Hormuz, accordo vicino ma l’Iran detta le condizioni agli Stati Uniti
Lo Stretto di Hormuz torna al centro della crisi internazionale dopo che l'Iran ha annunciato che il negoziato tecnico con l'Oman sulla definizione di nuove rotte marittime è entrato nelle fasi finali. La notizia aveva inizialmente alimentato le aspettative di una rapida normalizzazione della navigazione commerciale, ma Teheran ha chiarito che un'intesa con Muscat non comporterà automaticamente la riapertura dello Stretto. Perché il traffico possa tornare verso condizioni ordinarie, secondo il governo iraniano gli Stati Uniti dovranno prima soddisfare una serie di richieste molto più ampie, che comprendono compensazioni economiche, alleggerimento delle sanzioni, rimozione del blocco navale, sblocco di asset iraniani e cessazione delle minacce militari.
È questa distinzione a rendere il dossier molto più complesso di quanto apparisse soltanto pochi giorni fa. Un accordo tra Iran e Oman può stabilire quali corsie utilizzare, come organizzare il traffico e quali autorità coordinare nella gestione della navigazione; non risolve però automaticamente la contrapposizione politica e militare tra Teheran e Washington. La vera partita riguarda quindi la sequenza degli impegni: gli Stati Uniti vogliono vedere ripristinata una navigazione commerciale senza impedimenti prima di rimuovere il blocco sui porti iraniani, mentre l'Iran pretende concessioni americane prima di consentire il ritorno alla piena normalità.
I mercati hanno reagito immediatamente a questa nuova incertezza. Dopo essere sceso di oltre il 7% nella settimana precedente sulle speranze di una soluzione relativamente vicina, il Brent è tornato a salire nella mattinata di lunedì 10 agosto 2026, raggiungendo l'area degli 84-85 dollari al barile. La variazione mostra quanto il prezzo del petrolio continui a dipendere non soltanto dalla produzione mondiale, ma dalla probabilità che milioni di barili estratti nei Paesi del Golfo riescano effettivamente a raggiungere i mercati internazionali.
L'accordo con l'Oman è vicino, ma non è ancora la riapertura
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha definito l'intesa con l'Oman sulle nuove rotte nello Stretto ormai vicina alla fase finale. Il documento dovrebbe delineare il sistema di navigazione da utilizzare qualora vengano create le condizioni politiche necessarie per il ritorno del traffico commerciale. È quindi importante non confondere due passaggi distinti: da una parte la definizione tecnica delle corsie marittime, dall'altra la decisione politica di consentire alle navi di attraversarle liberamente.
Nei giorni precedenti Washington aveva mostrato un ottimismo decisamente maggiore, sostenendo che i progressi tra Muscat e Teheran potessero aprire rapidamente la strada alla normalizzazione dello Stretto. Gli Stati Uniti avevano inoltre fatto sapere di essere pronti a rimuovere il blocco sui porti iraniani una volta annunciato e concretamente applicato un accordo capace di garantire il passaggio commerciale senza impedimenti.
L'Iran ha però ridimensionato questa interpretazione. Secondo Teheran, l'accordo con l'Oman riguarda soprattutto il futuro assetto della navigazione e potrà entrare pienamente in funzione soltanto dopo che saranno state affrontate le altre questioni aperte con gli Stati Uniti. Ciò significa che la firma di un documento tecnico potrebbe rappresentare un passaggio importante senza produrre immediatamente un aumento sostanziale del numero di petroliere e metaniere che attraversano Hormuz.
Il vero ostacolo sono le condizioni poste da Teheran
La richiesta più immediata riguarda il pagamento di compensazioni per i danni provocati dagli attacchi statunitensi contro l'Iran. Teheran sostiene che Washington debba assumersi una responsabilità economica per le distruzioni subite durante la campagna militare iniziata a fine febbraio insieme a Israele. Non risulta però, al momento, alcuna disponibilità americana ad accettare una richiesta di questa portata.
La lista iraniana va molto oltre il risarcimento. Teheran chiede la rimozione o almeno un significativo alleggerimento delle sanzioni economiche, il rilascio di asset iraniani congelati all'estero e la fine del blocco navale imposto dagli Stati Uniti alle attività marittime dell'Iran. Sono richieste che coinvolgono una parte sostanziale dell'intero confronto tra i due Paesi e non possono essere ridotte a una trattativa sulla sicurezza della navigazione.
L'Iran pretende inoltre la cessazione delle minacce militari statunitensi e chiede che Washington interrompa quelle che Teheran considera azioni ostili contro l'Iran e i gruppi alleati o vicini alla Repubblica islamica in Libano, territori palestinesi, Yemen e Iraq. Questa impostazione porta il negoziato ben oltre Hormuz, collegando il futuro dello Stretto all'equilibrio strategico dell'intero Medio Oriente.
Washington lega ogni concessione ai comportamenti iraniani
La posizione americana segue una logica quasi opposta. Gli Stati Uniti sostengono di essere pronti a revocare il blocco dei porti iraniani una volta verificato che l'Iran stia realmente consentendo il ripristino del traffico commerciale senza ostacoli. Washington vuole quindi che ogni propria concessione rimanga collegata all'effettiva applicazione degli impegni iraniani.
La differenza apparentemente procedurale nasconde un enorme problema di fiducia reciproca. Teheran teme che riaprire lo Stretto per prima significhi rinunciare alla propria principale leva negoziale senza la garanzia che Washington rimuova successivamente il blocco e le sanzioni. Gli Stati Uniti temono invece che concedere prima all'Iran ciò che chiede possa lasciare Teheran libera di continuare a limitare o condizionare il passaggio delle navi.
Il possibile compromesso dovrà quindi probabilmente prevedere una serie di azioni parallele e verificabili, piuttosto che un unico momento nel quale una delle due parti compia tutte le proprie concessioni. È proprio la definizione di questa sequenza a rappresentare uno dei maggiori ostacoli alla trasformazione dell'accordo Iran-Oman in una reale riapertura di Hormuz.
Iran e Stati Uniti non stanno negoziando direttamente
A rendere tutto ancora più difficile è l'assenza di un vero negoziato diretto tra Washington e Teheran. L'Iran sostiene di non voler aprire colloqui bilaterali finché gli Stati Uniti continueranno, a suo giudizio, a violare gli impegni assunti durante la tregua raggiunta nel mese di giugno. I messaggi tra le due parti vengono quindi trasmessi attraverso intermediari.
Questa modalità aumenta inevitabilmente il rischio di incomprensioni. Ogni proposta deve passare attraverso uno o più mediatori, essere interpretata, riportata e successivamente valutata dalla controparte. In un dossier nel quale una singola parola può determinare se una nave sia autorizzata o meno ad attraversare uno dei passaggi energetici più importanti del pianeta, l'assenza di un canale diretto costituisce un problema significativo.
L'Oman svolge proprio per questo un ruolo centrale. Muscat mantiene tradizionalmente rapporti con entrambe le parti e controlla territorialmente una porzione dello stesso Stretto insieme all'Iran. La sua funzione non è quindi soltanto diplomatica: qualsiasi configurazione stabile delle rotte marittime richiede inevitabilmente una forma di coordinamento con le autorità omanite.
Perché l'Oman è indispensabile
Lo Stretto di Hormuz è delimitato a nord dall'Iran e a sud dalla penisola omanita di Musandam. Le rotte di navigazione utilizzate dalle grandi navi commerciali attraversano quindi un'area nella quale la cooperazione tra i due Paesi rivieraschi assume un'importanza pratica enorme. Nessuna soluzione duratura può essere costruita ignorando uno dei due lati dello Stretto.
Muscat ha cercato nelle ultime settimane di promuovere un modello nel quale la gestione della navigazione possa essere organizzata regionalmente e nel rispetto delle necessità di sicurezza, soccorso e tutela ambientale. L'Iran, dal canto suo, vuole ottenere un riconoscimento molto più ampio della propria autorità sul passaggio delle navi e considera il futuro regime di Hormuz una delle principali conquiste strategiche da ottenere nel negoziato.
È proprio questo punto a preoccupare diversi Paesi del Golfo e gli Stati Uniti. Un sistema nel quale Teheran acquisisse il potere di decidere quali navi possano entrare nel Golfo sarebbe profondamente diverso dal regime di libera navigazione che caratterizzava il passaggio prima della guerra. Anche una soluzione tecnicamente funzionante potrebbe quindi avere implicazioni geopolitiche destinate a durare per anni.
Il nodo del controllo delle navi in ingresso
Le proposte discusse nelle ultime settimane hanno indicato la possibilità che l'Iran ottenga un ruolo particolarmente forte nella gestione delle navi dirette verso l'interno del Golfo. Non tutti i dettagli sono stati resi pubblici e la formulazione finale dell'accordo con l'Oman non è ancora nota, motivo per cui sarebbe prematuro descrivere come definitivo uno specifico sistema di controllo.
Il principio, tuttavia, è politicamente esplosivo. Se una nave diretta verso un porto degli Emirati, del Qatar, dell'Iraq o del Kuwait dovesse ottenere un'autorizzazione iraniana, Teheran acquisirebbe una leva potenziale sull'economia dei vicini e sulle catene energetiche mondiali. È precisamente questo scenario che Washington e diverse capitali del Golfo vogliono evitare.
Dal punto di vista dell'Iran, invece, il controllo della sicurezza dello Stretto viene presentato come una questione di sovranità e di tutela delle proprie coste. Le due interpretazioni sono difficili da conciliare: ciò che Teheran può descrivere come amministrazione del passaggio viene percepito dai suoi avversari come capacità di condizionare una rotta internazionale essenziale.
Il traffico resta lontanissimo dalla normalità
Per capire quanto il negoziato sia ancora distante dalla situazione precedente alla guerra basta osservare il traffico navale. Tra lunedì e giovedì della scorsa settimana soltanto 33 navi hanno attraversato Hormuz, contro 50 nella stessa finestra della settimana precedente. Il dato mostra una diminuzione ulteriore di un flusso che era già estremamente ridotto.
Soltanto sei petroliere cariche di greggio sono riuscite a uscire dallo Stretto nei primi quattro giorni della settimana. Ventuno navi sono invece entrate nel Golfo, in gran parte utilizzando il percorso collegato alle acque iraniane. Il numero resta molto lontano dal traffico osservato prima del 28 febbraio, quando circa 130-140 imbarcazioni attraversavano normalmente lo Stretto in una giornata.
Venerdì la situazione restava estremamente debole, con pochissime petroliere in movimento. È questo dato, più ancora delle dichiarazioni diplomatiche, che gli operatori energetici osservano per capire se la situazione stia realmente migliorando. Un accordo credibile dovrebbe tradursi in un aumento continuo del traffico, non semplicemente in una firma.
Gli armatori continuano ad avere paura
Il problema non riguarda soltanto i permessi concessi dalle autorità. Anche quando esiste teoricamente la possibilità di attraversare Hormuz, molti armatori continuano a considerare il rischio troppo elevato. Le compagnie devono valutare la sicurezza dell'equipaggio, il valore della nave, quello del carico e soprattutto le condizioni delle polizze assicurative.
Un esempio arriva dal petrolio iracheno. Alcuni raffinatori cinesi e indiani hanno mostrato interesse per carichi di greggio di Basrah offerti con sconti estremamente elevati, arrivati vicino ai 30 dollari al barile in alcuni casi. Nonostante l'incentivo economico, trovare navi disponibili a entrare nello Stretto continua a essere difficile.
Questo dimostra che una vera riapertura commerciale richiede molto più di un'autorizzazione politica. Gli armatori devono credere che il rischio di un attacco sia diventato sufficientemente basso; le compagnie assicurative devono accettare nuovamente di coprire il transito a costi sostenibili; equipaggi e operatori devono poter contare su regole prevedibili.
Quindici navi ADNOC colpite dall'inizio della guerra
Le preoccupazioni del settore non sono teoriche. La compagnia petrolifera degli Emirati ADNOC ha dichiarato che 15 proprie navi sono state colpite da missili o droni mentre attraversavano lo Stretto dall'inizio del conflitto. Gli attacchi hanno provocato la morte di un membro degli equipaggi e il ferimento di altri venti.
Soltanto negli ultimi giorni gli Emirati Arabi Uniti hanno nuovamente accusato l'Iran di avere colpito una nave collegata ad ADNOC con un missile. Teheran non ha commentato immediatamente quella specifica accusa, mentre in episodi precedenti i Guardiani della Rivoluzione avevano rivendicato interventi contro navi che, secondo l'Iran, stavano tentando di attraversare Hormuz senza autorizzazione.
Questa storia recente spiega perché il semplice annuncio di nuove corsie di navigazione non possa cancellare immediatamente il premio di rischio. Chi deve assicurare e comandare una petroliera da centinaia di milioni di dollari valuta soprattutto il comportamento osservato nelle settimane precedenti, non le intenzioni dichiarate durante una trattativa.
Hormuz trasportava circa un quinto del petrolio mondiale
Prima della crisi, attraverso lo Stretto di Hormuz passavano circa 20 milioni di barili al giorno tra petrolio greggio e prodotti petroliferi, una quantità equivalente a circa un quinto del consumo mondiale di liquidi petroliferi. Questo volume rende lo Stretto il più importante chokepoint energetico del pianeta.
La sua importanza deriva dalla geografia. Una parte enorme della produzione di Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iran si trova all'interno del Golfo Persico. Per raggiungere l'Oceano Indiano e successivamente i mercati asiatici, europei o americani, la via marittima naturale passa da Hormuz.
Esistono alcune infrastrutture capaci di aggirare lo Stretto, ma non possono trasportare l'intero volume che in condizioni normali viaggiava via mare. Per questo un blocco anche parziale non può essere compensato semplicemente reindirizzando tutte le esportazioni verso un altro porto.
Anche il GNL mondiale dipende enormemente dal passaggio
La vulnerabilità non riguarda soltanto il petrolio. Prima della guerra oltre il 20% del commercio mondiale di gas naturale liquefatto transitava attraverso Hormuz. La parte dominante proveniva dal Qatar, uno dei più grandi esportatori globali di GNL, insieme a quantitativi provenienti dagli Emirati.
Per il Qatar la posizione geografica è particolarmente vincolante: i grandi impianti di liquefazione si trovano all'interno del Golfo e le metaniere devono attraversare Hormuz per raggiungere i clienti. Non esiste un gasdotto alternativo capace di sostituire su vasta scala il trasporto marittimo di quei volumi.
La crisi ha già costretto produttori e clienti a modificare le proprie strategie. Compratori asiatici ed europei stanno cercando maggiore diversificazione delle forniture, mentre sono aumentate le richieste di clausole contrattuali capaci di proteggere i clienti da future interruzioni dello Stretto.
Asia ed Europa sono direttamente esposte
La maggior parte del GNL del Golfo ha storicamente come destinazione l'Asia. Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Pakistan dipendono in varia misura da forniture mediorientali e sono stati costretti durante la crisi a ricorrere maggiormente al mercato spot, alle scorte e ad alternative provenienti da altri continenti.
Anche l'Europa è coinvolta. Dopo anni nei quali il continente ha modificato profondamente le proprie rotte del gas, il GNL è diventato una componente strutturale della sicurezza energetica europea. Una competizione più intensa con l'Asia per acquistare cargo statunitensi, africani o di altre provenienze può tradursi in prezzi più elevati anche se una singola metaniera non era originariamente destinata a un porto europeo.
È uno dei motivi per cui Hormuz possiede un effetto globale: non serve che un Paese acquisti direttamente petrolio o gas dal Golfo per risentire della crisi. Il prezzo internazionale incorpora la scarsità e si trasferisce attraverso mercati interconnessi.
Il Brent risale dopo il crollo della settimana scorsa
La reazione del mercato nelle ultime sedute è particolarmente istruttiva. Il Brent aveva perso oltre il 7% la scorsa settimana perché gli investitori avevano iniziato a credere che un accordo tra Iran e Oman potesse riportare rapidamente grandi quantità di petrolio sul mercato.
Nella mattinata del 10 agosto il quadro si è invertito parzialmente. Il Brent è risalito di circa l'1%, raggiungendo 84,39 dollari al barile nelle prime ore di contrattazione europea, mentre il WTI statunitense si è portato intorno a 78,77 dollari. Non si tratta ancora di un ritorno ai picchi toccati durante le fasi più acute della guerra, ma di un chiaro segnale che la riapertura non viene più considerata imminente e automatica.
Il prezzo si trova quindi stretto tra due scenari. Un accordo credibile che ripristinasse la libera navigazione potrebbe ridurre rapidamente il premio geopolitico; un fallimento del negoziato, un nuovo attacco importante o ulteriori restrizioni potrebbero invece riportare il petrolio verso livelli sensibilmente più elevati.
Ad aprile il Brent aveva superato 126 dollari
Per comprendere la dimensione del rischio basta ricordare ciò che è accaduto nei mesi precedenti. Durante la fase più grave della crisi, il Brent aveva superato i 126 dollari al barile, riflettendo il timore che la riduzione delle esportazioni mediorientali potesse trasformarsi in una vera emergenza di approvvigionamento mondiale.
Da allora la domanda si è adattata, diversi Paesi hanno utilizzato scorte, importazioni alternative e misure per ridurre i consumi, mentre una quantità limitata di traffico è riuscita a transitare. Tutto ciò ha contribuito a riportare i prezzi molto al di sotto dei massimi.
Ma il fatto che il mercato sia riuscito ad adattarsi non significa che il problema sia stato risolto. Gran parte dell'equilibrio attuale dipende proprio da una domanda energetica compressa e dall'utilizzo di riserve accumulate in precedenza. Se la domanda dovesse tornare a crescere prima di una normalizzazione delle esportazioni, la pressione sui prezzi potrebbe riemergere rapidamente.
La Cina ha assorbito una parte enorme dello shock
Un elemento decisivo è stato il comportamento della Cina, maggiore importatore mondiale di petrolio. Durante giugno e luglio Pechino ha ridotto fortemente gli acquisti di greggio rispetto ai livelli precedenti alla guerra, compensando una parte del deficit con le proprie scorte e diminuendo così la competizione per i barili disponibili sul mercato internazionale.
La riduzione della domanda cinese ha contribuito a impedire che la scarsità di greggio mediorientale producesse prezzi ancora più elevati. È però una strategia che non può necessariamente continuare indefinitamente: le riserve possono essere molto ampie, ma devono successivamente essere ricostituite.
Se la Cina decidesse di tornare ad acquistare con maggiore intensità mentre Hormuz rimane parzialmente bloccato, il mercato dovrebbe trovare contemporaneamente più petrolio alternativo. È uno degli scenari che rende agosto particolarmente delicato per il settore energetico.
Le rotte alternative aiutano, ma non sostituiscono Hormuz
Gli Emirati dispongono già dell'Abu Dhabi Crude Oil Pipeline, che può trasportare fino a circa 1,8 milioni di barili al giorno verso Fujairah, sulla costa del Golfo dell'Oman e quindi al di fuori dello Stretto. Durante la crisi questa infrastruttura è diventata fondamentale per mantenere una parte delle esportazioni.
Gli Emirati stanno inoltre accelerando la costruzione di una nuova pipeline destinata ad aumentare sensibilmente la capacità di esportare petrolio senza attraversare Hormuz. Il progetto era arrivato a circa metà della realizzazione in primavera e l'obiettivo è renderlo operativo nel 2027.
Anche l'Arabia Saudita dispone di infrastrutture che permettono di trasferire greggio dal Golfo verso la costa del Mar Rosso e il porto di Yanbu. Questi sistemi aumentano la resilienza regionale, ma la somma delle capacità alternative continua a essere inferiore ai volumi normalmente movimentati attraverso lo Stretto.
La previsione più prudente: il ritorno completo potrebbe richiedere mesi
Anche nel caso di un accordo politico improvviso, non è detto che i flussi tornino immediatamente al livello precedente alla guerra. Il vertice di ADNOC ha stimato nei mesi scorsi che potrebbero essere necessari almeno quattro mesi per recuperare circa l'80% dei volumi pre-crisi e che una piena normalizzazione potrebbe non arrivare prima del primo o secondo trimestre del 2027.
Si tratta di una stima industriale, non di una scadenza certa. Il recupero potrebbe essere più rapido in caso di un accordo particolarmente solido oppure più lento se continuassero attacchi, restrizioni assicurative o danni alle infrastrutture. Il dato è comunque utile perché mostra quanto sia semplicistico pensare a un interruttore capace di riaprire Hormuz e riportare immediatamente il mondo al 27 febbraio.
Devono essere ripristinati contratti, noli, assicurazioni, programmi delle raffinerie, disponibilità delle navi e operazioni nei porti. Alcuni produttori hanno inoltre ridotto l'attività perché non riuscivano a esportare normalmente e devono quindi aumentare nuovamente la produzione in maniera progressiva.
Il Mar Rosso rende più fragile anche la principale alternativa
La vulnerabilità energetica del Golfo sarebbe meno grave se il Mar Rosso rappresentasse un'alternativa completamente sicura. Ma proprio nelle ultime settimane gli Houthi dello Yemen, movimento armato allineato politicamente all'Iran, hanno intensificato nuovamente gli attacchi contro infrastrutture e rotte legate all'Arabia Saudita.
Domenica il gruppo ha rivendicato un attacco contro la raffineria Aramco di Jazan, sulla costa saudita del Mar Rosso. Le autorità saudite hanno confermato un incendio nell'impianto, successivamente spento senza feriti, senza attribuirne pubblicamente nell'immediato la causa.
La raffineria di Jazan era già stata interessata dalle conseguenze delle tensioni precedenti. La ripresa degli attacchi ha quindi un valore strategico che supera il singolo impianto: mentre Hormuz rimane in gran parte compromesso, qualsiasi minaccia alle infrastrutture del Mar Rosso riduce ulteriormente la sicurezza delle vie utilizzate per aggirare lo Stretto.
Anche Bab el-Mandeb torna sotto pressione
A sud del Mar Rosso si trova un altro chokepoint essenziale: lo Stretto di Bab el-Mandeb, tra Yemen e Corno d'Africa. È la porta attraverso la quale le navi passano tra il Golfo di Aden e il Mar Rosso, proseguendo poi verso il Canale di Suez e il Mediterraneo.
Negli ultimi giorni gli Houthi hanno ripreso operazioni contro la città portuale yemenita di Mocha, situata vicino alla rotta di Bab el-Mandeb. Un attacco ha provocato sette morti tra militari e civili e decine di feriti, mentre le difese aeree hanno abbattuto numerosi droni.
Per gli armatori il problema è evidente: un sistema energetico costruito per aggirare Hormuz attraverso la costa occidentale della Penisola Arabica perde parte del proprio vantaggio se anche il Mar Rosso presenta un rischio militare elevato. È la simultaneità dei due problemi a preoccupare maggiormente i mercati.
Il patto tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan
Il deterioramento della sicurezza regionale ha spinto Arabia Saudita, Turchia e Pakistan a firmare un nuovo accordo di difesa comune. Il patto prevede un principio di solidarietà reciproca in caso di attacco, pur senza definire automaticamente una risposta militare specifica per ogni eventuale scenario.
Ankara ha sottolineato che l'accordo non è formalmente diretto contro l'Iran né contro un altro Paese specifico. È tuttavia evidente che la sua firma arriva in un contesto nel quale le monarchie del Golfo stanno cercando nuove garanzie di sicurezza dopo mesi di attacchi contro infrastrutture energetiche e traffico marittimo.
Il rischio è che una crisi originariamente concentrata sul confronto tra Washington, Israele e Teheran continui ad allargarsi verso una rete sempre più complessa di alleanze regionali. Più Stati assumono impegni di difesa reciproca, più un singolo attacco può produrre conseguenze diplomatiche e militari difficili da contenere.
Perché Hormuz può influenzare il prezzo della benzina in Italia
L'effetto del dossier può arrivare direttamente anche ai consumatori europei. Il prezzo del carburante non dipende soltanto dal Brent, perché comprende raffinazione, trasporto, cambio euro-dollaro, margini distributivi e tassazione. Il greggio rimane però una delle componenti fondamentali del costo finale.
Se il Brent aumenta in maniera persistente, la variazione tende nel tempo a trasferirsi sui prezzi all'ingrosso di benzina e gasolio. La trasmissione non è immediata e non avviene necessariamente nella stessa percentuale, ma uno shock energetico prolungato può diventare visibile anche alla pompa.
Per un Paese importatore come l'Italia, il problema riguarda inoltre i costi industriali e dei trasporti. Autotrasporto, aviazione, agricoltura, pesca e numerosi processi produttivi dipendono direttamente dai combustibili fossili, con effetti che possono propagarsi ai prezzi di beni e servizi.
Il legame tra Hormuz e inflazione
La questione energetica diventa quindi anche una questione di inflazione. Un petrolio più costoso può incidere direttamente sui carburanti e indirettamente su tutto ciò che deve essere prodotto o trasportato. Se la fase di prezzi elevati dura a lungo, una parte dell'aumento può arrivare fino al consumatore finale.
Per le banche centrali è una situazione particolarmente difficile. Un blocco energetico può contemporaneamente aumentare l'inflazione e rallentare la crescita economica, perché famiglie e imprese devono spendere di più per energia e hanno meno risorse disponibili per altri acquisti e investimenti.
È proprio questo scenario a spiegare perché ogni notizia su Hormuz venga seguita con attenzione non soltanto dai trader di petrolio, ma anche dai mercati obbligazionari, dalle valute e dagli investitori che cercano di prevedere le prossime decisioni della Federal Reserve, della Banca centrale europea e delle altre autorità monetarie.
Il costo arriva anche al cibo
La crisi di Hormuz ha conseguenze potenziali anche sulla sicurezza alimentare. Il Golfo è un'area fondamentale per la produzione e il commercio di fertilizzanti e materie prime utilizzate per produrli. Interruzioni prolungate possono quindi aumentare i costi sostenuti dagli agricoltori in molte parti del mondo.
Il prezzo del petrolio incide inoltre su trattori, macchine agricole, trasporto dei raccolti, refrigerazione e logistica. Un aumento contemporaneo di carburanti e fertilizzanti può diventare particolarmente pesante per colture che richiedono grandi quantità di input.
L'effetto sui supermercati tende normalmente a manifestarsi con un certo ritardo. Prima aumentano i costi delle aziende agricole e della trasformazione, poi parte di questi viene trasferita lungo la filiera. Per questo una crisi energetica iniziata mesi prima può continuare a influenzare l'inflazione alimentare anche quando il prezzo quotidiano del greggio ha già iniziato a scendere.
Una riapertura non farebbe necessariamente crollare subito i prezzi
È altrettanto importante evitare l'errore opposto. Se domani venisse annunciato un accordo per la completa riapertura di Hormuz, il petrolio potrebbe reagire rapidamente verso il basso, ma non è possibile stabilire in anticipo di quanto né garantire che i prezzi tornino immediatamente ai livelli precedenti alla guerra.
Il mercato dovrebbe valutare innanzitutto la credibilità dell'accordo. Le prime domande sarebbero molto concrete: quante navi attraversano davvero lo Stretto? Le compagnie assicurative stanno riducendo i premi? Le petroliere precedentemente ferme stanno entrando nei porti del Golfo? Gli impianti stanno aumentando la produzione?
Soltanto una normalizzazione persistente di questi indicatori potrebbe eliminare progressivamente una parte consistente del premio geopolitico. Una firma seguita da nuovi attacchi o dispute sui permessi avrebbe invece un effetto molto più limitato.
Il precedente degli accordi falliti pesa sulla fiducia
Durante i mesi di guerra ci sono già stati diversi momenti nei quali una tregua sembrava poter riportare Hormuz verso la normalità. L'accordo provvisorio raggiunto a giugno aveva creato aspettative significative, ma le divergenze sulla sua applicazione e il successivo ripristino del blocco americano hanno nuovamente fatto precipitare i rapporti.
Teheran considera il ritorno del blocco navale statunitense una violazione degli impegni precedenti e utilizza proprio quell'episodio per giustificare la propria riluttanza a compiere il primo passo. Washington, al contrario, attribuisce all'Iran la responsabilità di avere mantenuto o ripreso comportamenti incompatibili con la libera navigazione.
Questa storia recente rende qualsiasi nuova intesa più difficile da costruire. Le parti non stanno negoziando su un foglio bianco, ma dopo mesi nei quali precedenti accordi e cessate il fuoco non sono riusciti a stabilizzare in maniera duratura la regione.
Le compagnie cercano prove, non dichiarazioni
Per il mondo dello shipping il segnale decisivo sarà quindi il ritorno di una regolarità operativa. Una petroliera deve poter partire dal porto di Basrah, Ras Tanura o Ruwais sapendo che potrà raggiungere l'Oceano Indiano secondo procedure prevedibili e senza il rischio di trovarsi improvvisamente coinvolta in una disputa tra governi.
Le compagnie assicurative devono contemporaneamente avere la possibilità di valutare un rischio misurabile. Durante una guerra caratterizzata da missili, droni e cambiamenti improvvisi delle regole di transito, il prezzo dell'assicurazione può diventare talmente elevato da rendere un viaggio commercialmente poco conveniente anche quando la nave ha formalmente il permesso di partire.
Per questo le vere prove della riapertura saranno il numero delle navi in transito, il calo dei premi assicurativi, la normalizzazione dei noli e il ritorno delle esportazioni dei produttori del Golfo. Tutto il resto rimane, fino ad allora, un progresso diplomatico ancora da tradurre nella realtà.
Gli Stati Uniti possono davvero rendere Hormuz "irrilevante"?
Nelle ultime ore da Washington è emersa anche l'idea che nel lungo periodo lo Stretto possa perdere parte della propria importanza grazie allo sviluppo di oleodotti capaci di aggirarlo. La logica industriale è reale: Emirati e Arabia Saudita dispongono già di vie alternative e stanno aumentando la propria resilienza.
Ma trasformare Hormuz in una rotta realmente irrilevante non è un obiettivo raggiungibile nel breve periodo. I circa 20 milioni di barili giornalieri che vi transitavano prima della guerra sono molto superiori alla capacità inutilizzata delle infrastrutture alternative oggi disponibili.
Il problema è ancora più evidente per il GNL. Costruire un gasdotto capace di spostare enormi quantità di gas verso nuovi terminal di liquefazione al di fuori del Golfo richiede anni, investimenti giganteschi e accordi regionali. La geografia energetica non può essere modificata nello spazio di qualche mese.
Il rischio militare rimane anche durante i negoziati
Un altro elemento rende particolarmente fragile la situazione: il negoziato diplomatico procede mentre continuano attacchi e operazioni militari. Non esiste quindi una vera separazione tra il tavolo delle trattative e ciò che accade nello Stretto, in Yemen o nelle infrastrutture energetiche saudite.
Un singolo missile che colpisse una grande petroliera, provocando numerose vittime o un'importante fuoriuscita di greggio, potrebbe cambiare immediatamente il clima politico. Lo stesso vale per un nuovo attacco statunitense contro l'Iran o per un'azione iraniana contro infrastrutture di un Paese del Golfo.
È il motivo per cui questa crisi viene considerata particolarmente difficile da stabilizzare: le parti devono arrivare a un accordo mentre mantengono contemporaneamente strumenti di pressione militare che possono far fallire il negoziato in qualsiasi momento.
Cosa deve accadere perché si possa parlare davvero di svolta
Il primo passaggio sarà la firma effettiva dell'accordo Iran-Oman. Finché il documento rimane nelle fasi finali, esiste sempre la possibilità che un dettaglio tecnico o politico ne ritardi l'approvazione. Il testo dovrà inoltre chiarire in modo sufficientemente preciso il funzionamento delle nuove corsie.
Il secondo sarà un'intesa, diretta o mediata, sulla sequenza tra Stati Uniti e Iran. Washington dovrà decidere quali misure sia disposta a revocare e in quale momento; Teheran dovrà indicare quali limitazioni alla navigazione eliminerà in cambio e con quali garanzie.
Il terzo sarà il ritorno concreto delle navi commerciali. È forse il test più importante. Se nei giorni successivi all'annuncio il traffico passasse da poche unità a decine e poi tornasse progressivamente verso i volumi storici, il mercato avrebbe una prova tangibile del cambiamento.
Il quarto riguarderà il rischio assicurativo. Finché attraversare Hormuz continuerà a richiedere premi di guerra estremamente elevati o esporrà gli armatori a clausole difficili da rispettare, la capacità teorica dello Stretto rimarrà molto superiore a quella realmente utilizzata.
Tre scenari per le prossime settimane
Lo scenario più favorevole prevede un'intesa Iran-Oman rapidamente seguita da un compromesso con Washington. Gli Stati Uniti potrebbero alleggerire progressivamente il blocco mentre l'Iran consente il ritorno della navigazione senza discriminazioni significative. In quel caso il Brent potrebbe subire nuove pressioni al ribasso e il traffico iniziare lentamente a ricostruirsi.
Uno scenario intermedio vedrebbe invece la firma dell'accordo sulle rotte ma nessun compromesso sulle condizioni politiche. Hormuz rimarrebbe formalmente dotato di un nuovo sistema di navigazione ma nella pratica utilizzato soltanto da una quantità ridotta di navi autorizzate. È probabilmente il rischio che oggi preoccupa maggiormente il mercato.
Lo scenario peggiore sarebbe il fallimento del negoziato accompagnato da una nuova escalation militare. Ulteriori attacchi contro petroliere, porti o infrastrutture energetiche, magari combinati con un deterioramento della sicurezza nel Mar Rosso, potrebbero riportare rapidamente il mercato verso una situazione di grave scarsità.
Perché questa resta la notizia con il maggiore potenziale globale
Tra i numerosi dossier internazionali aperti, la crisi dello Stretto di Hormuz possiede una caratteristica particolare: può trasferire le proprie conseguenze economiche a quasi ogni Paese del mondo in tempi estremamente rapidi. Petrolio, gas, fertilizzanti, trasporti, assicurazioni e inflazione sono collegati direttamente o indirettamente alla sicurezza delle rotte energetiche del Golfo.
Una riapertura credibile potrebbe rappresentare una delle più importanti notizie economiche positive dell'anno, riducendo il costo dell'energia e attenuando parte delle pressioni inflazionistiche. Un fallimento, al contrario, potrebbe riaccendere i timori di una nuova impennata del greggio proprio mentre numerose economie stanno già affrontando una crescita debole.
Il rischio militare moltiplica ulteriormente l'importanza del dossier. Hormuz si trova al centro di una rete che comprende Iran, Stati Uniti, monarchie del Golfo, Yemen, Israele, Turchia e Pakistan. Ogni ulteriore allargamento del conflitto potrebbe trasformare una crisi marittima in un confronto regionale ancora più ampio.
L'accordo è vicino, la normalità molto meno
Alla mattina di lunedì 10 agosto 2026, la formulazione più corretta è quindi anche quella più prudente: Iran e Oman sembrano essere vicini a un accordo sulle nuove modalità di navigazione attraverso lo Stretto, ma non esiste ancora un'intesa capace di garantire il ritorno della normale navigazione commerciale.
L'Iran ha chiarito che le nuove corsie marittime entreranno realmente in gioco soltanto se verranno soddisfatte condizioni che riguardano direttamente gli Stati Uniti. Compensazioni, sanzioni, blocco navale, asset congelati e minacce militari trasformano così un negoziato tecnico in una trattativa geopolitica molto più vasta.
Washington, dal canto suo, mostra disponibilità a rimuovere il blocco dei porti iraniani, ma vuole farlo soltanto in risposta a un'effettiva riapertura del traffico. Nessuna delle due parti appare quindi disposta, almeno pubblicamente, a concedere per prima all'altra il principale strumento di pressione.
Il Brent tornato nell'area degli 84-85 dollari fotografa perfettamente questa situazione. Il mercato non sta scommettendo sul fallimento certo dei negoziati, ma ha smesso di considerare una riapertura imminente come lo scenario inevitabile. Dopo il forte calo della settimana precedente, una parte del premio geopolitico è tornata rapidamente nelle quotazioni.
La vera svolta non arriverà quando verrà annunciata una nuova formula diplomatica, ma quando petroliere e metaniere torneranno ad attraversare Hormuz in numero sufficiente, con assicurazioni sostenibili, regole stabili e senza attacchi. Fino a quel momento, ogni intesa rimarrà necessariamente incompleta.
Hormuz resta il termometro della sicurezza economica mondiale
Lo Stretto è largo soltanto poche decine di chilometri nel suo punto più stretto, ma continua a rappresentare uno dei principali punti vulnerabili dell'economia globale. La crisi del 2026 ha mostrato quanto rapidamente un problema militare concentrato in una piccola porzione di mare possa diventare inflazione in Europa, scarsità di gas in Asia, costi maggiori per gli agricoltori e difficoltà finanziarie per intere economie.
Le infrastrutture alternative costruite dagli Stati del Golfo stanno riducendo progressivamente questa dipendenza, ma serviranno anni prima che la geografia energetica della regione possa cambiare in maniera sostanziale. Nel frattempo Hormuz continuerà a essere fondamentale e qualsiasi potere esercitato sul suo traffico avrà conseguenze molto più ampie della sola relazione tra Iran e Stati Uniti.
Per questo l'annuncio di un accordo vicino va interpretato come un progresso reale ma ancora insufficiente. La diplomazia ha prodotto un possibile schema tecnico; resta da costruire l'intesa politica che permetta di utilizzarlo. Ed è proprio questa seconda parte a contenere le questioni più difficili.
Le prossime ore e i prossimi giorni diranno se Washington e Teheran riusciranno a trasformare il compromesso tra Iran e Oman in una vera riapertura dello Stretto di Hormuz oppure se le condizioni poste dall'Iran diventeranno il nuovo ostacolo capace di prolungare la crisi. Nel frattempo mercati, compagnie energetiche, governi e armatori continueranno a osservare soprattutto un indicatore: quante navi riescono realmente ad attraversare quel tratto di mare. Voi ritenete possibile un compromesso sulle richieste iraniane o pensate che le condizioni poste a Washington siano troppo difficili da accettare? Lasciate un commento e condividete il vostro punto di vista.

