasferire il greggio attraverso condotte alternative, ridurre temporaneamente la produzione o cercare nuovi spazi di stoccaggio.
La diminuzione delle esportazioni riduce le entrate proprio mentre aumenta la spesa necessaria per difesa, sicurezza e gestione dell'emergenza.
La crisi di Hormuz danneggia quindi anche gli Stati del Golfo che non partecipano direttamente agli attacchi ma dipendono dal passaggio per il proprio commercio.

Il prezzo energetico incorpora la paura degli armatori

I mercati del petrolio e del gas non reagiscono soltanto ai barili materialmente perduti. Incorporano la probabilità che le forniture future non riescano a raggiungere gli acquirenti.
Quando una compagnia rifiuta il transito, aumenta il cosiddetto premio di rischio: compratori e venditori devono considerare ritardi, assicurazioni e possibile indisponibilità dei carichi.
Il prezzo può salire anche se le scorte immediate sono ancora sufficienti, perché raffinerie e importatori cercano di assicurarsi in anticipo volumi alternativi.
Se la situazione migliora, una parte del premio può ridursi rapidamente. Se gli attacchi continuano, il rischio temporaneo può trasformarsi in un costo strutturale.

Le conseguenze non riguardano soltanto l'energia

Le navi in entrata trasportano anche cereali, alimenti, materiali industriali e beni di consumo necessari ai Paesi della regione.
Un calo prolungato dei transiti può rallentare l'approvvigionamento delle economie del Golfo, molte delle quali dipendono fortemente dalle importazioni.
Le merci possono essere spostate verso porti esterni e proseguire via terra, ma la capacità stradale e ferroviaria non è progettata per sostituire rapidamente tutto il traffico navale.
Il blocco commerciale può quindi aumentare i prezzi locali e creare difficoltà logistiche anche per prodotti non collegati direttamente a petrolio e gas.

Il rischio ambientale pesa sulle decisioni

Un attacco contro una petroliera può provocare una fuoriuscita di greggio o di carburante. Il Golfo è un bacino relativamente chiuso e sensibile agli incidenti ambientali.
Una contaminazione potrebbe colpire pesca, coste, porti e impianti di desalinizzazione, fondamentali per l'approvvigionamento idrico di diversi Stati.
Le operazioni di contenimento diventerebbero particolarmente difficili se rimorchiatori e squadre specializzate dovessero lavorare sotto la minaccia di ulteriori attacchi.
Sospendere un viaggio può dunque rappresentare anche una misura di prevenzione contro un possibile disastro marino, oltre che una tutela della nave e delle persone.

Perché una breve pausa non basta a ripristinare la fiducia

Gli armatori programmano i viaggi con giorni o settimane di anticipo. Una tregua di poche ore non garantisce che il viaggio di ritorno possa essere completato in sicurezza.
Le compagnie devono distinguere tra vera de-escalation e semplice pausa utilizzata dalle parti per riposizionare sistemi e preparare nuove operazioni.
Per recuperare fiducia servono una riduzione duratura degli attacchi, bonifica delle mine, comunicazioni affidabili e regole riconosciute dalle forze presenti.
Ogni nuovo incidente prolunga il periodo necessario per riportare petroliere e metaniere nel corridoio. La normalità militare e quella commerciale non ritornano necessariamente nello stesso momento.

Le autorità possono indicare una rotta, ma non obbligare il mercato

Le forze statunitensi possono pubblicare coordinate, organizzare finestre di transito e dichiarare disponibile il percorso meridionale. Non possono costringere un armatore privato ad accettare il rischio residuo.
Il proprietario della nave deve rispondere a assicuratori, finanziatori, noleggiatori, famiglie dei marittimi e autorità della bandiera.
Quando questi soggetti ritengono insufficiente la protezione, la disponibilità tecnica della rotta perde gran parte del proprio valore economico.
La libertà di navigazione esiste realmente soltanto quando le navi possono esercitarla senza essere esposte a un livello di pericolo incompatibile con una normale attività civile.

Il rischio di una navigazione riservata

Alcuni operatori potrebbero tentare transiti discreti, con comunicazioni limitate e minore visibilità pubblica. La riservatezza può ridurre l'esposizione a chi segue i dati commerciali.
Una grande petroliera rimane però rilevabile da radar, satelliti, aerei e sistemi costieri. Ridurre le trasmissioni non equivale a scomparire.
La mancanza di informazioni aumenta inoltre il rischio di collisione e rende più difficile coordinare soccorsi o assistenza militare.
Trasformare Hormuz in un corridoio attraversato quasi clandestinamente non costituisce una soluzione sostenibile per uno dei principali passaggi del commercio mondiale.

La protezione più efficace resta politica

Le navi da guerra possono intercettare alcune minacce e contribuire alla bonifica delle mine, ma non possono eliminare la causa politica del conflitto.
Finché Stati Uniti e Iran continueranno a scambiarsi attacchi e a utilizzare Hormuz come strumento di pressione, ogni corridoio resterà vulnerabile.
Un accordo dovrebbe definire il trattamento delle navi neutrali, le comunicazioni tra le forze, la gestione delle corsie e il divieto di colpire il traffico civile.
Senza una de-escalation verificabile, l'aumento della presenza militare rischia di produrre più mezzi armati nello stesso spazio senza garantire una maggiore prevedibilità.

Quando gli armatori potrebbero tornare

Il ritorno delle grandi navi richiederebbe innanzitutto la cessazione degli attacchi deliberati contro i mercantili.
Sarebbe poi necessaria una bonifica credibile delle corsie, accompagnata da informazioni aggiornate sulle mine e da una riduzione delle interferenze elettroniche.
Assicuratori e governi dovrebbero abbassare il livello di allarme, rendendo nuovamente disponibili equipaggi e coperture a costi sostenibili.
Le prime navi potrebbero riprendere a transitare gradualmente, mentre gli operatori più prudenti attenderebbero di verificare l'assenza di nuovi incidenti. La riapertura avrebbe quindi la forma di un flusso progressivo, non di un ritorno immediato alla normalità.

Lo scenario di una semiparalisi prolungata

Se gli attacchi continuassero a intervalli irregolari, Hormuz potrebbe rimanere in uno stato di semiparalisi: alcune navi attraverserebbero, altre attenderebbero e le unità più grandi resterebbero assenti.
I produttori riuscirebbero a esportare una parte dei volumi, ma non abbastanza per ripristinare pienamente le forniture precedenti alla guerra.
Le compagnie con maggiori risorse potrebbero sostenere premi assicurativi e misure di sicurezza che gli operatori più piccoli non possono permettersi.
Il mercato diventerebbe più concentrato e costoso, mentre la disponibilità di equipaggi potrebbe trasformarsi nel principale collo di bottiglia.

Proteggere le persone prima dei carichi

Il rifiuto di attraversare Hormuz non è soltanto una decisione finanziaria. Rappresenta una valutazione sul valore attribuito alla vita dei marittimi.
Petrolio e gas possono essere stoccati, razionati o sostituiti parzialmente. Una persona uccisa o gravemente ferita durante un viaggio evitabile non può essere compensata da alcun premio commerciale.
Le autorità devono lavorare per mantenere aperte le rotte, ma non possono chiedere agli equipaggi civili di assumere il ruolo di prova vivente dell'efficacia delle scorte militari.
La navigazione tornerà sostenibile soltanto quando la sicurezza non dipenderà dalla disponibilità di singoli comandanti e lavoratori ad accettare un pericolo eccezionale.

Hormuz aperto sulle mappe, chiuso dalla paura

Lo Stretto non è materialmente sbarrato e alcune unità riescono ancora a superarlo. L'assenza delle maggiori petroliere e metaniere mostra però che la sua funzione economica è profondamente compromessa.
La classificazione "severo", le mine, le interferenze elettroniche e gli attacchi nelle acque omanite spiegano perché una parte degli armatori non consideri sufficiente il corridoio sostenuto dagli Stati Uniti.
La prova decisiva non sarà il passaggio occasionale di alcune navi, ma il ritorno di flussi regolari, assicurabili e accettati dagli equipaggi senza pressioni indebite.
E voi, ritenete giusto che gli armatori sospendano i transiti scortati a Hormuz per proteggere i lavoratori, oppure pensate che il corridoio debba continuare a essere utilizzato per evitare un'ulteriore crisi delle forniture? Lasciate un commento e condividete la vostra valutazione con rispetto.

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