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Gaza, raid e piano di pace: cresce lo scontro sul disarmo di Hamas

Il fragile percorso politico per mettere fine alla guerra nella Striscia di Gaza attraversa una nuova fase di forte tensione. Mentre gli Stati Uniti continuano a sostenere che siano stati compiuti progressi verso il disarmo di Hamas e l'attuazione definitiva del piano di pace, sul terreno proseguono gli attacchi israeliani e aumenta lo scontro diplomatico sulle responsabilità delle violazioni del cessate il fuoco.
Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Giordania, Turchia, Pakistan e Indonesia hanno diffuso una posizione comune per condannare quelle che definiscono continue violazioni israeliane a Gaza, richiamando in particolare gli attacchi contro strutture sanitarie, infrastrutture mediche e altri obiettivi civili. Israele ha respinto questa ricostruzione, sostenendo che il documento ignori invece le attività militari che attribuisce ad Hamas.
Il governo israeliano afferma che il movimento palestinese continui a riarmarsi, reclutare nuovi combattenti e ricostruire tunnel, comportamenti che, secondo Israele, sarebbero incompatibili con il primo requisito del piano promosso dal presidente statunitense Donald Trump: una Gaza demilitarizzata e senza capacità offensive delle organizzazioni armate.
Il risultato è un paradosso politico sempre più evidente. Da un lato Washington parla di una possibile svolta diplomatica e di un percorso concordato verso il disarmo; dall'altro Israele e Hamas continuano a discutere su quale delle due parti debba compiere per prima il passo decisivo. Senza una soluzione a questa disputa sulla sequenza degli impegni, il rischio è che il piano rimanga formalmente vivo ma sostanzialmente bloccato.

Otto Paesi condannano gli attacchi israeliani

La nuova iniziativa diplomatica riunisce otto Paesi arabi e musulmani che negli ultimi mesi hanno partecipato, con ruoli differenti, agli sforzi per consolidare il cessate il fuoco e avviare una soluzione politica per Gaza: Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Giordania, Turchia, Pakistan e Indonesia.
I rispettivi ministri degli Esteri hanno espresso una forte condanna delle operazioni israeliane nella Striscia, concentrando l'attenzione soprattutto sulle conseguenze per i civili e sul danneggiamento di infrastrutture essenziali. Particolare preoccupazione riguarda le strutture sanitarie, già fortemente compromesse dopo anni di combattimenti e caratterizzate da una disponibilità limitata di medicinali, materiali chirurgici, carburante e attrezzature.
La dichiarazione sostiene inoltre che la prosecuzione delle operazioni rischi di compromettere l'attuazione del piano statunitense per Gaza. È un elemento politicamente importante perché molti dei Paesi firmatari non sono semplicemente osservatori esterni: Egitto, Qatar e Turchia, in particolare, hanno svolto un ruolo diretto nei contatti che hanno portato agli ultimi progressi negoziali.
La posizione comune non equivale tuttavia alla rottura dei rapporti con Israele o con gli Stati Uniti. Si tratta piuttosto di un tentativo di aumentare la pressione diplomatica affinché l'annuncio sul disarmo sia accompagnato da una riduzione concreta delle operazioni militari e dall'applicazione delle altre parti del cessate il fuoco.

Israele respinge le accuse: "Il documento distorce la realtà"

La risposta israeliana è stata nettamente diversa. L'ufficio del primo ministro ha sostenuto che la dichiarazione degli otto Paesi offra una rappresentazione incompleta della situazione perché non prende adeguatamente in considerazione quelle che Israele definisce violazioni di Hamas.
Secondo il governo israeliano, il requisito fondamentale del piano è una Gaza demilitarizzata. Da questa prospettiva, la prosecuzione delle operazioni non sarebbe in contrasto con il processo politico, ma deriverebbe dalla necessità di impedire ad Hamas di ricostruire le capacità militari che Israele ritiene ancora presenti nella Striscia.
Israele sostiene in particolare che Hamas stia ricostruendo tunnel, reclutando uomini e cercando nuove armi. Si tratta di accuse formulate dalle autorità israeliane; la quantità precisa delle capacità militari che Hamas conserva o avrebbe ricostituito non può essere verificata in maniera indipendente sulla base delle informazioni pubblicamente disponibili.
La distinzione è essenziale perché proprio l'effettiva consistenza dell'apparato militare di Hamas determina una parte sostanziale del confronto. Se Israele considera ancora il gruppo una minaccia operativa significativa, tende a subordinare il proprio ritiro al disarmo; Hamas sostiene invece che il disarmo non possa precedere la piena attuazione degli obblighi israeliani previsti dall'accordo.

Il cessate il fuoco dell'ottobre 2025

Il quadro attuale deriva dall'accordo entrato in vigore il 10 ottobre 2025, inserito nel più ampio piano in 20 punti promosso dall'amministrazione Trump. L'intesa aveva permesso di ridurre drasticamente l'intensità della guerra, avviando un percorso che avrebbe dovuto portare progressivamente dal cessate il fuoco a una nuova amministrazione della Striscia e alla definizione di un sistema di sicurezza postbellico.
La tregua non ha però significato la completa cessazione della violenza a Gaza. Nei mesi successivi si sono verificati ripetutamente attacchi israeliani, scontri, episodi di fuoco lungo le linee militari e attività armate palestinesi. Il cessate il fuoco è rimasto quindi operativo sul piano politico, ma estremamente imperfetto nell'applicazione quotidiana.
Secondo il bilancio comunicato dalle autorità sanitarie palestinesi, gli attacchi israeliani avrebbero provocato oltre 1.200 morti palestinesi nei circa nove mesi successivi all'accordo. Le stesse autorità riferiscono che tra le vittime figurano numerose donne e bambini.
Hamas non pubblica regolarmente una distinzione completa tra combattenti e civili uccisi. Di conseguenza, il totale delle vittime palestinesi non permette da solo di stabilire quanti dei morti appartenessero alle organizzazioni armate e quanti fossero civili. È un limite importante nella valutazione indipendente delle conseguenze delle operazioni successive alla tregua.

Gli ultimi raid hanno aumentato nuovamente la tensione

L'ottimismo generato dagli annunci statunitensi sul possibile disarmo è stato rapidamente indebolito dalla prosecuzione dei raid israeliani. Tra la fine di luglio e l'inizio di agosto diversi attacchi hanno interessato Gaza City, Deir al-Balah, Khan Younis, Jabalia e altre aree della Striscia.
In una delle giornate più violente delle ultime settimane almeno 18 palestinesi sono stati indicati come uccisi dalle autorità sanitarie locali. Alcuni attacchi hanno colpito abitazioni, appartamenti e aree nelle quali erano presenti tende utilizzate da famiglie sfollate.
Israele ha affermato che almeno una parte delle operazioni aveva come obiettivo membri di Hamas. In particolare, per un attacco a Deir al-Balah, l'esercito israeliano ha dichiarato di avere preso di mira due comandanti della forza Nukhba, unità d'élite del braccio armato di Hamas.
Altri attacchi sono stati descritti dall'esercito come operazioni contro militanti o infrastrutture militari. Le autorità palestinesi hanno invece sottolineato il numero di civili coinvolti e il danneggiamento di edifici e tende utilizzati dalla popolazione.

Il caso dei depositi medici vicino all'ospedale Al-Aqsa

Uno degli episodi che ha alimentato maggiormente le critiche internazionali riguarda l'area dell'ospedale dei Martiri di Al-Aqsa a Deir al-Balah. Un attacco israeliano ha distrutto due magazzini che, secondo le autorità sanitarie palestinesi, erano utilizzati per conservare medicinali e materiali medici destinati all'ospedale.
Le autorità sanitarie hanno riferito che all'interno erano presenti anche materiali necessari ai pazienti sottoposti a dialisi, oltre a garze e altre forniture utilizzate per la normale assistenza sanitaria. Altri due depositi e la struttura ambulatoriale dell'ospedale hanno riportato danni.
Israele ha fornito una ricostruzione differente. L'esercito ha dichiarato di avere colpito un nascondiglio utilizzato da Hamas vicino all'ospedale, sostenendo che il sito fosse impiegato anche per custodire armi. Le autorità israeliane non hanno però diffuso pubblicamente elementi sufficienti a permettere una verifica indipendente di questa affermazione.
Le immagini dell'area dopo l'attacco hanno mostrato materiale medico tra i detriti e un ampio cratere nella zona colpita. Prima dell'operazione era stato diffuso un avvertimento di evacuazione per l'area, e non sono state immediatamente segnalate vittime direttamente all'interno dei magazzini.

Perché gli ospedali sono un tema così sensibile

Le strutture sanitarie godono di una particolare protezione nel diritto internazionale umanitario. Ospedali, personale medico, pazienti e mezzi sanitari non possono essere deliberatamente attaccati in quanto tali.
La protezione può essere compromessa in circostanze specifiche qualora una struttura venga utilizzata per svolgere atti dannosi per il nemico al di fuori della propria funzione sanitaria, ma anche in questi casi rimangono applicabili obblighi relativi a necessità militare, distinzione, precauzioni e proporzionalità.
È proprio per questo che le accuse israeliane secondo cui Hamas utilizzerebbe infrastrutture civili e sanitarie per finalità militari assumono un'importanza centrale. Israele sostiene da tempo che il movimento operi all'interno di zone densamente popolate; Hamas e le autorità palestinesi contestano molte delle specifiche giustificazioni utilizzate per singoli attacchi.
In assenza di accesso investigativo indipendente completo a tutti i siti, la valutazione di ciascun episodio richiede quindi particolare prudenza. Non basta sapere che un edificio civile è stato colpito per determinarne automaticamente la liceità o illiceità, così come una semplice affermazione sull'uso militare non è sufficiente da sola a risolvere la questione.

Un sistema sanitario ancora fortemente compromesso

La controversia assume un peso ancora maggiore perché il sistema sanitario di Gaza continua a funzionare in condizioni estremamente difficili. Una parte significativa degli ospedali e dei punti sanitari rimane soltanto parzialmente operativa.
Le strutture disponibili devono affrontare contemporaneamente feriti di guerra, malattie croniche, interventi chirurgici, dialisi, assistenza materno-infantile e malattie infettive, spesso con disponibilità limitata di medicine, apparecchiature e personale specializzato.
Particolarmente delicata è la situazione dei circa 700 pazienti che necessitano di dialisi. I trattamenti sono concentrati in poche strutture, tra cui gli ospedali Al-Shifa, Al-Aqsa e Nasser e un'unità da campo, rendendo qualsiasi danneggiamento delle forniture potenzialmente rilevante per la continuità delle cure.
A questo si aggiungono problemi relativi a generatori, carburante, ricambi e apparecchiature. Molte strutture sanitarie dipendono infatti dall'alimentazione elettrica di emergenza e ogni interruzione logistica può incidere direttamente su sale operatorie, terapie intensive e conservazione dei medicinali.

Trump aveva annunciato una "grande svolta"

Il contrasto tra diplomazia e situazione sul terreno è diventato ancora più evidente dopo l'annuncio di Donald Trump alla fine di luglio. Il presidente statunitense ha parlato di una svolta importante, sostenendo che fosse stato raggiunto un accordo per il disarmo completo di Hamas e degli altri gruppi armati palestinesi.
Trump ha presentato l'intesa come uno dei passaggi decisivi per completare il proprio piano di pace in 20 punti. Secondo la visione americana, il disarmo dovrebbe procedere parallelamente al progressivo ritiro delle forze israeliane e al trasferimento delle responsabilità di governo a una nuova struttura palestinese tecnocratica.
La dichiarazione ha inizialmente alimentato la speranza che la lunga impasse potesse essere superata. Nel giro di poche ore è però emerso che Israele e Hamas interpretavano l'accordo in maniera differente, soprattutto riguardo a quale parte dovesse agire per prima.
È questa differenza a spiegare perché parlare di accordo definitivo sul disarmo sia ancora prematuro. Esiste una roadmap e sono stati compiuti progressi diplomatici reali, ma i meccanismi fondamentali della sua applicazione non sono ancora condivisi in modo sufficiente dalle parti.

La roadmap in 15 punti

Il Board of Peace creato per accompagnare l'attuazione del piano statunitense ha pubblicato una roadmap articolata in 15 punti destinata a tradurre gli impegni politici in una sequenza operativa.
Il documento prevede innanzitutto la piena applicazione del cessate il fuoco di Sharm el-Sheikh e la cessazione delle operazioni militari nella Striscia. Parallelamente dovrebbe essere completato il trasferimento delle responsabilità civili alla nuova amministrazione palestinese tecnocratica.
Uno dei passaggi principali riguarda la messa fuori uso e la conservazione controllata delle armi pesanti, insieme alla neutralizzazione dei siti di produzione militare, dei depositi di armi e dei tunnel utilizzabili per attività offensive.
La roadmap stabilisce inoltre che le armi non dovrebbero essere consegnate a Israele né a soggetti non palestinesi. La loro custodia dovrebbe essere affidata alla nuova struttura amministrativa palestinese prevista per Gaza.

Il National Committee for the Administration of Gaza

Il soggetto destinato a svolgere un ruolo centrale è il National Committee for the Administration of Gaza, indicato spesso con la sigla NCAG. Si tratta di una struttura palestinese tecnocratica concepita per assumere la gestione civile della Striscia senza essere controllata direttamente da Hamas.
Il comitato dovrebbe occuparsi di servizi pubblici, ricostruzione, amministrazione civile e progressiva stabilizzazione, creando una forma di governo transitorio capace di sostituire l'apparato con cui Hamas ha governato Gaza per quasi vent'anni.
Il processo rimane tuttavia incompleto. L'NCAG non ha ancora assunto pienamente il controllo amministrativo effettivo della Striscia, elemento che rende molto più complicato immaginare la consegna o la custodia immediata di grandi quantità di armi.
È un problema pratico oltre che politico: prima che un organismo possa controllare depositi, tunnel e armamenti deve disporre di personale, strutture, territorio accessibile e capacità di sicurezza sufficienti per impedire che quelle armi tornino successivamente nella disponibilità delle fazioni.

Hamas accetta la custodia delle armi, ma pone condizioni

Hamas ha adottato una posizione più articolata rispetto alla semplice alternativa tra disarmo e rifiuto del disarmo. Esponenti coinvolti nelle trattative hanno dichiarato di essere disponibili a collocare le armi sotto la custodia della nuova amministrazione palestinese, ma soltanto dopo l'attuazione di determinati impegni israeliani.
Il movimento evita frequentemente di utilizzare la parola "disarmo", preferendo parlare di messa in deposito o trasferimento della custodia. Questa differenza linguistica riflette una questione politica sostanziale, perché Hamas continua a considerare le proprie armi legate alla propria concezione della resistenza contro Israele.
Secondo la posizione espressa dai negoziatori di Hamas, Israele dovrebbe prima fermare gli attacchi, ritirare ulteriormente le proprie forze e aumentare l'ingresso degli aiuti. Soltanto successivamente il movimento procederebbe con la consegna delle armi alla struttura palestinese prevista dal piano.
Hamas insiste inoltre sul fatto che gli armamenti non debbano essere trasferiti direttamente a Israele o a forze straniere. Su questo punto la roadmap americana offre una formulazione che almeno in teoria può rappresentare un compromesso, prevedendo una gestione palestinese del processo.

Israele chiede il disarmo prima del ritiro

La posizione israeliana parte da un principio opposto. Israele sostiene che non possa essere effettuato un ulteriore ritiro militare fino a quando Hamas non sarà realmente disarmato.
Le autorità israeliane fanno riferimento in particolare alla cosiddetta Yellow Line, la linea di demarcazione militare stabilita nell'ambito del cessate il fuoco. Israele mantiene forze e controllo su ampie porzioni della Striscia e considera questo dispositivo una garanzia contro la ricostituzione delle capacità militari di Hamas.
Per il governo israeliano, ritirare le truppe prima del disarmo potrebbe permettere al movimento di ricostruire le proprie infrastrutture nelle aree evacuate, vanificando parte degli obiettivi militari perseguiti durante la guerra.
La richiesta israeliana riguarda inoltre non soltanto la consegna delle armi visibili, ma la neutralizzazione dei tunnel e dei siti di produzione militare. Da qui deriva una delle principali difficoltà tecniche: verificare realmente che una rete sotterranea di grandi dimensioni non sia più utilizzabile richiede tempo, accesso fisico e sistemi di controllo credibili.

Il problema centrale è la sequenza degli impegni

L'intero negoziato può quindi essere riassunto in un problema apparentemente semplice ma politicamente difficilissimo: chi deve fare il primo passo?
Hamas sostiene che non sia possibile deporre le armi mentre Israele continua a effettuare attacchi e mantenere una presenza militare estesa. Israele sostiene invece che non possa ritirarsi mentre Hamas conserva la capacità di utilizzare quelle stesse armi contro il territorio israeliano.
Entrambe le posizioni producono una forma di blocco reciproco. Se ciascuna parte considera l'azione dell'altra una condizione preliminare indispensabile, nessuna delle due possiede un incentivo sufficiente per iniziare unilateralmente.
Il compito dei mediatori consiste quindi nel costruire una sequenza di passaggi simultanei o progressivi: disarmo verificabile in determinate aree, ritiro israeliano corrispondente, ingresso della nuova amministrazione palestinese e successiva estensione del modello.

Perché i tunnel sono decisivi

Tra gli elementi più difficili da inserire in qualsiasi meccanismo di verifica figurano i tunnel di Hamas. Durante la guerra Israele ha identificato la rete sotterranea come una delle principali infrastrutture militari del movimento, utilizzata per spostamenti, comando, deposito di armi e attività operative.
Una parte significativa della rete è stata distrutta o danneggiata durante le operazioni israeliane, ma non esiste una valutazione pubblica universalmente condivisa sulla quantità di tunnel ancora utilizzabili.
Israele sostiene che Hamas stia tentando di ripristinare parti della rete. Hamas non fornisce normalmente informazioni dettagliate sull'estensione delle proprie infrastrutture militari sotterranee, rendendo estremamente difficile verificare dall'esterno lo stato effettivo del sistema.
Il semplice deposito delle armi non risolverebbe quindi automaticamente il problema. Un piano di demilitarizzazione credibile dovrebbe includere anche ispezioni, chiusura degli accessi, distruzione di infrastrutture e monitoraggio per impedire una successiva riattivazione.

Anche il reclutamento è al centro delle accuse israeliane

Israele sostiene inoltre che Hamas stia cercando di reclutare nuovi combattenti. Se confermata su scala significativa, questa attività avrebbe implicazioni importanti perché dimostrerebbe che il problema della demilitarizzazione non riguarda soltanto le armi rimaste dopo la guerra ma anche la capacità organizzativa del movimento.
La distruzione di depositi e tunnel, infatti, non elimina automaticamente una struttura militare se essa conserva leadership, personale, reti finanziarie e possibilità di reclutamento.
Allo stesso tempo, la reale dimensione del presunto reclutamento non è quantificabile in modo indipendente sulla base delle informazioni rese pubbliche. Per questo è corretto attribuire l'affermazione a Israele piuttosto che presentarla come un dato accertato.
Un futuro sistema di sicurezza dovrà comunque affrontare anche questo aspetto: non soltanto dove vengono conservate le armi, ma chi possiede l'autorità armata nella Striscia e quale soggetto controlla realmente uomini, addestramento e catene di comando.

Il ruolo della futura forza internazionale

Il piano statunitense prevede anche una International Stabilization Force, una forza internazionale destinata a contribuire alla sicurezza delle aree non controllate direttamente da Israele durante la transizione.
La funzione prevista sarebbe quella di affiancare una nuova forza di polizia palestinese, proteggere il processo di stabilizzazione e creare condizioni sufficientemente sicure per il progressivo ritiro israeliano.
La costituzione concreta di questa forza procede tuttavia lentamente. Diversi Paesi hanno discusso una possibile partecipazione e l'Uganda ha autorizzato il proprio governo a predisporre un eventuale contributo militare, ma tempi, dimensioni e regole operative complessive restano ancora da definire.
Anche questo elemento dimostra la distanza tra una roadmap diplomatica e la sua realizzazione pratica. Una forza internazionale deve avere un mandato chiaro, regole d'ingaggio, coordinamento con palestinesi e israeliani e garanzie sulla sicurezza dei propri contingenti.

Il rischio di una forza internazionale senza un accordo politico stabile

Dispiegare contingenti stranieri in una Gaza nella quale continuassero raid israeliani e attività armate palestinesi potrebbe esporre immediatamente la forza internazionale a rischi molto elevati.
I Paesi chiamati a contribuire vorranno probabilmente sapere chi sia responsabile di intervenire nel caso in cui Hamas o un'altra fazione rifiuti di consegnare determinate armi, oppure nel caso in cui Israele ritenga necessario colpire un obiettivo all'interno di una zona controllata dalle forze internazionali.
Una missione di stabilizzazione può funzionare più facilmente quando esiste già un accordo politico sufficientemente solido. Se invece deve contemporaneamente imporre il disarmo, proteggere la popolazione, evitare scontri con Israele e contrastare eventuali gruppi armati ostili, il livello di rischio aumenta enormemente.
Per questo la definizione della sequenza tra disarmo, ritiro e dispiegamento internazionale non rappresenta una questione burocratica, ma uno dei nodi decisivi dell'intero piano.

La situazione umanitaria resta estremamente fragile

Mentre proseguono le trattative, gran parte della popolazione della Striscia continua a vivere in condizioni di forte precarietà umanitaria. Una quota molto elevata dei residenti è stata sfollata almeno una volta e numerose famiglie vivono ancora in tende o strutture temporanee.
Gli spazi accessibili ai civili sono stati inoltre progressivamente condizionati dalla presenza delle linee militari israeliane. In precedenti rilevazioni, quasi due terzi della superficie di Gaza risultavano sottoposti a livelli più stringenti di controllo o restrizione israeliana.
Questa situazione influisce sulla possibilità di raggiungere ospedali, punti di distribuzione degli aiuti, infrastrutture idriche e abitazioni. Anche quando le operazioni umanitarie possono continuare, gli spostamenti devono spesso essere coordinati in condizioni di sicurezza estremamente complesse.
L'arrivo degli aiuti è quindi parte integrante del negoziato politico. Hamas lo inserisce tra le condizioni per procedere verso la consegna delle armi, mentre i mediatori considerano un aumento stabile dell'assistenza umanitaria necessario per rendere credibile la transizione postbellica.

Perché il numero delle vittime dopo il cessate il fuoco è contestualmente importante

Il dato di oltre 1.200 palestinesi uccisi dopo l'entrata in vigore della tregua mostra quanto il termine "cessate il fuoco" debba essere interpretato con cautela nel caso di Gaza.
L'accordo ha certamente ridotto l'intensità rispetto alle fasi più distruttive della guerra, ma non ha eliminato gli attacchi letali. Per una parte significativa della popolazione palestinese, la quotidianità continua quindi a essere caratterizzata dal rischio di bombardamenti, colpi d'arma da fuoco e nuove evacuazioni.
Israele sostiene che una parte delle operazioni sia necessaria per colpire militanti e infrastrutture di Hamas. Le autorità palestinesi e i Paesi che hanno condannato gli attacchi ritengono invece che la continuità delle operazioni stia mettendo a rischio la stessa sopravvivenza del processo di pace.
La mancanza di una distinzione completa e indipendentemente verificabile tra combattenti e civili rende ancora più importante evitare letture semplicistiche del bilancio complessivo. Il numero misura la portata della violenza, ma non risolve da solo il dibattito sulla natura di ogni singolo attacco.

Quattro militari israeliani uccisi dopo la tregua

La violenza successiva al cessate il fuoco non ha riguardato esclusivamente la popolazione palestinese. Nel medesimo periodo sono stati uccisi anche militari israeliani in episodi collegati alle operazioni nella Striscia.
Secondo i dati israeliani disponibili all'inizio di agosto, almeno quattro soldati israeliani erano morti nel periodo successivo all'accordo di ottobre. È un numero molto inferiore al bilancio palestinese ma conferma che il contesto non può essere descritto come una completa assenza di attività armata.
Israele utilizza questi episodi, insieme alle informazioni di intelligence sulla presunta ricostituzione delle capacità di Hamas, per sostenere la necessità di mantenere una presenza militare e capacità d'intervento fino alla verifica del disarmo.
Hamas e le altre fazioni palestinesi accusano invece Israele di utilizzare la questione della sicurezza per rendere permanente un controllo territoriale che, secondo loro, dovrebbe essere progressivamente eliminato in base all'accordo.

La "Yellow Line" è diventata uno dei simboli dello scontro

Una delle questioni territoriali più delicate riguarda la Yellow Line, la linea concordata durante il cessate il fuoco che delimita parte delle aree nelle quali restano presenti le forze israeliane.
Israele sostiene che non arretrerà ulteriormente rispetto a questa configurazione prima che Hamas realizzi un disarmo autentico e verificabile. Per il governo israeliano, lasciare quelle posizioni senza garanzie permetterebbe alle fazioni armate di rioccupare rapidamente gli spazi liberati.
Hamas considera invece il ritiro israeliano una parte degli obblighi già assunti e sostiene che la permanenza delle truppe renda impossibile completare la fase successiva del piano.
La popolazione civile subisce direttamente le conseguenze di questa disputa, perché le aree sottoposte a restrizioni riducono gli spazi disponibili per abitazioni, agricoltura, servizi e operazioni umanitarie.

La posizione di Netanyahu resta determinante

Un elemento di incertezza riguarda anche il grado di sostegno politico del primo ministro Benjamin Netanyahu alla nuova roadmap. Trump ha sostenuto che Israele sia favorevole all'accordo, ma Netanyahu non ha espresso pubblicamente un'approvazione altrettanto netta dell'intero meccanismo annunciato dagli Stati Uniti.
Esponenti del governo israeliano hanno sottolineato che il principio irrinunciabile rimane il completo smantellamento delle capacità militari di Hamas. Alcuni ministri della destra israeliana hanno assunto posizioni ancora più dure.
Il ministro Itamar Ben-Gvir, per esempio, ha definito inaccettabile la bozza di accordo e ha sostenuto la prosecuzione della politica di eliminazione mirata dei dirigenti di Hamas.
Queste divisioni rendono il negoziato anche un problema di politica interna israeliana. Qualsiasi compromesso deve infatti ottenere un sostegno sufficiente all'interno di una coalizione nella quale alcune componenti considerano insufficienti le garanzie previste dalla roadmap.

Anche Hamas deve gestire le altre fazioni armate

Il problema palestinese non riguarda soltanto Hamas. La roadmap prevede il disarmo anche delle altre organizzazioni armate presenti nella Striscia.
Hamas può negoziare a nome proprio, ma la reale demilitarizzazione richiederebbe che anche gruppi come la Jihad Islamica Palestinese e altre formazioni minori accettassero di consegnare o mettere fuori uso i propri arsenali.
Questo aggiunge un ulteriore livello di complessità. Anche qualora la leadership di Hamas accettasse definitivamente il piano, sarebbe necessario verificare se possieda sufficiente autorità sulle altre fazioni per garantirne il rispetto.
La presenza di organizzazioni che rifiutassero il disarmo potrebbe inoltre fornire a Israele una motivazione per continuare le operazioni militari, creando nuove tensioni con Hamas e con i mediatori.

Il ruolo di Egitto, Qatar e Turchia

Egitto, Qatar e Turchia occupano una posizione particolarmente importante perché mantengono canali capaci di raggiungere le diverse parti e hanno partecipato agli sforzi che hanno prodotto la nuova roadmap.
L'Egitto possiede inoltre un interesse diretto legato al confine di Rafah e alla necessità di impedire che la crisi produca nuovi flussi di sfollati verso il Sinai.
Il Qatar ha svolto per anni un ruolo di mediazione con Hamas, mentre la Turchia mantiene rapporti politici con esponenti palestinesi e dispone contemporaneamente di una propria capacità di dialogo regionale.
La loro condanna delle operazioni israeliane assume quindi un peso maggiore rispetto a una semplice dichiarazione politica: se i principali mediatori ritengono che una parte stia indebolendo il processo negoziale, la possibilità di ottenere nuovi compromessi diventa inevitabilmente più difficile.

Arabia Saudita ed Emirati guardano alla stabilità regionale

Anche Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno un interesse diretto nella stabilizzazione di Gaza, soprattutto perché la guerra palestinese continua a influenzare gli equilibri politici e di sicurezza dell'intero Medio Oriente.
Per Riyadh, qualsiasi nuovo deterioramento della situazione complica il più ampio progetto di stabilità regionale in una fase già caratterizzata dalla guerra con l'Iran, dalle tensioni nello Stretto di Hormuz e dalla nuova escalation nello Yemen.
Gli Emirati mantengono invece una relazione diplomatica con Israele ma partecipano contemporaneamente agli interventi di assistenza umanitaria a Gaza. La firma della dichiarazione comune mostra quindi che anche Paesi con rapporti formali con Israele considerano gli ultimi sviluppi motivo di forte preoccupazione.
La convergenza di otto governi molto differenti tra loro indica che la questione non riguarda soltanto il rapporto con Hamas, ma la credibilità dell'intero meccanismo di cessate il fuoco e ricostruzione.

Ricostruire Gaza richiede prima un sistema di sicurezza

La questione del disarmo è inseparabile dalla futura ricostruzione di Gaza. Le infrastrutture civili, le abitazioni e i servizi pubblici hanno subito distruzioni enormi e la ricostruzione richiederà investimenti internazionali di vastissima portata.
Gli Stati e le organizzazioni chiamati a finanziare il processo vogliono però evitare che le nuove infrastrutture vengano nuovamente distrutte in un altro ciclo di guerra tra Israele e Hamas.
Da qui deriva l'importanza di un sistema nel quale la nuova amministrazione palestinese controlli realmente il territorio, gli armamenti siano sottoposti a verifica e Israele ritenga sufficientemente ridotta la minaccia militare da non intervenire nuovamente su vasta scala.
Senza questo equilibrio, anche la disponibilità di miliardi per la ricostruzione rischierebbe di produrre risultati temporanei anziché una normalizzazione duratura.

Il precedente del 7 ottobre resta centrale per Israele

La posizione israeliana sulla demilitarizzazione è profondamente influenzata dall'attacco condotto da Hamas e da altri gruppi il 7 ottobre 2023, evento che diede inizio alla guerra.
Per Israele, permettere a Hamas di mantenere una significativa capacità militare organizzata significherebbe conservare il rischio che un attacco simile possa essere preparato nuovamente in futuro.
È per questa ragione che il governo israeliano insiste non semplicemente su una riduzione dell'arsenale, ma sulla completa eliminazione delle capacità offensive, comprese armi pesanti, tunnel e infrastrutture di produzione.
Per i palestinesi, invece, il problema centrale è diventato la prosecuzione delle operazioni israeliane e della presenza militare anche dopo l'accordo. Le due narrazioni di sicurezza continuano quindi a muoversi in direzioni opposte.

Perché il piano può ancora funzionare

Nonostante le difficoltà, il processo non può essere considerato già fallito. Per la prima volta le parti stanno discutendo in maniera relativamente concreta di come custodire le armi, chi debba amministrare Gaza e come coordinare il ritiro israeliano.
La disponibilità di Hamas a prendere in considerazione la messa in deposito dell'arsenale rappresenta un cambiamento significativo rispetto a una posizione di rifiuto assoluto, anche se le condizioni poste dal movimento rendono ancora incerto il risultato.
Anche il fatto che il piano preveda una custodia palestinese delle armi, anziché la loro consegna diretta a Israele, tenta di costruire una soluzione capace di essere politicamente accettabile per le fazioni.
Parallelamente, la previsione di un ritiro israeliano progressivo offre a Gaza una prospettiva concreta di riduzione della presenza militare qualora il disarmo venga verificato.

Perché il piano può ancora fallire

Gli ostacoli, tuttavia, rimangono enormi. Il principale è la mancanza di fiducia reciproca. Israele teme che Hamas utilizzi un ritiro per ricostituire le proprie forze; Hamas teme che consegnare le armi senza un ritiro completo lasci Gaza esposta a future operazioni israeliane.
Un secondo problema è la necessità di verificare materialmente il disarmo. Non basta una dichiarazione politica: occorre conoscere ubicazione, quantità e tipologia degli armamenti, mettere fuori uso i siti produttivi e verificare i tunnel.
Il terzo problema riguarda la capacità dell'NCAG e della futura polizia palestinese di controllare realmente il territorio. Senza una struttura di sicurezza funzionante, il vuoto lasciato da Hamas o dalle forze israeliane potrebbe essere occupato da altre organizzazioni.
Il quarto rischio è rappresentato dalla prosecuzione dei raid israeliani. Ogni nuovo attacco con vittime civili rende politicamente più difficile per Hamas o per altre fazioni presentare il disarmo come un compromesso accettabile.

Cosa osservare nelle prossime settimane

Il primo indicatore sarà la frequenza degli attacchi israeliani. Una riduzione significativa sarebbe uno dei segnali più concreti della volontà di creare spazio per l'attuazione della roadmap.
Il secondo sarà l'eventuale inizio di un processo verificabile di messa in deposito delle armi. Fino a quando il disarmo resterà soltanto oggetto di dichiarazioni, Israele difficilmente accetterà ulteriori ritiri.
Il terzo elemento riguarderà il trasferimento di responsabilità al governo tecnocratico palestinese. La capacità dell'NCAG di entrare effettivamente nella Striscia e amministrare servizi e sicurezza rappresenterà un test decisivo.
Il quarto sarà il dispiegamento della forza internazionale di stabilizzazione. Senza un soggetto capace di garantire sicurezza durante la transizione, il rapporto diretto tra esercito israeliano e fazioni palestinesi continuerà a produrre un elevato rischio di incidenti.
Infine sarà necessario verificare l'aumento degli aiuti umanitari e il ripristino delle strutture sanitarie. Una pace che non produca rapidamente un miglioramento concreto della vita quotidiana avrebbe poche possibilità di consolidarsi socialmente.

Tra annunci diplomatici e realtà sul terreno

Il quadro di Gaza al 7 agosto 2026 rimane quindi profondamente contraddittorio. Esiste una roadmap dettagliata, Hamas ha mostrato una disponibilità condizionata a mettere le armi sotto controllo palestinese e gli Stati Uniti parlano apertamente di un possibile passaggio decisivo verso la fine della guerra.
Allo stesso tempo, continuano i raid israeliani, il numero delle vittime successive al cessate il fuoco ha superato quota 1.200 secondo le autorità sanitarie palestinesi e otto importanti Paesi regionali accusano Israele di compromettere il processo.
Israele ribalta l'accusa e sostiene che sia Hamas a mettere in pericolo il piano attraverso il riarmo, il reclutamento e la ricostruzione delle infrastrutture sotterranee. In assenza di un meccanismo di verifica condiviso, ciascuna parte continua quindi a utilizzare le presunte violazioni dell'altra per giustificare il rinvio dei propri impegni.
Il vero banco di prova non sarà dunque un nuovo annuncio politico, ma il primo passaggio simultaneo e verificabile: una riduzione delle operazioni israeliane accompagnata da un concreto processo di disarmo, seguita dal trasferimento del controllo alla nuova amministrazione palestinese e da un corrispondente arretramento militare israeliano.

La pace dipende ora dall'ordine dei primi passi

Il dossier di Gaza è arrivato a una fase nella quale il problema non è più soltanto stabilire quali siano gli obiettivi finali. Su molti punti fondamentali esiste ormai almeno una cornice comune: fine delle ostilità, demilitarizzazione, nuova amministrazione palestinese, ritiro israeliano, ricostruzione e maggiore assistenza umanitaria.
Il vero conflitto riguarda il modo in cui arrivarci. Israele considera il disarmo di Hamas la condizione preliminare per ritirarsi. Hamas considera il ritiro e la fine degli attacchi la condizione preliminare per mettere le proprie armi sotto custodia. È all'interno di questo spazio apparentemente ristretto che si decide il futuro dell'intero piano.
I mediatori dovranno quindi trasformare due richieste incompatibili in un processo nel quale entrambe le parti agiscano progressivamente e nessuna debba affidarsi esclusivamente alla promessa dell'altra. Senza verifiche, garanzie internazionali e una nuova struttura palestinese realmente operativa, il rischio di un nuovo blocco resterà elevato.
Per la popolazione di Gaza la questione è molto meno astratta. Ogni giorno di ritardo significa continuare a vivere tra edifici distrutti, strutture sanitarie fragili, sfollamento e rischio di nuovi attacchi. Per Israele significa invece convivere con il timore che le capacità armate di Hamas possano essere ricostituite.
Il piano di pace non può quindi essere considerato né fallito né realmente realizzato. È entrato nella sua fase più difficile: quella in cui gli annunci devono trasformarsi in azioni contemporanee, verificabili e irreversibili. Saranno le prossime settimane a mostrare se il recente accordo sul disarmo rappresenterà davvero l'inizio della fine della guerra oppure soltanto un nuovo tentativo diplomatico destinato a fermarsi sulla questione di chi debba fare il primo passo.
Secondo voi, per sbloccare realmente il piano dovrebbe avvenire prima una cessazione completa degli attacchi e un ulteriore ritiro israeliano, oppure il primo passo deve essere il disarmo verificabile di Hamas? Lasciate un commento e condividete la vostra opinione mantenendo il confronto rispettoso e basato sui fatti.

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