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Gaza, il piano Usa torna al tavolo ma resta bloccato

Il nuovo tentativo diplomatico su Gaza è ripartito dall'Egitto, dove Jared Kushner ha partecipato a incontri con mediatori regionali e rappresentanti di Hamas, fra cui il dirigente Khalil al-Hayya. Al centro dei colloqui c'è una proposta statunitense in 15 punti che mira a trasformare il fragile cessate il fuoco in un percorso politico e militare più ampio: disarmo di Hamas, ritiro graduale delle forze israeliane, nuova amministrazione civile palestinese, sicurezza affidata a forze palestinesi e internazionali, ricostruzione della Striscia.
Il confronto non è però vicino a un'intesa definitiva. Israele ha respinto pubblicamente il documento nella sua formulazione attuale e contesta soprattutto il rapporto tra ritiro militare e disarmo delle organizzazioni armate palestinesi. Hamas, dal canto suo, afferma di restare impegnato nel quadro proposto, ma sostiene che Israele debba prima fermare gli attacchi e rispettare gli impegni relativi al ritiro. Il disaccordo non riguarda quindi un dettaglio tecnico, ma la sequenza stessa con cui dovrebbe essere applicato ogni punto dell'accordo.
Il Cairo è tornato a essere il centro della mediazione insieme a Qatar e Turchia, mentre gli Stati Uniti cercano di usare l'incontro con Hamas e il successivo confronto con il governo israeliano per evitare che il piano resti una dichiarazione senza applicazione. La presenza diretta di Kushner in riunioni che hanno coinvolto la leadership politica di Hamas è un fatto diplomaticamente rilevante: gli Stati Uniti classificano Hamas come organizzazione terroristica e i contatti diretti tra esponenti dell'amministrazione americana e il movimento sono rari.
La distanza fra le parti resta evidente anche sul terreno. Mentre erano in corso gli incontri diplomatici, sono proseguiti attacchi israeliani nella Striscia. L'esistenza di un cessate il fuoco raggiunto nell'ottobre 2025 ha fermato la fase di combattimenti più estesa, ma non ha eliminato del tutto le operazioni militari, le vittime e le tensioni. Per questo il negoziato non parte da una condizione di pace stabile: cerca piuttosto di costruire regole più vincolanti in un contesto dove la violenza non è del tutto cessata.

L'incontro in Egitto e il ruolo di Jared Kushner

La missione egiziana di Kushner si è svolta nel quadro di una serie di riunioni con funzionari egiziani, qatarioti e turchi, affiancati dall'inviato per Gaza Nickolay Mladenov, collegato al Board of Peace promosso dagli Stati Uniti. Khalil al-Hayya, figura centrale della leadership politica di Hamas e del suo dossier negoziale, ha preso parte a una parte degli incontri. Il formato non corrisponde a un negoziato bilaterale tradizionale: gli interlocutori operano attraverso mediatori che cercano di trasmettere proposte e condizioni senza normalizzare formalmente il rapporto fra le parti.
Khalil al-Hayya è uno dei dirigenti di Hamas più coinvolti nei contatti relativi a tregue, scambi e future intese sulla Striscia. La sua partecipazione segnala che la discussione non riguarda soltanto aspetti umanitari immediati, ma anche il destino del potere politico e militare di Hamas a Gaza. Per Washington, ottenere una posizione chiara dalla leadership del movimento è essenziale perché nessuna transizione può funzionare se la parte chiamata a rinunciare alle armi o al governo del territorio considera il piano soltanto un impegno teorico.
Jared Kushner non si è limitato a raccogliere la posizione di Hamas. La sua missione ha avuto l'obiettivo di sollecitare passi concreti e verificabili sul disarmo, punto che Israele considera indispensabile per qualsiasi ritiro. Il messaggio statunitense, secondo le informazioni emerse dagli incontri, è che Gaza non possa tornare a essere una base da cui partire minacce contro Israele. La formula è politicamente chiara, ma lascia aperta la domanda decisiva: chi controllerà davvero le armi, le infrastrutture militari e i gruppi armati nella fase di transizione.
Il valore dell'incontro non va confuso con un accordo già raggiunto. Parlare direttamente o indirettamente con i rappresentanti di Hamas può chiarire obiezioni e individuare margini di mediazione, ma non equivale a un'accettazione del testo da parte di tutte le componenti del movimento. In una struttura politica e militare complessa, un impegno annunciato da esponenti esterni alla Striscia deve poi tradursi in comportamenti sul territorio, nel controllo delle unità armate e nella gestione delle persone che vivono nelle aree ancora sotto influenza di Hamas.
Il passaggio successivo è il confronto previsto fra Kushner, Mladenov e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. La scelta di vedere prima i mediatori e Hamas, poi il governo israeliano, mostra il tentativo degli Stati Uniti di misurare le condizioni minime per un compromesso. Tuttavia, l'ordine dei colloqui non risolve il problema politico: Israele e Hamas non condividono ancora una definizione comune di disarmo, di ritiro, di sicurezza e di potere civile nella Gaza del dopo-guerra.

Che cosa prevede davvero la proposta in 15 punti

Il piano in 15 punti non è stato reso pubblico integralmente nei suoi dettagli operativi. Per questo non è corretto presentarlo come se ogni clausola fosse conosciuta o già concordata. Gli elementi emersi con maggiore chiarezza riguardano la cessazione immediata delle operazioni militari, il disarmo di Hamas e degli altri gruppi armati, un ritiro israeliano graduale, la ricostruzione della Striscia e il trasferimento dell'amministrazione quotidiana a una nuova struttura civile palestinese.
La cessazione delle ostilità è la base del progetto, ma è anche la parte più fragile. Una tregua efficace non consiste soltanto nell'assenza di una grande offensiva: richiede regole su attacchi aerei, incursioni, operazioni contro singoli militanti, controllo dei confini e risposta a eventuali violazioni. Israele sostiene di dover poter intervenire contro minacce alla propria sicurezza; Hamas e i mediatori chiedono invece che la fine delle operazioni sia reale e verificabile. Senza un'intesa su questo punto, ogni altra fase rischia di restare sospesa.
Il disarmo è il cuore politico e militare della proposta. Israele chiede che Hamas rinunci a tutte le armi, comprese quelle leggere, oltre a razzi, infrastrutture, depositi e capacità operative. Hamas evita normalmente di usare il termine "disarmo" e ha descritto la propria posizione come disponibilità a consegnare armi da collocare sotto il controllo di una futura amministrazione palestinese tecnocratica sostenuta dagli Stati Uniti. La differenza linguistica riflette una differenza concreta: consegna, deposito, dismissione e distruzione delle armi non sono la stessa cosa.
Il ritiro israeliano dovrebbe procedere per fasi e settori, parallelamente alla rimozione o alla messa fuori uso delle armi delle organizzazioni armate. Il meccanismo è pensato per evitare che una forza lasciata senza controllo possa occupare subito gli spazi abbandonati dall'esercito israeliano. Ma proprio la sequenza è contestata: Hamas chiede che Israele fermi gli attacchi e si ritiri in modo sostanziale prima di compiere i propri passi; Netanyahu sostiene invece che nessun ritiro potrà avvenire finché il disarmo non sarà completo.
L'amministrazione civile prevista dal piano dovrebbe essere palestinese, ma non guidata da Hamas. L'ipotesi discussa riguarda una struttura tecnica incaricata di servizi pubblici, assistenza alla popolazione, gestione degli aiuti e ricostruzione. La sua legittimità dipenderà da questioni non ancora risolte: chi nominerà i suoi membri, quali poteri avrà, con quale rapporto rispetto alle istituzioni palestinesi esistenti e sotto quale sistema di controllo opererà. Un'amministrazione sulla carta non basta se non dispone di personale, fondi, sicurezza e riconoscimento locale.
La ricostruzione è una parte essenziale della proposta, ma non può iniziare pienamente senza un quadro di sicurezza stabile. Ospedali, reti idriche, scuole, abitazioni, strade e servizi di base richiedono materiali, lavoratori, finanziamenti e accessi regolari alla Striscia. Se riprendono attacchi o scontri, i cantieri diventano impossibili o vulnerabili. La ricostruzione non è quindi un capitolo separato dal negoziato: dipende direttamente dall'applicazione della tregua, dalla gestione dei valichi e dalla definizione di chi controlla il territorio.

Il nodo della sequenza: armi prima o ritiro prima

La sequenza delle concessioni è il punto che oggi rende il piano più difficile da applicare. Israele sostiene che il ritiro prima del disarmo creerebbe un vuoto di sicurezza e permetterebbe a Hamas di riorganizzarsi. Hamas afferma invece che consegnare armi senza un ritiro israeliano concreto e senza la fine degli attacchi lo esporrebbe a una perdita irreversibile di capacità difensiva e politica, senza la garanzia che Israele rispetti la propria parte dell'intesa.
Per Israele, il disarmo non può essere simbolico. Netanyahu ha affermato che dovrebbero essere eliminate armi pesanti, leggere e ogni altra capacità militare, con un controllo tale da impedire la ricostituzione delle forze armate di Hamas. Questa posizione nasce dall'obiettivo dichiarato da Israele dall'inizio della guerra: impedire che il movimento possa ripetere attacchi come quello del 7 ottobre 2023. Il governo israeliano considera quindi il controllo delle armi una condizione preventiva, non una conseguenza successiva del ritiro.
Per Hamas, invece, il ritiro e il blocco delle operazioni israeliane devono essere un impegno iniziale verificabile. Il movimento sostiene che non possa eseguire un disarmo mentre l'esercito israeliano continua a controllare vaste porzioni della Striscia e mantiene la possibilità di compiere attacchi. La posizione di Hamas non equivale a un'accettazione senza condizioni del piano statunitense: indica che il gruppo collega ogni eventuale trasferimento delle armi a garanzie concrete sul comportamento israeliano e sulla futura amministrazione palestinese.
La verifica rende il problema ancora più complesso. Per accertare un disarmo servono ispezioni, accesso a strutture, procedure per lo stoccaggio o la distruzione di armi e un'autorità capace di intervenire in caso di violazioni. Israele difficilmente accetterebbe di fondarsi soltanto su dichiarazioni politiche; Hamas difficilmente accetterebbe controlli percepiti come una prosecuzione della presenza militare israeliana. La forza internazionale prevista dalla proposta dovrebbe proprio colmare questo spazio, ma composizione, mandato e poteri non risultano definiti pubblicamente.
Il rischio di stallo nasce da questa reciproca mancanza di fiducia. Se ogni parte pretende che l'altra compia prima il passo più irreversibile, il negoziato resta bloccato. I mediatori devono quindi cercare formule graduali: misure iniziali verificabili, sospensione delle operazioni, ritiro da aree definite, trasferimento controllato di armamenti e passaggi successivi legati al rispetto di quanto già concordato. È una costruzione possibile soltanto se le garanzie non sono affidate alla buona volontà delle parti, ma a meccanismi operativi chiari.

Le obiezioni di Israele alla proposta statunitense

Benjamin Netanyahu ha definito inaccettabile la versione attuale del piano, pur confermando che Israele discute con Washington alcuni aspetti della proposta. La sua posizione non è un rifiuto di ogni negoziato, ma segnala che il governo israeliano non riconosce il documento come una base sufficiente per avviare il ritiro. Per Israele, il punto decisivo resta la certezza che Hamas non mantenga armi, comandi, tunnel, depositi o capacità di riprendere operazioni contro obiettivi israeliani.
Le operazioni mirate sono tra gli elementi più controversi. Washington ha chiesto di porre fine alle uccisioni selettive di militanti di Hamas nella Striscia, mentre Israele teme che questa limitazione permetta al movimento di ricostruire le proprie strutture. La divergenza mostra quanto sia difficile definire un cessate il fuoco dopo anni di conflitto: per Hamas, un attacco mirato è una violazione della tregua; per Israele, può essere presentato come un'azione difensiva contro una minaccia immediata.
La sicurezza israeliana non dipende soltanto dal controllo di singole aree di Gaza. Il governo di Netanyahu collega il ritiro alla creazione di un sistema che impedisca razzi, infiltrazioni, ricostituzione di gruppi armati e nuove minacce ai confini. Da questo punto di vista, una forza internazionale e una polizia palestinese possono avere un ruolo solo se dispongono di un mandato effettivo e di capacità sufficienti. Israele non considera accettabile una transizione che sostituisca la propria presenza con un'autorità incapace di controllare il territorio.
La politica interna israeliana incide sul negoziato. Netanyahu affronta un appuntamento elettorale previsto per ottobre e deve confrontarsi con ministri e alleati che rifiutano concessioni a Hamas. Esponenti della destra più radicale sostengono che l'esercito non debba ritirarsi dalla Striscia prima del completo smantellamento del movimento. Questo non prova che ogni scelta diplomatica sia dettata dalla campagna elettorale, ma spiega perché anche una concessione limitata possa diventare un tema di scontro dentro il governo e nell'opinione pubblica israeliana.
Le riserve israeliane non possono essere ridotte alla sola figura del primo ministro. Il piano dovrà confrontarsi con apparati militari, servizi di sicurezza, famiglie colpite dagli attacchi del 2023, forze politiche e comunità vicine al confine con Gaza. Un accordo che non fornisse risposte credibili sulla sicurezza rischierebbe di non reggere politicamente in Israele. Allo stesso tempo, una posizione che richieda garanzie impossibili da ottenere prima di ogni ritiro può rendere irrealizzabile qualsiasi percorso negoziale.

La posizione di Hamas e il futuro del potere a Gaza

Hamas afferma di avere accettato il quadro della proposta per evitare una nuova escalation, ma subordina la sua attuazione al rispetto degli impegni israeliani. Il movimento chiede che le autorità di mediazione e il Board of Peace facciano pressione su Israele perché interrompa le operazioni e approvi il passaggio alla fase successiva dell'intesa. Questa posizione non elimina il contrasto sul disarmo: stabilisce piuttosto che Hamas non intende fare un passo irreversibile se prima non riceve garanzie sulla fine della presenza militare e degli attacchi.
Il trasferimento delle armi è presentato da Hamas in termini diversi rispetto alla richiesta israeliana di disarmo totale. Il movimento ha indicato la possibilità di affidare le armi a una futura amministrazione palestinese tecnocratica sostenuta dagli Stati Uniti, sotto la supervisione del Board of Peace. Tuttavia, una formula di questo tipo richiede risposte precise: quali armi verrebbero consegnate, chi ne avrebbe la custodia, chi controllerebbe i combattenti, quale autorità potrebbe intervenire se emergessero depositi nascosti o gruppi non allineati.
Il governo della Striscia è un tema inseparabile dalla questione militare. Hamas ha esercitato il controllo su Gaza per quasi due decenni prima della guerra, gestendo apparati amministrativi, servizi e una rete di potere legata alla propria organizzazione. Sostituire questa struttura con una gestione civile diversa non significa soltanto nominare nuovi dirigenti. Significa garantire stipendi, sanità, istruzione, distribuzione degli aiuti, ordine pubblico e capacità amministrativa in un territorio profondamente danneggiato dal conflitto.
La polizia palestinese prevista nella proposta dovrebbe lavorare accanto a una forza internazionale di stabilizzazione. È un'ipotesi pensata per evitare sia un vuoto di sicurezza sia un ritorno al controllo militare di Hamas. Ma la polizia dovrebbe essere reclutata, formata, pagata e riconosciuta dalla popolazione; inoltre dovrebbe poter operare senza essere percepita come uno strumento di una sola parte. Senza legittimità locale, perfino una struttura ben finanziata rischia di non riuscire a garantire ordine e protezione quotidiana.
Le responsabilità di Hamas non scompaiono dal negoziato. Il piano è costruito proprio attorno alla richiesta di porre fine alla sua funzione armata e di impedire che Gaza torni a ospitare infrastrutture utilizzate per attacchi contro Israele. Tuttavia, l'eventuale passaggio a un'amministrazione civile non può ignorare che milioni di persone nella Striscia dipendono da servizi e reti locali già esistenti. La transizione deve separare il controllo armato dalla necessità di mantenere in funzione la vita civile, senza lasciare la popolazione in un vuoto amministrativo.

Gli Stati arabi e la pressione sui negoziati

I mediatori regionali cercano di trasformare il piano statunitense in una base condivisa. Egitto e Qatar hanno da tempo un ruolo centrale nei contatti con Hamas e Israele, mentre la Turchia è stata coinvolta nelle riunioni più recenti. Il loro obiettivo non è soltanto facilitare lo scambio di messaggi: devono cercare di costruire garanzie che rendano il testo politicamente praticabile per tutte le parti, evitando che una formula di principio crolli al primo disaccordo sull'applicazione.
La dichiarazione congiunta di Paesi arabi e musulmani ha criticato il rifiuto israeliano del piano e chiesto che il percorso sostenuto dagli Stati Uniti non venga bloccato. La pressione diplomatica è importante perché Israele e Hamas non negoziano in un vuoto regionale: Egitto, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Pakistan, Indonesia e altri interlocutori hanno interessi diretti nella stabilità di Gaza, nella sicurezza regionale, nella gestione dei confini e nel futuro della ricostruzione.
L'Egitto ha un interesse particolare a evitare un ulteriore deterioramento della situazione a Gaza. Il confine con la Striscia, il valico di Rafah, la gestione dei flussi umanitari e il rischio di nuovi sfollamenti rendono il dossier una questione di sicurezza nazionale oltre che di politica regionale. Il Cairo può parlare con Hamas e mantenere canali con Israele e Washington, ma non può imporre da solo il rispetto di un'intesa. Il suo ruolo è decisivo proprio perché nessuna soluzione logistica o politica può prescindere dall'Egitto.
Il Qatar continua a essere un interlocutore rilevante per i contatti con Hamas e per la gestione di aspetti finanziari e umanitari collegati a Gaza. La sua presenza nei colloqui permette ai mediatori di raggiungere la leadership del movimento, ma non garantisce automaticamente che Hamas accetti un disarmo o una rinuncia definitiva al potere. Il valore della mediazione qatariota sta nella capacità di mantenere aperto un canale quando i contatti diretti sono politicamente o legalmente difficili.
La pressione araba non sostituisce il consenso delle parti in conflitto. Può aumentare il costo politico di un rifiuto, offrire risorse per la ricostruzione e sostenere una futura amministrazione palestinese, ma non può rendere sicuro un piano che non risolva i nodi del disarmo e del ritiro. Per questo l'attivismo diplomatico regionale deve essere letto con realismo: è un elemento utile per tenere viva la trattativa, non una garanzia che l'accordo venga firmato o rispettato.

La tregua fragile e gli attacchi ancora in corso

Il cessate il fuoco raggiunto nell'ottobre 2025 aveva interrotto la fase principale della guerra iniziata dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023. Tuttavia, la tregua non ha impedito del tutto le operazioni israeliane nella Striscia. Negli ultimi mesi sono continuati attacchi, vittime e accuse reciproche di violazione dell'intesa. Il nuovo piano nasce quindi da una tregua incompleta, nella quale ogni episodio militare può essere usato come prova dell'inaffidabilità dell'altra parte.
Gli attacchi recenti a Khan Younis e Nuseirat mostrano questa fragilità. L'esercito israeliano ha indicato come obiettivo militanti di Hamas e della Jihad islamica; fonti sanitarie della Striscia hanno riferito feriti fra i palestinesi e almeno una persona morta dopo un attacco che ha colpito un accampamento di tende. Le due descrizioni non sono equivalenti e richiedono verifiche indipendenti, ma il dato politico è chiaro: la violenza continua mentre si discute di un piano che prevede la cessazione immediata delle operazioni.
La popolazione civile resta esposta alle conseguenze dell'incertezza diplomatica. Gran parte degli abitanti della Striscia vive in aree danneggiate, strutture provvisorie o campi di tende, con servizi pubblici fragili e dipendenza dagli aiuti. Ogni ritardo nella definizione delle regole su sicurezza, valichi e ricostruzione ha effetti concreti sulla disponibilità di acqua, cure, ripari e beni essenziali. Il negoziato riguarda quindi strategie militari e potere politico, ma incide direttamente sulla vita quotidiana di oltre due milioni di persone.
La continuità degli attacchi rende più difficile chiedere fiducia a Hamas e alla popolazione palestinese, mentre l'assenza di un disarmo verificabile rende più difficile chiedere fiducia a Israele. È questo il circolo che i mediatori devono spezzare. Un cessate il fuoco duraturo dovrebbe prevedere non solo l'assenza di grandi operazioni, ma canali rapidi per verificare incidenti, chiarire accuse e impedire che un singolo episodio venga usato per far saltare l'intera architettura dell'accordo.

Il Board of Peace e la forza di stabilizzazione

Il Board of Peace è la struttura promossa dagli Stati Uniti per accompagnare il percorso di tregua, ricostruzione e transizione politica a Gaza. Il suo ruolo, secondo il progetto, dovrebbe essere quello di garantire e supervisionare le diverse fasi, ma molti aspetti pratici restano da definire. Un organismo di garanzia può aiutare a coordinare finanziamenti e verifiche, ma la sua efficacia dipende dal mandato ricevuto, dalla presenza sul campo e dalla disponibilità delle parti a riconoscerne le decisioni.
La forza internazionale prevista nel piano dovrebbe operare insieme a una nuova polizia palestinese. Il compito sarebbe evitare un vuoto di sicurezza durante il ritiro israeliano e la trasformazione del ruolo di Hamas. Nessun dettaglio completo è stato reso pubblico su Paesi partecipanti, consistenza, regole d'ingaggio o durata della missione. Sono questioni decisive: una forza senza mandato chiaro può non riuscire a prevenire violenze; una missione percepita come imposta dall'esterno può incontrare resistenze sul territorio.
La sicurezza transitoria è il banco di prova di tutto il piano. Se l'esercito israeliano arretra, Hamas rinuncia alle armi e una nuova amministrazione prende il controllo dei servizi, occorre sapere chi interviene davanti a una violazione, a un attacco o a un conflitto interno. Il problema non è soltanto militare. Riguarda la protezione dei civili, la sicurezza dei convogli umanitari, il controllo dei valichi, la prevenzione di saccheggi e la capacità di far rispettare le regole in una Striscia profondamente destabilizzata.
La ricostruzione internazionale avrà bisogno di un contesto prevedibile. Paesi donatori, organizzazioni umanitarie, imprese e istituzioni finanziarie difficilmente investiranno su larga scala se non esistono garanzie minime sulla sicurezza dei materiali, dei lavoratori e delle infrastrutture costruite. Il piano americano può offrire una cornice politica, ma la ricostruzione diventerà concreta soltanto quando saranno chiariti accessi, responsabilità, supervisione e protezione delle opere civili.

Che cosa può accadere dopo gli incontri

Il confronto con Netanyahu è il primo passaggio da osservare. Gli Stati Uniti cercheranno di capire se le riserve israeliane possano essere tradotte in modifiche al piano senza rendere inaccettabili le condizioni per Hamas e per i mediatori arabi. Il rischio è che ogni concessione richiesta da Israele sul disarmo o sulle operazioni mirate venga giudicata da Hamas come una cancellazione della tregua, mentre ogni garanzia richiesta da Hamas sul ritiro venga giudicata da Israele come un pericolo per la propria sicurezza.
Un accordo parziale sarebbe possibile solo se le parti accettassero di separare le misure immediate dalle questioni più difficili. Per esempio, una riduzione verificabile degli attacchi, l'ampliamento degli aiuti, il controllo delle violazioni e l'avvio della preparazione amministrativa potrebbero precedere le decisioni più irreversibili su armi e ritiro. Tuttavia, anche un percorso graduale richiede un'intesa sul punto di arrivo: senza una visione condivisa della Gaza futura, le fasi iniziali possono diventare soltanto una tregua temporanea.
Le garanzie saranno determinanti. Israele chiederà controlli capaci di provare che Hamas non conserva una struttura armata nascosta; Hamas e i palestinesi chiederanno garanzie che il ritiro non sia sospeso indefinitamente e che gli attacchi non riprendano sotto una diversa definizione di "minaccia". I mediatori dovranno tradurre queste richieste in strumenti verificabili, con scadenze, responsabilità e conseguenze chiare in caso di violazione. Senza questo livello tecnico, il piano resterà vulnerabile alle interpretazioni contrapposte.
Il tempo non è neutrale. Ogni giorno senza accordo mantiene Gaza in una condizione di incertezza, alimenta la sfiducia fra le parti e rende più difficile la ricostruzione. Allo stesso tempo, accelerare un'intesa senza garanzie reali potrebbe produrre un fallimento rapido e una nuova fase di violenza. Il compito della diplomazia non è soltanto ottenere una firma, ma costruire un meccanismo che possa funzionare quando l'attenzione internazionale diminuisce e le parti devono rispettare impegni politicamente costosi.

Gaza, la distanza tra un piano e la sua applicazione

Il fatto verificato è che Jared Kushner ha incontrato in Egitto mediatori e rappresentanti di Hamas, con Khalil al-Hayya presente in una parte delle riunioni, per cercare di rilanciare il piano statunitense in 15 punti. Il documento prevede, nelle sue linee note, cessazione delle operazioni, disarmo delle organizzazioni armate, ritiro graduale israeliano, gestione civile palestinese, forza di stabilizzazione e ricostruzione. Nessuno di questi passaggi è però già attuato.
La frattura decisiva resta la stessa: Israele non accetta il ritiro senza il disarmo completo di Hamas; Hamas non intende compiere passi irreversibili sul proprio arsenale senza vedere prima la fine degli attacchi e un ritiro israeliano credibile. Gli Stati arabi e musulmani coinvolti cercano di aumentare la pressione per un accordo, mentre gli Stati Uniti tentano di usare il dialogo con entrambe le parti per evitare che la tregua resti priva di sbocco politico.
Voi come ritenete debba essere costruito un accordo capace di tenere insieme sicurezza israeliana, cessazione delle violenze, tutela dei civili palestinesi e ricostruzione della Striscia? Potete lasciare un commento mantenendo il confronto sui fatti verificabili, distinguendo tra la proposta ancora in discussione, le posizioni ufficiali delle parti e le condizioni concrete necessarie perché una tregua diventi davvero stabile.

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