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Giovani e governo Meloni: il consenso che manca

Il rapporto tra il governo Meloni e gli elettori più giovani è diventato uno dei nodi politici da osservare in vista delle elezioni previste nel 2027. I più recenti dati demoscopici indicano che l'approvazione dell'esecutivo tra gli under 35 si ferma al 25 per cento, dieci punti sotto il 35 per cento rilevato sull'insieme della popolazione. Non è un semplice scarto statistico: racconta una distanza generazionale che riguarda lavoro, salari, casa, formazione, partecipazione e fiducia nel futuro.
Nelle intenzioni di voto, la coalizione di centrodestra raccoglie meno del 30 per cento tra gli elettori sotto i 35 anni, mentre il blocco delle opposizioni arriva vicino al 50 per cento. Il dato non consegna automaticamente una vittoria a nessuno: i giovani votano storicamente meno delle fasce adulte e anziane, le coalizioni possono cambiare e le elezioni sono ancora lontane. Segnala però un problema politico concreto per la maggioranza, che mantiene consensi più alti nelle fasce d'età mature rispetto a quelle che entreranno nel mercato del lavoro e nella vita adulta nei prossimi anni.
La questione non può essere ridotta a una contrapposizione ideologica tra destra e sinistra. Il voto giovanile è tutt'altro che uniforme: differisce per genere, titolo di studio, condizione lavorativa, territorio e condizione familiare. Tuttavia, l'insieme delle rilevazioni descrive una tendenza netta: una parte rilevante dei giovani italiani non percepisce nell'azione dell'attuale governo una risposta abbastanza efficace alle difficoltà materiali e alle prospettive di lungo periodo della propria generazione.

Il 25 per cento che pesa più della media nazionale

Il dato del 25 per cento di approvazione dell'esecutivo tra gli under 35 va letto nel suo significato corretto. Non misura il voto a un singolo partito, né indica quanti giovani sostengano personalmente Giorgia Meloni; rileva il giudizio favorevole sull'operato del governo. Il confronto con il 35 per cento registrato sull'intera popolazione mostra che la fiducia verso l'esecutivo diminuisce sensibilmente proprio nella fascia che dovrebbe essere maggiormente interessata alle politiche su occupazione, istruzione, mobilità sociale e accesso all'autonomia.
Una differenza di dieci punti tra giovani e totale degli intervistati non basta da sola a spiegare un intero scenario elettorale, ma rende evidente una frattura generazionale. Il Governo può mantenere un consenso nazionale competitivo pur soffrendo tra i giovani, perché l'elettorato italiano è demograficamente anziano e la partecipazione cresce con l'età. Ma questa dinamica può diventare più significativa se la disaffezione giovanile smette di tradursi nell'astensione e si trasforma in partecipazione elettorale.
Il consenso degli under 35 è particolarmente importante perché riguarda persone collocate in fasi molto diverse della vita. Ci sono studenti, giovani lavoratori, precari, autonomi, genitori di bambini piccoli, persone che vivono ancora con la famiglia d'origine e cittadini già stabilmente inseriti nella professione. Le loro priorità non coincidono sempre, ma spesso convergono su alcuni elementi: redditi iniziali bassi, costo degli affitti, difficoltà nel costruire un risparmio, tempi di ingresso nel lavoro stabile e percezione di una protezione sociale meno forte rispetto a quella ricevuta dalle generazioni precedenti.
Il dato demoscopico non autorizza a trattare i giovani come un blocco unico né a parlare di una generazione automaticamente ostile alla maggioranza. È più corretto affermare che il gradimento dell'esecutivo è oggi più debole tra i giovani rispetto alla popolazione nel complesso. Da qui deriva una sfida politica precisa: capire se questa distanza sia legata soprattutto a fattori contingenti, come il costo della vita e le emergenze internazionali, oppure a un giudizio più stabile sulle opportunità offerte dal Paese.

Le intenzioni di voto e il vantaggio delle opposizioni

Nelle rilevazioni disponibili, il centrodestra si colloca sotto il 30 per cento delle intenzioni di voto tra gli under 35. Dall'altra parte, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, considerati insieme come principale area di opposizione, si avvicinano al 50 per cento nella stessa fascia. La distanza è rilevante, ma non equivale a una fotografia definitiva delle prossime elezioni: le intenzioni di voto sono sensibili alla campagna elettorale, ai candidati, alle alleanze e all'affluenza.
Il dato va inoltre interpretato senza sommare automaticamente voti e consensi come se fossero già espressi alle urne. I giovani sono la fascia in cui l'astensione ha spesso un peso maggiore. Molti elettori sotto i 35 anni non si riconoscono pienamente né nel governo né nelle opposizioni e possono decidere di non votare, di cambiare scelta all'ultimo momento o di privilegiare forze minori. Per questo, la distanza nei sondaggi è un segnale politico, non una previsione certa dell'esito elettorale.
Per il centrodestra, il problema non consiste soltanto nel recuperare voti già perduti. Significa anche evitare che si consolidi l'idea di un governo percepito come più vicino ai bisogni delle fasce già protette che alle aspettative di chi affronta l'ingresso nell'età adulta. Per le opposizioni, invece, il vantaggio potenziale tra i giovani comporta un'altra responsabilità: trasformare un orientamento favorevole in una proposta credibile su lavoro, casa, istruzione e servizi, evitando di considerare acquisito un elettorato ancora mobile.
Il confronto elettorale del 2027 potrebbe quindi dipendere meno dal semplice numero di giovani iscritti nelle liste e più dalla loro effettiva mobilitazione. In Italia, le fasce più giovani hanno un peso demografico ridotto rispetto a quelle più anziane, ma possono diventare decisive in una competizione equilibrata. Se l'affluenza under 35 dovesse crescere, i partiti sarebbero costretti a costruire messaggi e misure più specifiche, andando oltre gli appelli generici sul futuro o sulla necessità di "dare spazio alle nuove generazioni".

Giovani, lavoro e il dato più difficile da ignorare

La debolezza del consenso giovanile si colloca dentro un problema economico più ampio. L'Italia conserva il più basso tasso di occupazione della fascia 15-24 anni tra i Paesi dell'eurozona. È un dato che richiede attenzione nel confronto internazionale, perché molti giovani di questa età frequentano ancora scuola, università o percorsi formativi e non cercano un'occupazione. Non significa, quindi, che tutti i non occupati siano disoccupati. Indica però una difficoltà strutturale nell'accompagnare il passaggio dall'istruzione al lavoro.
È essenziale distinguere tra occupazione, disoccupazione e inattività. Il tasso di occupazione misura quanti giovani lavorano sul totale della popolazione della stessa età; il tasso di disoccupazione considera invece solo chi cerca attivamente un impiego; l'inattività comprende chi non lavora e non cerca un'occupazione, spesso perché studia, si prende cura di familiari o ha smesso di cercare. Confondere questi indicatori porta a descrizioni imprecise e rende più difficile individuare le politiche necessarie.
Il punto politico è che l'occupazione giovanile bassa non dipende soltanto dal fatto che molti quindicenni, sedicenni e diciassettenni siano giustamente a scuola. Il divario persiste anche nelle fasce successive, dove aumentano i problemi di transizione tra formazione e lavoro. Entrare tardi, alternare contratti brevi, accettare mansioni poco coerenti con il proprio percorso di studi o rinviare l'autonomia economica sono esperienze che incidono direttamente sul modo in cui una generazione giudica le istituzioni.
L'Italia presenta inoltre un tasso di occupazione complessivo tra i più bassi dell'Unione Europea. Nel 2025, per la fascia 20-64 anni, il tasso nazionale era al 67,6 per cento, lontano dai livelli registrati nei Paesi europei con maggiore partecipazione al lavoro. Il dato riguarda l'intera popolazione, ma pesa in modo particolare sulle prospettive dei giovani: un mercato del lavoro meno inclusivo tende a rendere più difficile il ricambio generazionale, l'avanzamento di carriera e l'accesso a retribuzioni iniziali adeguate.

Il divario tra occupazione e precarietà percepita

Negli ultimi anni il mercato del lavoro italiano ha registrato un aumento dell'occupazione e una diminuzione della disoccupazione complessiva. Questo elemento va riconosciuto, perché descrive un miglioramento reale rispetto alle fasi più critiche del passato. Tuttavia, il dato aggregato non risolve automaticamente le difficoltà dei giovani. Per un ragazzo o una ragazza che lavora con contratti brevi, salari bassi o prospettive incerte, l'aumento generale degli occupati può apparire lontano dalla propria esperienza quotidiana.
La qualità dell'impiego è spesso importante quanto il suo numero. Un lavoro può essere formalmente disponibile ma non consentire di affittare una casa, costruire un progetto familiare, accedere a un mutuo o programmare una formazione aggiuntiva. Il problema non riguarda tutti allo stesso modo: esistono settori dinamici, professioni qualificate e percorsi di crescita rapida. Ma una politica rivolta ai giovani deve misurarsi anche con chi resta intrappolato tra tirocini, contratti intermittenti, collaborazioni discontinue o occupazioni sottopagate.
La precarietà non coincide necessariamente con un contratto a tempo determinato. Può essere anche instabilità di orari, redditi imprevedibili, impossibilità di pianificare, assenza di tutele effettive o necessità di cambiare spesso città e mansioni. È questo insieme di fattori a spiegare perché una parte dei giovani non giudica il mercato del lavoro soltanto dai titoli sull'occupazione, ma dalla distanza tra il lavoro disponibile e l'autonomia economica che quel lavoro permette di raggiungere.
Per il governo, il confronto sul lavoro giovanile non può limitarsi a rivendicare gli indicatori complessivi più favorevoli. Per le opposizioni, non basta denunciare precarietà e salari bassi senza indicare strumenti sostenibili. La questione richiede misure verificabili su contratti, formazione, servizi per l'impiego, orientamento, politiche attive, incentivi alle assunzioni stabili e rafforzamento delle competenze richieste dalla trasformazione digitale ed energetica.

I NEET: il termometro della distanza dal futuro

Un altro indicatore importante è quello dei NEET, cioè i giovani che non lavorano, non studiano e non seguono percorsi di formazione. Nel 2025 l'Italia figurava ancora tra i Paesi europei con le quote più elevate di giovani tra 15 e 29 anni in questa condizione, insieme ad altri Stati dell'Europa meridionale e orientale. È un dato che non deve essere usato per colpevolizzare chi lo vive: descrive spesso l'effetto combinato di carenze formative, fragilità familiari, difficoltà territoriali e mercato del lavoro poco accessibile.
Il quadro dei giovani inattivi non è immobile. Rispetto al 2015, l'Italia ha registrato una riduzione significativa della quota di NEET, una delle più ampie nell'Unione Europea. È un miglioramento importante e va tenuto presente per evitare narrazioni esclusivamente negative. Allo stesso tempo, il livello resta superiore alla media europea e lontano dall'obiettivo fissato a livello comunitario per il 2030: il problema non è l'assenza di progressi, ma la distanza ancora da colmare.
Essere NEET non significa sempre essere fuori dal mondo del lavoro per scelta o disinteresse. Dietro questa definizione possono esserci giovani che hanno abbandonato un percorso scolastico, persone che non trovano offerte compatibili con le proprie competenze, ragazze impegnate nella cura familiare, lavoratori scoraggiati o residenti in territori con poche opportunità. Per questo le politiche efficaci devono essere personalizzate, non costruite su un'unica misura nazionale uguale per tutti.
Il tema dei NEET è politicamente rilevante perché riguarda la fiducia nel rapporto tra impegno e risultato. Se studiare, cercare lavoro o aggiornare le proprie competenze non sembra produrre possibilità concrete, cresce il rischio di disaffezione verso istituzioni, politica e partecipazione civile. Recuperare questi giovani non significa soltanto migliorare una statistica: significa evitare che una parte della popolazione rimanga ai margini proprio negli anni in cui si costruiscono indipendenza, relazioni sociali e competenze professionali.

Casa, affitti e autonomia rinviata

Il lavoro è il primo fattore dell'autonomia, ma non è l'unico. Il costo della casa è diventato uno degli ostacoli più concreti per i giovani adulti, soprattutto nelle città universitarie e nei principali poli occupazionali. Affitti elevati, offerte limitate, garanzie richieste dai proprietari e stipendi iniziali modesti rendono difficile uscire dalla famiglia d'origine anche per chi lavora. Il risultato è il rinvio di scelte che incidono sull'intero percorso di vita: convivenza, genitorialità, mobilità e formazione.
Le difficoltà abitative hanno anche una conseguenza economica. Se un giovane non può trasferirsi dove c'è maggiore domanda di lavoro, il mercato perde mobilità e le imprese faticano a trovare competenze. Se il costo dell'affitto assorbe una quota troppo alta del reddito, diminuiscono risparmio, consumi e capacità di affrontare imprevisti. Una politica giovanile credibile deve quindi collegare salari, contratti e abitazione, invece di trattarli come capitoli separati.
Il governo può intervenire con strumenti differenti: edilizia residenziale pubblica, incentivi per l'affitto, garanzie per l'accesso al credito, norme sugli alloggi per studenti, rigenerazione urbana e misure fiscali mirate. Nessuna di queste soluzioni è semplice o immediata, e molte richiedono il coinvolgimento di Comuni e Regioni. Ma l'autonomia abitativa è uno dei temi su cui si misura la credibilità di qualunque agenda rivolta agli under 35.
Quando si parla del "problema giovanile" del governo non si deve intendere soltanto un deficit di comunicazione sui social o una distanza di linguaggio. La questione è soprattutto materiale: quanto costa vivere, quanto si guadagna all'inizio della carriera, quanto tempo serve per trovare stabilità e quanto è realistico immaginare un futuro indipendente. Se queste domande restano senza risposta, anche la più efficace campagna di comunicazione difficilmente può colmare la distanza di fiducia.

Istruzione, competenze e spesa pubblica

L'istruzione è un altro punto centrale del confronto generazionale. L'Italia investe nella scuola e nella formazione una quota di risorse inferiore a quella di molti partner europei. Il dibattito non riguarda solo l'ammontare della spesa, ma il modo in cui essa viene distribuita: edilizia scolastica, docenti, orientamento, diritto allo studio, università, ricerca, formazione tecnica e collegamento tra percorsi educativi e mondo del lavoro.
Per molti giovani, la qualità dell'istruzione si misura anche nella capacità di trasformare un titolo di studio in una reale opportunità. Il problema dell'overqualification, cioè il lavoro svolto al di sotto delle competenze acquisite, resta significativo nel mercato del lavoro italiano. Un laureato o una laureata che trova un'occupazione non coerente con la formazione ricevuta può essere formalmente occupato, ma avvertire ugualmente uno spreco di investimento personale, familiare e pubblico.
Le differenze territoriali aggravano il quadro. In alcune aree del Paese, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle zone interne, i giovani incontrano minori opportunità di formazione, lavoro qualificato e mobilità. Trasferirsi può rappresentare una soluzione individuale, ma non sempre è sostenibile e non può essere l'unica risposta strutturale. Una politica nazionale dovrebbe ridurre il divario tra territori senza ostacolare la libera scelta di chi desidera costruire il proprio percorso altrove.
Il legame tra scuola, università e lavoro richiede un approccio più ampio degli incentivi alle assunzioni. Servono orientamento precoce, percorsi tecnici di qualità, tirocini realmente formativi, servizi per l'impiego capaci di accompagnare le persone e dialogo con le imprese. Il tema delle competenze sarà ancora più rilevante con la diffusione dell'intelligenza artificiale, della transizione energetica e delle professioni legate alla cura, alla ricerca e ai servizi digitali.

Il voto giovanile non è tutto progressista

Il vantaggio delle opposizioni tra i giovani non significa che l'elettorato under 35 sia compatto o esclusivamente orientato a sinistra. Le rilevazioni mostrano anche una presenza significativa di giovani attratti da posizioni conservatrici o radicali sui temi dell'identità, della sicurezza e dell'immigrazione. Il problema della maggioranza non è quindi l'assenza totale di uno spazio politico a destra tra i giovani, ma la difficoltà a trasformare quello spazio in un consenso più ampio e stabile per la coalizione di governo.
Il fattore genere contribuisce a rendere il quadro più articolato. Le giovani donne tendono a esprimere preferenze più vicine ai partiti progressisti, mentre tra i giovani uomini il consenso alle forze di destra risulta più elevato. Questa distanza non è un fenomeno esclusivamente italiano: dinamiche simili emergono in altri Paesi europei. In Italia, però, si intreccia con temi specifici come disparità salariali, lavoro di cura, accesso ai servizi, diritti civili e percezione della sicurezza.
Tra gli elettori più giovani, il sostegno a Fratelli d'Italia appare particolarmente differenziato tra uomini e donne nella fascia 18-29 anni. I dati disponibili indicano un consenso molto più alto tra i primi rispetto alle seconde, mentre il Movimento 5 Stelle raccoglie una quota rilevante di preferenze tra le giovani donne. Questi numeri non vanno usati per costruire stereotipi: mostrano piuttosto che il consenso politico nasce dall'intreccio tra condizioni sociali, identità, esperienze di lavoro e giudizi sulle priorità del Paese.
Per il governo, intercettare le giovani donne può richiedere risposte credibili su occupazione, servizi per l'infanzia, conciliazione dei tempi di vita, disparità retributive e protezione dall'esclusione sociale. Per le opposizioni, conquistare consenso tra gli uomini giovani richiede altrettanta attenzione a lavoro, mobilità sociale, sicurezza economica e riconoscimento. La politica giovanile non può essere ridotta a uno slogan identitario: deve offrire soluzioni leggibili a problemi differenti.

Le politiche di sicurezza e la distanza con una parte dei giovani

Una parte della distanza tra governo e giovani riguarda l'impostazione adottata su sicurezza e ordine pubblico. Dall'inizio della legislatura, l'esecutivo ha promosso misure contro rave party, occupazioni abusive, alcune forme di protesta, produzione di cannabis a basso contenuto di principio attivo e criminalità minorile. Per la maggioranza, queste norme rispondono a una domanda di legalità e tutela delle comunità; per i critici, rischiano di colpire in modo sproporzionato giovani, studenti e fasce socialmente fragili.
Il confronto è particolarmente acceso sulla giustizia minorile. Un disegno di legge presentato nelle ultime settimane propone di modificare i criteri per valutare la responsabilità penale dei ragazzi tra 14 e 17 anni. Si tratta di una proposta ancora da esaminare nel percorso parlamentare, non di una regola già applicabile. Il tema coinvolge principi delicati: prevenzione del reato, tutela delle vittime, recupero dei minori e garanzie riconosciute a chi non ha ancora raggiunto la maggiore età.
Le politiche di sicurezza possono produrre consenso anche tra una parte dei giovani, soprattutto dove esiste una percezione concreta di degrado o insicurezza. Tuttavia, diventano divisive quando vengono percepite come una risposta prevalentemente punitiva a problemi che hanno anche radici sociali, educative e territoriali. È qui che si colloca una delle sfide del governo: dimostrare che legalità e inclusione non sono due obiettivi incompatibili e che la fermezza non esclude investimenti in prevenzione, scuola e servizi.
Le manifestazioni studentesche e le mobilitazioni giovanili dell'ultimo anno hanno reso visibile questa tensione. Per molti partecipanti, il dissenso riguarda non soltanto singoli provvedimenti, ma la sensazione di non essere ascoltati su istruzione, spesa sociale, clima, lavoro e politica estera. Per l'esecutivo, il punto è mantenere il controllo dell'ordine pubblico senza trasformare una contestazione politica in un ulteriore elemento di allontanamento generazionale.

Il referendum e il ritorno dell'affluenza under 35

Il referendum sulla riforma della giustizia, svolto a marzo, ha rappresentato un passaggio importante per comprendere il potenziale elettorale degli under 35. In quell'occasione, la partecipazione giovanile è risultata più elevata rispetto all'immagine tradizionale di una generazione distante dalle urne. Tra gli elettori sotto i 35 anni, circa il 67 per cento ha votato e il 60 per cento ha scelto di respingere la riforma, in un contesto in cui il "No" ha prevalso anche sul totale dei votanti.
Quei numeri non possono essere trasferiti automaticamente alle elezioni politiche. Un referendum è diverso da una consultazione per il Parlamento: si vota su una questione specifica, le campagne hanno toni differenti e le motivazioni degli elettori possono cambiare. Eppure il risultato ha mostrato che i giovani non sono necessariamente disinteressati alla politica. Se percepiscono una decisione come rilevante per i propri diritti, la propria vita o l'equilibrio delle istituzioni, possono partecipare in misura consistente.
Per la maggioranza, il referendum è stato un avvertimento: l'astensione non può essere considerata una condizione permanente. Per le opposizioni, è stato un segnale incoraggiante ma non una garanzia. Mobilitare gli under 35 richiede una partecipazione che non si esaurisca nel voto di protesta, ma si consolidi in fiducia verso programmi, candidati e organizzazioni politiche. Il terreno decisivo sarà la capacità di rendere le proposte concrete e verificabili.
La lezione più ampia riguarda il rapporto tra giovani e istituzioni. Non è sufficiente invitare una generazione a "interessarsi" alla politica se la politica non affronta con chiarezza i temi che condizionano la sua vita. La partecipazione aumenta quando le persone riconoscono un collegamento tra la scheda elettorale e questioni come salario, affitto, qualità della scuola, accesso alla sanità, trasporti, clima e possibilità di non dover emigrare per cercare un futuro migliore.

Emigrazione, salari e perdita di capitale umano

La scelta di lasciare l'Italia è uno degli aspetti più delicati del disagio generazionale. Ogni anno molti giovani si trasferiscono all'estero per studio, lavoro o ricerca di condizioni professionali migliori. Non tutta la mobilità è negativa: vivere e lavorare in un altro Paese può essere una scelta libera e formativa. Diventa però un problema quando l'emigrazione appare l'unica strada realistica per ottenere un salario adeguato, una carriera coerente con gli studi o servizi più efficienti.
Il confronto con altri Paesi europei resta difficile soprattutto per i laureati e i professionisti all'inizio della carriera. Le differenze retributive, le opportunità di ricerca, la rapidità delle assunzioni e la disponibilità di ruoli qualificati possono spingere a partire. Il costo non ricade solo sulle singole famiglie: il Paese perde capitale umano formato anche con risorse pubbliche e riduce la propria capacità di innovare, produrre e sostenere una popolazione sempre più anziana.
Non esiste una politica unica capace di invertire questa tendenza. Per rendere l'Italia più attrattiva occorre intervenire su salari, fiscalità, università, ricerca, concorrenza, tempi burocratici, mercato della casa e qualità dei servizi. La promessa di trattenere tutti sarebbe irrealistica; l'obiettivo più credibile è far sì che partire sia una scelta e che tornare diventi possibile, grazie a opportunità professionali e condizioni di vita comparabili con quelle disponibili altrove.
Il giudizio politico dei giovani si forma anche attraverso questa comparazione quotidiana. I social, le reti internazionali e la mobilità europea rendono più semplice confrontare stipendi, diritti, trasporti, sanità e possibilità di carriera. Un governo che intenda recuperare consenso tra gli under 35 deve fare i conti con questa comparazione: non basta migliorare rispetto al passato italiano, bisogna dimostrare di poter ridurre la distanza dai Paesi che molti giovani considerano alternative concrete.

Quali risposte può costruire il governo

Per recuperare terreno tra i giovani, il governo dovrebbe presentare una strategia riconoscibile e non una successione di bonus temporanei. Il primo terreno è il reddito da lavoro: rendere più conveniente l'assunzione stabile, favorire la contrattazione, alleggerire il peso fiscale sui salari bassi e medi e contrastare gli abusi contrattuali. Misure di questo tipo devono essere accompagnate da coperture solide, perché il loro effetto dipende dalla continuità e dalla chiarezza delle regole.
Il secondo terreno è l'abitazione. Affitti, residenze universitarie, garanzie per giovani lavoratori e sostegno alla mobilità meritano un posto centrale nelle politiche nazionali e locali. Senza una risposta sulla casa, molte misure sul lavoro rischiano di avere un effetto incompleto: un aumento retributivo può essere assorbito rapidamente dal costo dell'affitto, mentre un giovane senza garanzie familiari può restare escluso dal mercato abitativo anche con un impiego regolare.
Il terzo terreno è l'istruzione, intesa come investimento economico oltre che come diritto. Scuola, università, formazione professionale, ricerca e orientamento devono essere collegati a un progetto di mobilità sociale. La sfida non è soltanto aumentare il numero dei diplomati e dei laureati, ma garantire che il sistema formativo offra competenze spendibili, sostegni economici accessibili e percorsi capaci di non lasciare indietro chi proviene da famiglie o territori più fragili.
Infine, il governo deve affrontare il tema della partecipazione. Dialogare con i giovani non significa inseguire ogni tendenza del momento né rinunciare alle proprie posizioni politiche. Significa spiegare le scelte, accettare il confronto, coinvolgere associazioni studentesche, realtà del lavoro, università e territori. Una politica che parla ai giovani solo durante una campagna elettorale difficilmente conquista fiducia; una politica che mostra risultati misurabili può invece ridurre la distanza anche senza ottenere consenso immediato.

La sfida delle opposizioni

Il vantaggio delle opposizioni tra gli under 35 non può essere interpretato come una rendita. Una parte del consenso nei confronti di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra può essere spiegata dal dissenso verso il governo, non necessariamente da un'adesione completa alle loro proposte. Per trasformare il dato in una prospettiva politica, le opposizioni devono offrire una visione coerente su salari, welfare, casa, università, transizione ecologica e diritti.
Il rischio, per le forze alternative al governo, è di parlare ai giovani esclusivamente attraverso linguaggi simbolici o temi identitari, trascurando la dimensione economica. I giovani chiedono riconoscimento, diritti e libertà, ma anche stabilità, lavoro qualificato, mobilità e possibilità di costruire un progetto di vita. Una proposta che ignori una di queste dimensioni rischia di perdere credibilità proprio presso un elettorato abituato a valutare rapidamente la distanza tra slogan e condizioni reali.
La competizione del 2027 potrebbe dunque essere influenzata dalla capacità di ciascuna area politica di trasformare il disagio generazionale in un programma concreto. La maggioranza dovrà dimostrare di poter correggere la distanza rilevata nei sondaggi; le opposizioni dovranno dimostrare di saper fare di più che raccogliere il voto di insoddisfazione. In entrambi i casi, il punto non sarà soltanto chi usa meglio i social, ma chi offre risposte verificabili su lavoro, servizi e futuro.

Il banco di prova dei prossimi mesi

Il cosiddetto problema giovanile del governo Meloni non è un verdetto definitivo, né una condanna elettorale già scritta. È un segnale forte emerso dai sondaggi e rafforzato da dati strutturali sul lavoro, sulla formazione e sull'autonomia economica. Il 25 per cento di approvazione tra gli under 35, il divario nelle intenzioni di voto e il primato negativo dell'occupazione 15-24 nell'eurozona impongono una riflessione che va oltre la normale alternanza tra maggioranza e opposizione.
Nei prossimi mesi, la legge di bilancio, le politiche sul lavoro, le scelte sulla scuola e gli interventi per l'energia e la casa offriranno un banco di prova concreto. I giovani non valutano soltanto le dichiarazioni dei leader: valutano se un contratto consente di vivere, se una città permette di studiare senza impoverirsi, se il merito apre davvero opportunità e se restare in Italia appare una scelta possibile. È su queste condizioni materiali che si giocherà una parte importante del consenso.
La politica italiana ha davanti una domanda semplice solo in apparenza: come rendere il Paese più vivibile per chi oggi ha meno di 35 anni senza contrapporre generazioni e categorie sociali? La risposta richiede priorità chiare, risorse credibili e risultati misurabili nel tempo. Se ritenete che lavoro, casa, scuola o partecipazione siano il tema più urgente per i giovani italiani, potete lasciare un commento e condividere il vostro punto di vista con gli altri lettori.

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