Guerra Usa-Israele-Iran, drone a Damietta minaccia le rotte di Suez
La guerra iniziata con gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l'Iran si sta estendendo lungo un arco geografico sempre più ampio. Dopo una nuova ondata di bombardamenti statunitensi contro obiettivi iraniani e ulteriori lanci di Teheran verso Paesi che ospitano forze americane, un drone non identificato ha colpito il porto egiziano di Damietta, provocando incendi su due unità navali legate al trasporto e alla gestione del gas naturale liquefatto.
L'episodio non ha provocato morti o feriti, ma ha aperto un nuovo fronte di preoccupazione per la sicurezza marittima internazionale. Damietta si trova sulla costa mediterranea dell'Egitto, in un'area collegata al sistema logistico che comprende il Canale di Suez, il terminale di Port Said e l'oleodotto SUMED. Queste infrastrutture sono diventate ancora più importanti da quando il traffico energetico attraverso lo Stretto di Hormuz si è ridotto ai minimi del periodo bellico.
Un elemento deve essere chiarito fin dall'inizio: non è stato dimostrato che il drone fosse iraniano o appartenesse a una delle formazioni alleate di Teheran. Nessun soggetto ha rivendicato l'azione e le indagini egiziane sono ancora in corso. Attribuire automaticamente l'attacco all'Iran, agli Houthi o a Israele significherebbe quindi trasformare un'ipotesi in un fatto non accertato.
La nuova ondata di attacchi statunitensi contro l'Iran
L'attacco di Damietta è avvenuto nel pieno di una nuova escalation tra Washington e Teheran. Le forze statunitensi hanno completato una serie di bombardamenti durata circa due ore contro decine di obiettivi appartenenti al Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, la struttura militare e politica conosciuta con la sigla IRGC.
Gli obiettivi indicati dagli Stati Uniti comprendevano centri di comando, strutture per missili e droni, sistemi di sorveglianza costiera, postazioni difensive e capacità marittime. Washington ha presentato l'operazione come una risposta a un precedente lancio di missili balistici iraniani contro forze americane schierate in Medio Oriente.
Secondo la ricostruzione statunitense, i missili iraniani erano diretti verso installazioni utilizzate dalle forze americane e sarebbero stati intercettati. L'Iran ha confermato di avere attaccato obiettivi militari statunitensi in Giordania, sostenendo di avere agito in risposta ai bombardamenti contro il proprio territorio e contro le formazioni regionali alleate.
La nuova offensiva mostra come la fase di relativa diminuzione degli attacchi registrata nei giorni precedenti non si sia trasformata in una tregua stabile. Il meccanismo resta quello della ritorsione reciproca: ogni azione militare viene presentata come una risposta difensiva all'attacco precedente, alimentando una catena nella quale diventa sempre più difficile individuare un punto di arresto.
I lanci iraniani verso Giordania e Kuwait
Nelle ore successive, l'Iran ha continuato a lanciare missili balistici verso Paesi della regione che ospitano contingenti o installazioni statunitensi. Le difese aeree della Giordania hanno dichiarato di avere intercettato cinque missili, senza segnalare persone ferite.
In Kuwait, un attacco ha colpito l'edificio di un'impresa cinese nella parte settentrionale del Paese, causando gravi danni e la morte di un lavoratore. L'episodio evidenzia il rischio che i bombardamenti diretti contro obiettivi militari o interessi americani provochino conseguenze su strutture civili e su cittadini di Stati non direttamente coinvolti nelle operazioni.
Gli Stati arabi interessati si trovano in una posizione particolarmente delicata. Molti mantengono rapporti strategici con Washington e ospitano basi statunitensi, ma allo stesso tempo cercano di evitare un coinvolgimento diretto nella guerra. La caduta di missili o droni sul loro territorio riduce progressivamente questo margine di neutralità.
Il drone che ha colpito il porto di Damietta
L'incendio nel porto di Damietta si è verificato mercoledì 29 luglio. Le prime comunicazioni avevano lasciato aperta anche l'ipotesi di un incidente tecnico, ma gli accertamenti preliminari del governo egiziano hanno successivamente stabilito che le fiamme erano state provocate dall'impatto di un drone.
L'ordigno ha colpito sul lato di dritta la Energos Winter, un'unità galleggiante utilizzata per lo stoccaggio e la rigassificazione del gas naturale liquefatto. L'incendio sviluppatosi a bordo si è propagato alla vicina GasLog Salem, nave impiegata nel trasporto di GNL.
Le squadre antincendio e di sicurezza sono intervenute rapidamente, riuscendo a controllare le fiamme. Non sono state registrate vittime né persone ferite. Il ministro egiziano del Petrolio si è recato sul posto per seguire le operazioni e verificare le condizioni delle navi e degli impianti portuali.
Le prime valutazioni indicano tuttavia che almeno uno dei serbatoi della Energos Winter potrebbe essere stato danneggiato. Le due unità potrebbero pertanto restare fuori servizio durante le verifiche tecniche e gli eventuali lavori di riparazione, con conseguenze ancora da valutare sulla capacità egiziana di ricevere e trasformare il gas liquefatto importato.
Nessuna responsabilità è stata ancora accertata
Il governo egiziano ha annunciato il proseguimento delle indagini per individuare l'origine del drone, la traiettoria seguita e l'eventuale base di lancio. Al momento, nessuna autorità ha diffuso elementi tecnici sufficienti per attribuire pubblicamente l'attacco a uno Stato o a una formazione armata.
L'Iran ha negato qualsiasi coinvolgimento, sottolineando l'importanza dell'Egitto come interlocutore regionale. Teheran ha contemporaneamente avanzato l'ipotesi di un'operazione organizzata per attribuirne falsamente la responsabilità iraniana, ma questa accusa non è stata accompagnata da prove verificabili.
Anche gli Houthi dello Yemen, sostenuti politicamente e militarmente dall'Iran, hanno negato di avere colpito Damietta. Il movimento ha però dichiarato un blocco contro il traffico marittimo collegato all'Arabia Saudita e ha rivendicato altre operazioni contro infrastrutture energetiche e navi considerate legate a Riad.
L'assenza di una rivendicazione non riduce la gravità dell'attacco, ma impone cautela. In un conflitto caratterizzato da gruppi armati, operazioni clandestine, droni a lungo raggio e accuse reciproche, l'attribuzione tecnica è indispensabile per evitare che informazioni non confermate vengano utilizzate per giustificare nuove azioni militari.
Il ruolo di Israele nella fase attuale
La guerra è iniziata il 28 febbraio 2026 con un'offensiva condotta da Stati Uniti e Israele contro il territorio iraniano. Teheran ha risposto colpendo Israele e diversi Paesi del Golfo che ospitano strutture militari americane, trasformando rapidamente lo scontro in una crisi regionale.
Nell'ultima escalation, tuttavia, i raid direttamente confermati contro l'Iran sono stati condotti dagli Stati Uniti. Israele, dopo avere partecipato alle prime fasi dei bombardamenti ed essere stato bersaglio dei missili iraniani, è rimasto più defilato dopo l'accordo provvisorio che aveva ridotto temporaneamente gli scontri diretti.
La posizione israeliana resta comunque centrale. L'Iran considera Israele uno dei principali responsabili della guerra, mentre le attività di Hezbollah in Libano e le operazioni israeliane oltre il confine settentrionale continuano a mantenere aperto un fronte parallelo e strettamente collegato alla crisi iraniana.
Perché Damietta è importante per il gas egiziano
La Energos Winter non è una normale petroliera, ma una unità galleggiante di stoccaggio e rigassificazione. Il suo compito consiste nel ricevere gas naturale liquefatto trasportato a temperature estremamente basse, conservarlo e riportarlo allo stato gassoso prima dell'immissione nella rete energetica egiziana.
La capacità di rigassificazione dell'unità è di circa 450 milioni di piedi cubi al giorno, una quantità equivalente a circa il 7% del consumo quotidiano di gas dell'Egitto e a una parte significativa della capacità complessiva nazionale di ricezione del GNL.
L'Egitto era diventato un importante esportatore grazie allo sviluppo del giacimento offshore di Zohr, ma la riduzione della produzione interna e l'aumento della domanda lo hanno riportato sul mercato internazionale come importatore di gas liquefatto. Il danneggiamento di una struttura di rigassificazione arriva quindi in un momento particolarmente sensibile, durante il picco estivo dei consumi elettrici.
Non è previsto un deficit immediato, perché il Paese dispone di altre unità, combustibili alternativi e capacità di generazione rinnovabile. Un'interruzione prolungata ridurrebbe però il margine di sicurezza energetica e potrebbe costringere il governo a utilizzare più olio combustibile o, nello scenario più difficile, a limitare temporaneamente il gas destinato ad alcune attività industriali.
Il Canale di Suez non è stato attaccato
È importante distinguere il porto di Damietta dal Canale di Suez. Il drone non ha colpito il canale, non ha danneggiato le sue strutture e non ha determinato la sospensione del traffico. Al momento non risultano neppure minacce pubbliche specificamente rivolte contro il passaggio marittimo egiziano.
Il rischio nasce dalla posizione geografica dell'attacco e dal ruolo assunto dall'Egitto nella nuova organizzazione dei flussi energetici. Il sistema formato da Suez, Port Said e dall'oleodotto SUMED rappresenta infatti una delle principali alternative disponibili per trasportare verso il Mediterraneo il petrolio che non può transitare normalmente attraverso Hormuz o Bab el-Mandeb.
Le autorità egiziane considerano il canale un'infrastruttura fortemente sorvegliata. Tuttavia, un drone capace di raggiungere una nave nel porto mediterraneo di Damietta dimostra che anche le strutture energetiche situate nella parte settentrionale dell'Egitto possono entrare nel raggio operativo di attori ancora non identificati.
Hormuz ridotto ai minimi del periodo bellico
Il principale centro della crisi energetica rimane lo Stretto di Hormuz, il passaggio tra Iran e Oman attraverso il quale, prima della guerra, transitava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto commercializzati nel mondo.
Giovedì 30 luglio soltanto due petroliere risultavano avere attraversato lo stretto. Entrambe erano prive di carico ed erano dirette verso l'interno del Golfo. Il conteggio potrebbe non includere le navi che navigano con i transponder spenti, ma conferma comunque un traffico estremamente ridotto.
Nella settimana tra il 20 e il 26 luglio erano state rilevate 39 navi, contro le 82 della settimana precedente. L'uscita di una gasiera controllata da QatarEnergy, la prima registrata in quasi tre settimane, ha rappresentato un'eccezione significativa, ma non una vera normalizzazione dei transiti.
L'Iran sostiene di esercitare il controllo sulla rotta e ha colpito navi che avrebbero tentato di utilizzare corridoi alternativi sorvegliati dagli Stati Uniti lungo la costa omanita. Washington afferma invece che lo stretto internazionale debba restare aperto alla libera navigazione commerciale.
Il secondo collo di bottiglia a Bab el-Mandeb
La riduzione del traffico a Hormuz aveva spinto l'Arabia Saudita a trasferire una parte maggiore del proprio petrolio verso il terminale occidentale di Yanbu, collegato ai giacimenti orientali attraverso l'oleodotto East-West.
Da Yanbu, le petroliere possono dirigersi verso sud, attraversare lo Stretto di Bab el-Mandeb e raggiungere l'Oceano Indiano. L'annuncio degli Houthi di voler bloccare la navigazione legata all'Arabia Saudita ha però aumentato il pericolo anche lungo questa seconda rotta.
I transiti a Bab el-Mandeb sono diminuiti e diverse navi hanno invertito la rotta dopo l'annuncio del blocco. Una parte del traffico continua a passare, mentre alcune unità avrebbero ottenuto garanzie dagli Houthi o navigano con i sistemi di localizzazione disattivati, rendendo più difficile una misurazione precisa dei flussi marittimi.
Il 30 luglio sono state comunque registrate 25 navi commerciali nello stretto, comprese diverse petroliere di grandi dimensioni. La situazione è quindi diversa da quella di Hormuz: Bab el-Mandeb non è completamente chiuso, ma presenta un livello di rischio militare molto più elevato rispetto all'inizio del mese.
La deviazione attraverso Suez e l'oleodotto SUMED
Per evitare Bab el-Mandeb, una quota crescente del petrolio caricato a Yanbu viene trasportata verso nord lungo il Mar Rosso, fino al terminale egiziano di Ain Sokhna. Da qui il greggio viene immesso nell'oleodotto SUMED, attraversa l'Egitto e raggiunge il porto mediterraneo di Sidi Kerir.
Il volume caricato attraverso il SUMED è cresciuto da circa 19,5 milioni di barili in aprile a quasi 28,8 milioni in luglio. Anche il numero di navi in attesa nei pressi di Port Said è aumentato, mostrando come il sistema egiziano stia assorbendo una parte crescente del traffico deviato dalle aree più pericolose.
Questa alternativa è però più complessa e costosa. Le superpetroliere completamente cariche hanno un pescaggio eccessivo per attraversare direttamente Suez e devono scaricare una parte del greggio nell'oleodotto, per poi recuperarlo nel Mediterraneo. Ogni operazione supplementare comporta tempi, costi e rischi logistici.
Per le forniture dirette ai mercati asiatici, risalire verso Suez anziché attraversare Bab el-Mandeb significa inoltre dover proseguire dal Mediterraneo attorno all'Africa. Il viaggio può più che raddoppiare e ritardare le consegne di circa un mese, aumentando il costo finale del petrolio trasportato.
Assicurazioni marittime sempre più costose
Il deterioramento della sicurezza ha spinto il mercato assicurativo londinese ad ampliare verso nord la zona del Mar Rosso considerata ad alto rischio. La nuova delimitazione comprende una porzione maggiore della costa saudita e si avvicina al porto di Jizan.
I premi assicurativi aggiuntivi per i viaggi verso porti come Jeddah e Yanbu sono saliti in poche ore dallo 0,25% a circa l'1% del valore della nave. Per i transiti nel Mar Rosso meridionale, le tariffe indicative hanno raggiunto una fascia compresa tra l'1% e il 2%, rispetto allo 0,3% precedente alla minaccia di blocco degli Houthi.
Queste percentuali possono sembrare contenute, ma applicate a navi dal valore di decine o centinaia di milioni di dollari si traducono in centinaia di migliaia o milioni di dollari per un singolo viaggio. Le compagnie trasferiscono normalmente una parte di tali costi sui noli e, successivamente, sul prezzo delle materie prime trasportate.
L'Egitto non è stato ancora inserito nella nuova zona assicurativa ad alto rischio e il mercato non sta prezzando un'interruzione imminente di Suez. L'attacco a Damietta potrebbe tuttavia spingere gli assicuratori a richiedere premi aggiuntivi per le navi che sostano nei porti mediterranei egiziani o utilizzano infrastrutture vicine al canale.
L'impatto sui mercati non è ancora automatico
Nonostante il drone a Damietta, i prezzi del petrolio non hanno registrato una reazione immediata proporzionata al rischio potenziale. Le quotazioni sono state influenzate anche dai colloqui tra Iran e Oman sulla gestione di Hormuz e dalla speranza che un'intesa diplomatica possa consentire una graduale ripresa dei transiti.
Ciò non significa che il pericolo sia stato assorbito. I mercati distinguono tra un singolo attacco, per quanto grave, e una campagna sistematica contro il Canale di Suez. Soltanto nuovi incidenti, una minaccia esplicita o la sospensione effettiva della navigazione provocherebbero probabilmente una rivalutazione molto più brusca dei prezzi.
Le conseguenze economiche possono inoltre manifestarsi con ritardo. Il prolungamento delle rotte, la scarsità di navi disponibili, i costi assicurativi e la necessità di utilizzare più volte terminali e oleodotti finiscono per incidere sui noli marittimi, sui margini delle raffinerie e sui prezzi dei combustibili.
I possibili effetti per Europa e Italia
Per l'Europa, compresa l'Italia, il rischio immediato non deriva da un blocco già avvenuto di Suez, ma dall'eventuale combinazione di tre crisi: traffico quasi fermo a Hormuz, crescente insicurezza a Bab el-Mandeb e minacce alle infrastrutture egiziane.
Se queste difficoltà dovessero durare, i primi effetti arriverebbero attraverso l'aumento dei prezzi internazionali dell'energia, delle assicurazioni e dei costi di trasporto. Anche le forniture provenienti da aree non direttamente coinvolte potrebbero diventare più care, perché un numero maggiore di compratori sarebbe costretto a rivolgersi agli stessi produttori alternativi.
Un'interruzione di Suez avrebbe conseguenze ancora più ampie sul commercio tra Asia ed Europa. Al momento questo scenario non si è verificato, ma l'attacco di Damietta ha mostrato che il perimetro del rischio non è più limitato al Golfo Persico e allo Stretto di Hormuz.
L'Arabia Saudita entra più direttamente nel conflitto
La crisi delle rotte energetiche ha spinto l'Arabia Saudita ad assumere un ruolo militare più esplicito. Per la prima volta dall'inizio della guerra, caccia sauditi hanno partecipato insieme alle forze statunitensi ad attacchi contro gruppi sostenuti dall'Iran nell'Iraq orientale.
Riad ha dichiarato di avere agito in risposta a oltre trenta attacchi con droni diretti contro forze americane e infrastrutture energetiche saudite. Il governo iracheno ha affermato di non avere autorizzato i bombardamenti e di non esserne stato informato preventivamente, denunciando una violazione della propria sovranità territoriale.
L'Arabia Saudita ha inoltre proposto una coalizione marittima multinazionale per proteggere le rotte commerciali e gli impianti energetici del Mar Rosso. L'obiettivo dichiarato è difensivo, ma il progetto conferma quanto la sicurezza della navigazione sia ormai diventata parte integrante dello scontro regionale.
Tre passaggi marittimi sotto pressione
La novità più grave della fase attuale è la contemporanea esposizione di Hormuz, Bab el-Mandeb e Suez. I tre passaggi svolgono funzioni differenti, ma insieme formano il sistema attraverso il quale gran parte dell'energia mediorientale raggiunge i mercati mondiali.
Hormuz collega il Golfo Persico all'Oceano Indiano; Bab el-Mandeb collega il Mar Rosso al Golfo di Aden; Suez consente il passaggio tra Mar Rosso e Mediterraneo. Quando uno di questi punti diventa insicuro, il traffico può essere deviato. Se il rischio interessa contemporaneamente tutti e tre, le alternative logistiche si riducono drasticamente.
L'attacco di Damietta non equivale a un blocco del Canale di Suez, ma dimostra che anche l'ultima rotta considerata relativamente sicura può essere raggiunta. La semplice possibilità di nuovi attacchi è sufficiente a modificare le decisioni di armatori, assicuratori, commercianti e governi.
Il rischio maggiore è l'errore di attribuzione
Oltre alle conseguenze economiche, il drone di Damietta crea un problema politico e militare: individuare il responsabile prima che uno Stato decida di reagire. Un'attribuzione errata potrebbe provocare attacchi contro un soggetto non coinvolto e innescare una nuova sequenza di ritorsioni.
L'Egitto ha interesse a mantenere una posizione prudente. Il Paese è alleato degli Stati Uniti, intrattiene rapporti con Israele, dialoga con l'Iran e svolge un ruolo di mediazione in diverse crisi regionali. Accusare prematuramente una delle parti potrebbe compromettere questa funzione e trasformare il territorio egiziano in un nuovo fronte militare.
Per questo le analisi dei frammenti, dei sistemi di guida e della traiettoria del drone saranno decisive. Soltanto dati tecnici verificabili potranno distinguere tra un attacco organizzato da uno Stato, un'operazione condotta da una formazione alleata o un'azione concepita per generare confusione e accuse reciproche.
Una guerra sempre più difficile da contenere
La nuova ondata di bombardamenti statunitensi, i missili iraniani verso Giordania e Kuwait, gli attacchi in Iraq, il blocco annunciato dagli Houthi e il drone su Damietta mostrano una regionalizzazione accelerata del conflitto. Paesi che cercavano di restare ai margini vengono coinvolti attraverso basi militari, infrastrutture energetiche o rotte commerciali.
Il pericolo non consiste soltanto in una guerra diretta e dichiarata tra più Stati. Anche una successione di operazioni limitate, sabotaggi, attacchi non rivendicati e incidenti marittimi può produrre effetti comparabili, rendendo più costosi i trasporti e aumentando il rischio di una risposta militare basata su informazioni incomplete.
La riapertura stabile dello Stretto di Hormuz rimane uno dei principali nodi dei negoziati. Senza un accordo sulla libertà di navigazione e senza una riduzione degli attacchi alle infrastrutture energetiche, ogni rotta alternativa continuerà ad accumulare traffico e a diventare un possibile bersaglio.
La rotta verso una possibile de-escalation
La sicurezza del commercio internazionale dipenderà dalla capacità delle parti di separare il confronto militare dalla navigazione civile. Navi, equipaggi, porti e infrastrutture di rigassificazione non possono diventare strumenti permanenti di pressione senza mettere in pericolo l'intero sistema energetico globale.
Nelle prossime ore l'attenzione resterà concentrata sull'esito delle indagini egiziane, sulle condizioni della Energos Winter e della GasLog Salem, sull'eventuale aumento dei premi assicurativi e sul numero di navi che continueranno a transitare attraverso Hormuz e Bab el-Mandeb.
Il fatto più importante, al momento, è che Suez rimane operativo e che l'attacco a Damietta non è stato attribuito con certezza. Allo stesso tempo, la guerra ha raggiunto un punto nel quale un singolo drone senza rivendicazione può mettere in discussione la sicurezza di una delle principali arterie commerciali del mondo.
Secondo voi, la protezione delle rotte energetiche internazionali dovrebbe essere affidata a una nuova coalizione militare oppure a un accordo diplomatico garantito da più Paesi neutrali? Lasciate un commento e condividete la vostra opinione.

