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Gaza fuori dalla carestia, ma la fame resta un’emergenza

La carestia non risulta più attiva nella Striscia di Gaza secondo la più recente classificazione internazionale, ma il miglioramento non coincide con la fine della crisi alimentare. Tra luglio e dicembre 2026, oltre 1,4 milioni di personte a vivere condizioni di insicurezza alimentare acuta classificate almeno come crisi. Tra queste, circa 212.000 rimarranno in una situazione di emergenza, con consumi alimentari fortemente insufficienti e mezzi di sostentamento ormai quasi esauriti.
Il superamento della classificazione di carestia è stato reso possibile soprattutto dalla riduzione dell'intensità dei combattimenti seguita all'accordo dell'ottobre 2025, dall'aumento degli aiuti umanitari, dal parziale ritorno delle importazioni commerciali e dall'estensione dei programmi nutrizionali. Questi interventi hanno ridotto le forme più estreme di fame, ma non hanno ancora ricostruito un sistema alimentare autonomo né garantito alla popolazione un accesso stabile a cibi sufficienti, diversificati e nutrienti.
La situazione rimane quindi sospesa tra un miglioramento reale e il rischio di una nuova caduta. L'interruzione delle forniture, una ripresa su vasta scala delle ostilità, la chiusura dei punti di ingresso o un'ulteriore riduzione dei finanziamenti potrebbero cancellare rapidamente i progressi raggiunti e spingere una parte ancora maggiore della popolazione verso livelli critici di fame acuta.

Cosa significa che la carestia non è più classificata

Affermare che Gaza non è più classificata in carestia non significa che gli abitanti dispongano nuovamente di cibo adeguato. La carestia rappresenta una categoria tecnica eccezionale, dichiarata soltanto quando in una determinata area vengono superate contemporaneamente soglie molto elevate relative alla mancanza di alimenti, alla malnutrizione infantile e alla mortalità.
Perché un territorio venga classificato in carestia devono risultare condizioni estreme su scala collettiva. Almeno il 20% delle famiglie deve affrontare una carenza alimentare praticamente totale, almeno il 30% dei bambini deve soffrire di malnutrizione acuta e la mortalità deve superare una soglia particolarmente grave. Se uno di questi criteri non viene più raggiunto, la classificazione territoriale può essere rimossa anche quando centinaia di migliaia di persone continuano a soffrire la fame.
È inoltre necessario distinguere la carestia territoriale dalla fase 5 Catastrofe attribuita a singoli nuclei familiari. Una famiglia può trovarsi in condizioni caratterizzate da fame estrema, perdita totale dei mezzi di sostentamento e rischio di morte anche quando l'intera area non supera tutte le soglie richieste per una dichiarazione formale di carestia.
La rimozione della classificazione indica dunque un arretramento rispetto al punto più grave dell'emergenza, non il ritorno alla normalità. La maggior parte della popolazione continua a dipendere dagli aiuti per soddisfare i propri bisogni alimentari e rimane esposta a qualsiasi cambiamento negli accessi umanitari, nei prezzi o nella sicurezza.

Oltre 1,4 milioni di persone ancora in crisi

Tra la metà di aprile e la fine di giugno 2026, oltre 1,2 milioni di abitanti, pari al 59% della popolazione, si trovavano già in una condizione classificata come fase 3 o superiore. Di questi, circa 212.000 erano collocati nella fase 4, definita emergenza.
La previsione per il periodo compreso tra luglio e dicembre indica un peggioramento: le persone in fase 3 o superiore dovrebbero salire a oltre 1,4 milioni, circa due terzi dell'intera popolazione. Il numero di chi vive in emergenza è previsto intorno a 212.000, senza quindi una riduzione significativa del gruppo maggiormente vulnerabile.
La fase 3, denominata crisi, riguarda famiglie che riescono a soddisfare soltanto una parte dei bisogni alimentari essenziali e sono costrette a sacrificare altre necessità fondamentali. Possono vendere gli ultimi beni disponibili, indebitarsi, interrompere le cure, ridurre le spese per l'igiene o rinunciare all'istruzione dei figli per acquistare alimenti di base.
Nella fase 4, invece, la carenza di cibo è più profonda. Le famiglie presentano ampi deficit nei consumi, un rapido deterioramento delle condizioni fisiche e una perdita quasi completa delle risorse utilizzate per sopravvivere. Senza assistenza, aumentano il rischio di malnutrizione grave, malattia e mortalità.

Il miglioramento ottenuto dopo l'autunno 2025

Il cambiamento rispetto alla carestia dichiarata nel 2025 è legato all'aumento della quantità di alimenti entrati nella Striscia e alla maggiore capacità delle organizzazioni umanitarie di raggiungere la popolazione. Nel maggio 2026, circa 1,5 milioni di persone hanno ricevuto pacchi alimentari, mentre l'assistenza economica multiuso ha raggiunto fino a 700.000 abitanti.
Il confronto con il settembre precedente mostra la portata dell'espansione. In quel periodo, soltanto circa mezzo milione di persone aveva ricevuto qualche forma di assistenza alimentare e la copertura nutrizionale per i bambini sotto i cinque anni era inferiore all'1%. Successivamente, i programmi di prevenzione e trattamento hanno raggiunto circa il 60% dei bambini accessibili.
L'ampliamento dell'assistenza ha prodotto effetti osservabili. È diminuito il numero delle famiglie costrette ad affrontare le condizioni più estreme e sono migliorati alcuni indicatori relativi ai bambini. L'esperienza mostra che la disponibilità regolare di cibo, servizi sanitari e trattamenti nutrizionali può ridurre rapidamente la fame estrema.
Il risultato rimane però quasi interamente dipendente da interventi esterni. L'economia locale, l'agricoltura, la pesca e le attività commerciali non sono ancora in grado di assicurare un approvvigionamento autonomo. Se l'assistenza venisse ridotta, molte famiglie non avrebbero risparmi, reddito o produzione propria con cui sostituirla.

Gli aiuti restano la principale fonte di sopravvivenza

Ogni mese, le operazioni alimentari raggiungono circa 1,5 milioni di abitanti attraverso pacchi familiari, farina, pane, pasti caldi, sostegni economici e prodotti nutrizionali. Questa rete rappresenta ancora la principale barriera contro un nuovo aumento della fame.
Le cucine comunitarie preparano circa 250.000 pasti caldi al giorno, rivolti soprattutto alle famiglie che non dispongono di ingredienti, combustibile o luoghi sicuri nei quali cucinare. Ventotto panifici ricevono farina e carburante, producendo ogni giorno circa 130.000 confezioni di pane e coprendo una parte rilevante del fabbisogno della Striscia.
Circa 100.000 famiglie ricevono inoltre trasferimenti digitali di denaro. L'assistenza economica permette di acquistare prodotti disponibili nei mercati e contribuisce a riattivare parzialmente le attività commerciali. La sua efficacia dipende però dalla presenza effettiva delle merci e da prezzi accessibili.
Quando i prodotti sono scarsi o troppo costosi, il denaro distribuito perde una parte del proprio valore reale. La ripresa del commercio deve quindi accompagnarsi a un afflusso stabile di farina, legumi, verdure, frutta, carne, latticini, combustibile e altri beni indispensabili per una dieta completa.

Le razioni non garantiscono ancora una dieta adeguata

L'aumento degli aiuti ha migliorato il numero delle calorie disponibili, ma la qualità dell'alimentazione resta estremamente limitata. Molte famiglie ricevono soprattutto farina, riso, legumi, conserve e biscotti energetici, mentre l'accesso regolare a proteine fresche, frutta, verdura e latticini rimane insufficiente.
Soltanto un bambino su cinque dispone di una dieta considerata adeguata. Numerosi adulti continuano a ridurre o saltare i propri pasti per lasciare una quantità maggiore di cibo ai figli. Frutta, verdura e fonti proteiche vengono consumate da molte famiglie meno di una volta alla settimana.
Una persona può ricevere un numero minimo di calorie e continuare a soffrire di carenze nutrizionali. La mancanza di vitamine, minerali, grassi essenziali e proteine indebolisce il sistema immunitario, rallenta la crescita dei bambini e aumenta la vulnerabilità a infezioni e malattie.
Il problema è aggravato dalla scarsità di combustibile. Anche quando una famiglia possiede farine o legumi, può non avere gas, legna sicura o elettricità sufficienti per prepararli. La disponibilità formale del cibo non coincide quindi sempre con la possibilità concreta di consumarlo.

Oltre 74.000 bambini avranno bisogno di cure

Il miglioramento degli indicatori non ha eliminato la malnutrizione infantile. Tra il 2026 e l'aprile 2027, circa 74.200 bambini di età compresa tra sei mesi e cinque anni potrebbero avere bisogno di un trattamento per malnutrizione acuta.
Più di 11.400 casi sono previsti in forma grave. La malnutrizione acuta severa riduce in modo significativo la capacità dell'organismo di affrontare diarrea, infezioni respiratorie e altre patologie comuni. Senza diagnosi e trattamento tempestivi, il rischio di morte aumenta rapidamente.
Anche circa 24.600 donne incinte e in allattamento potrebbero soffrire di malnutrizione acuta entro l'aprile 2027. La carenza di nutrienti durante la gravidanza aumenta il rischio di basso peso alla nascita, parto prematuro e difficoltà nello sviluppo del bambino.
I programmi di prevenzione distribuiscono alimenti fortificati e integratori, mentre i casi più gravi richiedono prodotti terapeutici specifici e assistenza sanitaria. Il funzionamento di questa rete dipende dalla continuità delle importazioni, dalla disponibilità di personale e dall'accessibilità dei centri nutrizionali.

Acqua contaminata e malattie aggravano la fame

La malnutrizione non dipende soltanto dalla quantità di cibo. La mancanza di acqua potabile, servizi igienici e assistenza medica può impedire all'organismo di assorbire correttamente i nutrienti e trasformare una condizione di debolezza in una grave emergenza clinica.
Diarrea e infezioni intestinali provocano perdita di liquidi, calorie e micronutrienti. Un bambino malnutrito ha maggiori probabilità di ammalarsi e, una volta colpito da un'infezione, può peggiorare più rapidamente. Si crea così un circolo nel quale fame e malattia si rafforzano reciprocamente.
Le carenze di carburante, lubrificanti e pezzi di ricambio continuano a compromettere pompe, impianti di desalinizzazione e reti fognarie. Il rischio di fuoriuscite di liquami e contaminazione dell'acqua aumenta proprio nei luoghi in cui migliaia di persone vivono in rifugi sovraffollati.
Nessun ospedale della Striscia dispone di una piena capacità operativa. Le strutture sanitarie devono affrontare carenze di medicinali, personale, energia e posti letto, limitando la possibilità di curare in modo continuativo i pazienti con malnutrizione complicata.

Un solo principale punto di ingresso per gli aiuti

L'accesso alla Striscia è migliorato rispetto ai periodi più critici, ma rimane fragile e fortemente concentrato. Il valico di Kerem Shalom, conosciuto sul lato palestinese anche come Kerem Abu Salem, continua a rappresentare il principale punto di ingresso per gli aiuti e le merci.
Affidare gran parte del flusso a un solo attraversamento aumenta la vulnerabilità dell'intero sistema. Un problema tecnico, una chiusura per ragioni di sicurezza, un nuovo combattimento o un rallentamento delle ispezioni possono bloccare migliaia di tonnellate di forniture essenziali.
Il trasporto verso il nord e le zone centrali comporta inoltre percorsi più lunghi, maggiori costi e rischi operativi. Le organizzazioni devono coordinare convogli, autorizzazioni e distribuzioni in un territorio nel quale alcune aree rimangono pericolose o difficilmente accessibili.
Per rendere stabile il miglioramento servirebbe l'utilizzo regolare di più valichi a nord e a sud, insieme ai corridoi provenienti da Egitto, Israele e Giordania. La continuità degli accessi è importante quanto il numero giornaliero di camion, perché consente di programmare scorte e distribuzioni senza dipendere da aperture imprevedibili.

Le aree vicine alla linea controllata dall'esercito

Molte delle 212.000 persone classificate in emergenza alimentare vivono nei pressi della linea sottoposta al controllo militare israeliano. In queste zone l'accesso degli operatori umanitari e della popolazione ai servizi risulta particolarmente complesso.
Le restrizioni agli spostamenti possono impedire alle famiglie di raggiungere i centri di distribuzione, gli ambulatori e i mercati. Alcune aree non sono state accessibili neppure agli analisti incaricati di valutare la situazione nutrizionale, lasciando lacune nella disponibilità dei dati.
Questa mancanza di informazioni richiede cautela. L'assenza di una classificazione non dimostra necessariamente che le condizioni siano migliori; può indicare semplicemente l'impossibilità di raccogliere campioni, misurare i bambini e verificare i consumi familiari.
L'espansione delle zone non accessibili può inoltre costringere le organizzazioni a chiudere o spostare i punti di assistenza. Anche un programma ben finanziato perde efficacia quando operatori e beneficiari non possono raggiungersi in condizioni di sicurezza.

L'agricoltura locale è quasi paralizzata

La possibilità di ridurre la dipendenza dagli aiuti è ostacolata dalla situazione dell'agricoltura. Oltre il 70% dei terreni coltivabili non è accessibile e soltanto il 3% risulta attualmente utilizzabile.
Campi, serre, pozzi, sistemi di irrigazione, depositi e macchinari sono stati distrutti, danneggiati o isolati. Anche nelle aree fisicamente raggiungibili, gli agricoltori incontrano difficoltà nel reperire sementi, fertilizzanti, carburante, ricambi e strumenti.
La pesca resta fortemente limitata dall'impossibilità di accedere liberamente al mare. La perdita di questa fonte alimentare riduce la disponibilità di proteine e priva numerose famiglie di un reddito tradizionale.
Una ripresa agricola su piccola scala è stata osservata nei luoghi in cui gli allevatori hanno ricevuto mangimi, assistenza veterinaria e sostegno economico. Il numero delle pecore è aumentato del 33% nelle aree sostenute con continuità, dimostrando che una parte della produzione può essere recuperata quando esistono condizioni operative minime.

La scarsità di mangimi minaccia gli allevamenti

I progressi negli allevamenti rischiano però di essere annullati dalla carenza di mangimi. Le nuove forniture di orzo e concentrati non entrano in quantità sufficiente e le scorte disponibili potrebbero esaurirsi rapidamente.
Il prezzo locale dell'orzo è triplicato rispetto a febbraio, mentre quello dei mangimi concentrati è quasi raddoppiato. Questi aumenti rendono impossibile per molti allevatori acquistare alimenti sufficienti per gli animali.
La morte di pecore, capre e bovini ridurrebbe ulteriormente la disponibilità locale di carne, latte e prodotti derivati. Perdere gli animali significa inoltre eliminare uno degli ultimi beni produttivi rimasti alle famiglie rurali.
Ricostruire un allevamento richiede anni, non poche settimane. Proteggere gli animali sopravvissuti è quindi essenziale per evitare che la dipendenza dalle importazioni e dagli aiuti diventi ancora più profonda.

Mercati riaperti, ma prezzi ancora molto elevati

La ripresa delle importazioni commerciali ha favorito una maggiore presenza di merci nei negozi e una parziale riduzione dei prezzi. Nelle rilevazioni più recenti, alcuni prodotti alimentari sono diminuiti tra il 5 e il 10%, ma il livello generale rimane intorno al 190% dei prezzi precedenti all'ottobre 2023.
Per una popolazione in larga parte priva di reddito, anche la presenza del cibo nei mercati non garantisce la possibilità di acquistarlo. Circa l'80% degli abitanti risulta ancora senza lavoro, mentre risparmi e beni vendibili sono stati consumati durante anni di guerra e sfollamenti.
Le famiglie devono scegliere tra alimenti, medicinali, acqua, trasporti, combustibile e riparazioni dei ripari. Questa competizione tra bisogni essenziali riduce la capacità di costruire una dieta equilibrata e mantiene elevato il ricorso a strategie di sopravvivenza.
La stabilizzazione dei mercati richiede importazioni prevedibili, un'offerta più diversificata e un recupero del potere d'acquisto. Senza redditi e attività produttive, i negozi possono riempirsi mentre una parte consistente della popolazione continua a non potersi permettere i prodotti esposti.

Perché la situazione può peggiorare entro dicembre

La previsione di 1,4 milioni di persone in crisi o in condizioni peggiori indica che il miglioramento non sta ancora diventando strutturale. Il periodo compreso tra luglio e dicembre potrebbe essere caratterizzato da finanziamenti insufficienti, accessi instabili, difficoltà economiche e nuove limitazioni alla mobilità.
L'avvicinarsi dell'inverno richiederà inoltre maggiori quantità di combustibile, materiali per i rifugi, coperte, medicinali e alimenti. Le famiglie che vivono in tende o edifici danneggiati dovranno utilizzare una parte ancora maggiore delle risorse disponibili per proteggersi dal freddo e dalla pioggia.
Qualsiasi riduzione delle razioni potrebbe aumentare il numero di adulti costretti a saltare i pasti e aggravare la malnutrizione dei bambini. Se gli attuali livelli di assistenza non venissero mantenuti, fino al 90% della popolazione potrebbe affrontare livelli elevati di insicurezza alimentare entro la fine dell'anno.
Il rischio non deriva quindi da una previsione astratta, ma dalla dipendenza quasi totale da un sistema logistico e finanziario vulnerabile. Gaza dispone di margini estremamente ridotti per assorbire un nuovo blocco delle forniture.

La crisi dei finanziamenti umanitari

Le organizzazioni impegnate nell'assistenza segnalano una diminuzione dei fondi disponibili proprio mentre la popolazione continua ad avere bisogno di sostegno su vasta scala. Per mantenere le operazioni alimentari e nutrizionali a Gaza e in Cisgiordania tra luglio e dicembre 2026 sono necessari circa 426 milioni di dollari.
Le risorse servono per acquistare alimenti, noleggiare mezzi, sostenere i panifici, finanziare le cucine comunitarie, distribuire denaro e garantire i trattamenti nutrizionali. Un taglio non comporterebbe soltanto la riduzione delle razioni, ma anche la chiusura di punti di distribuzione e la perdita di personale qualificato.
I finanziamenti devono essere prevedibili e non limitarsi a contributi occasionali. Le operazioni richiedono contratti, prenotazione di merci, trasporto internazionale e pianificazione delle scorte. Senza certezze economiche, diventa difficile preparare anticipatamente le forniture necessarie per i mesi successivi.
Il mancato finanziamento rischierebbe di rendere inutili parte dei progressi ottenuti dall'autunno 2025. La fame estrema è diminuita perché l'assistenza è aumentata; ridurre nuovamente l'assistenza significherebbe rimuovere la principale causa del miglioramento alimentare.

Una tregua incompleta non basta alla ripresa

L'accordo dell'ottobre 2025 ha ridotto l'intensità generale dei combattimenti e permesso l'espansione degli aiuti, ma non ha eliminato gli episodi militari. Attacchi, spostamenti forzati e modifiche delle aree accessibili continuano a interferire con le attività umanitarie.
La sicurezza è indispensabile per distribuire alimenti, riparare i pozzi, riaprire le aziende e permettere agli agricoltori di raggiungere i terreni. Un camion può attraversare il confine, ma il suo contenuto rimane inutilizzabile se non può essere trasportato in modo sicuro fino ai quartieri e ai campi per sfollati.
La ripresa richiede una cessazione stabile delle ostilità, non soltanto una diminuzione temporanea degli attacchi. Le famiglie devono poter tornare nelle proprie comunità, ricostruire le abitazioni e avviare attività economiche senza il rischio di un nuovo sfollamento.
Senza stabilità, gli interventi restano concentrati sull'emergenza quotidiana. Si distribuisce cibo per impedire il peggioramento, ma non si creano ancora le condizioni necessarie affinché la popolazione possa tornare a produrlo o acquistarlo autonomamente.

Il significato reale dei progressi

Il superamento della carestia dimostra che l'aumento degli aiuti e la riduzione dei combattimenti possono salvare vite. Non rappresenta però una prova del fatto che la crisi umanitaria sia terminata.
Due terzi della popolazione continueranno a vivere almeno in fase di crisi durante la seconda metà del 2026. Più di 200.000 persone resteranno in emergenza, decine di migliaia di bambini avranno bisogno di trattamenti e la quasi totalità degli abitanti continuerà a dipendere da un sistema esterno di assistenza.
Il successo deve quindi essere valutato rispetto al punto di partenza: Gaza si è allontanata dalle condizioni collettive necessarie per dichiarare una carestia, ma rimane distante dalla sicurezza alimentare. Non basta evitare la morte per fame; è necessario garantire quantità, qualità, continuità e accessibilità del cibo.
Il prossimo obiettivo non può limitarsi a impedire il ritorno della fase più estrema. Deve comprendere la riapertura dei mercati, il recupero dell'agricoltura, l'accesso al mare, la ricostruzione dei servizi e il ritorno di un reddito per le famiglie.

Un equilibrio che può spezzarsi rapidamente

La situazione di Gaza è oggi sostenuta da un equilibrio estremamente fragile tra assistenza umanitaria, importazioni commerciali e riduzione delle ostilità. Se uno di questi elementi venisse meno, il deterioramento potrebbe essere rapido perché la popolazione non dispone ancora di alternative sufficienti.
I dati mostrano contemporaneamente un progresso e un allarme. La carestia non è più classificata, ma 1,4 milioni di persone sono previste in crisi o in condizioni peggiori; 212.000 rimangono in emergenza e più di 74.000 bambini potrebbero aver bisogno di cure contro la malnutrizione entro l'aprile 2027.
Per rendere duraturi i miglioramenti sarà necessario garantire l'apertura stabile di più valichi, proteggere gli operatori, finanziare i programmi, ampliare i flussi commerciali e consentire la ripresa dei mezzi di sostentamento. In assenza di queste condizioni, il superamento della carestia resterà una conquista reversibile.
Secondo voi, la comunità internazionale riuscirà a mantenere gli aiuti necessari e a trasformare questo fragile miglioramento in una vera ripresa? Lasciate un commento e condividete la vostra opinione sulle misure più urgenti per impedire che Gaza torni verso una nuova emergenza alimentare estrema.

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