Gaza e Cisgiordania, nuove vittime mentre la tregua resta fragile
Nuove vittime a Gaza e in Cisgiordania riportano al centro dell'attenzione la persistente fragilità della situazione israelo-palestinese nonostante il cessate il fuoco sostenuto dagli Stati Uniti entrato in vigore nell'ottobre 2025. Domenica 23 agosto 2026 due raid israeliani nella parte centrale della Striscia hanno provocato almeno due morti e sette feriti secondo le autorità sanitarie palestinesi. Tra le vittime c'è Mohammad Abdel-Salam Taha, un bambino di quattro anni rimasto ferito dalle schegge e dai detriti prodotti dal bombardamento di un edificio ad Al-Zawayda e successivamente dichiarato morto in ospedale. Nello stesso fine settimana, in Cisgiordania, il quattordicenne Islam Ajjouri è stato ucciso durante un'operazione delle forze israeliane nel campo profughi di Askar, vicino Nablus.
Gli episodi appartengono a contesti operativi differenti e devono essere ricostruiti separatamente. A Gaza, Israele afferma di continuare a colpire membri e infrastrutture di Hamas e di altri gruppi armati, sostenendo di dover rispondere anche al lancio dalla Striscia di droni, palloni e aquiloni verso il territorio israeliano. Hamas accusa invece Israele di violare ripetutamente il cessate il fuoco e di ostacolare il piano negoziale destinato a trasformare la tregua in un accordo più stabile. In Cisgiordania, intanto, operazioni militari, attacchi palestinesi contro israeliani, violenze dei coloni e tensioni territoriali continuano a produrre morti, feriti e nuove restrizioni.
Due raid nel centro della Striscia domenica 23 agosto
Il primo degli attacchi di domenica ha colpito un edificio ad Al-Zawayda, nella parte centrale della Striscia di Gaza. Prima dell'attacco, secondo residenti dell'area, le forze israeliane avevano avvertito i proprietari della struttura di lasciare l'edificio. Il bombardamento ha distrutto il fabbricato, proiettando detriti e schegge per decine di metri nell'area circostante.
Secondo i medici palestinesi, almeno sei persone sono rimaste ferite dalle conseguenze dell'esplosione. Tra loro si trovava Mohammad Abdel-Salam Taha, di quattro anni. Il bambino è stato trasportato in ospedale ma è successivamente morto per le ferite riportate. Le informazioni disponibili identificano quindi con chiarezza almeno una vittima civile minorenne dell'attacco.
Un secondo raid ha interessato il vicino campo profughi di Nuseirat. Considerando insieme i due attacchi, le autorità sanitarie palestinesi hanno riferito almeno due morti e sette feriti. Le informazioni rese pubbliche nelle prime ore non hanno fornito elementi sufficienti per stabilire con certezza lo status della seconda persona uccisa e sarebbe quindi improprio classificarla automaticamente come civile o combattente senza ulteriori riscontri.
L'esercito israeliano dice di verificare i due bombardamenti
Le forze armate israeliane hanno dichiarato di stare esaminando le circostanze dei raid di Al-Zawayda e Nuseirat. Questa precisazione è importante perché distingue i due specifici bombardamenti dalle altre operazioni contro membri di Hamas rivendicate direttamente da Israele durante lo stesso fine settimana.
Non è quindi corretto attribuire automaticamente alle autorità israeliane una spiegazione definitiva del perché il bambino sia stato colpito. Nel caso di Al-Zawayda è accertato che era stato impartito un avviso di evacuazione relativo all'edificio. Resta però da chiarire quale fosse l'obiettivo militare individuato, quale valutazione fosse stata effettuata sui possibili effetti nelle aree circostanti e come le schegge abbiano raggiunto le persone presenti nelle vicinanze.
Un avviso di evacuazione non chiude la questione giuridica
Il fatto che sia stato emesso un avvertimento preventivo costituisce un elemento rilevante nella valutazione delle precauzioni adottate, ma non basta da solo a determinare automaticamente la conformità di un attacco al diritto internazionale umanitario. Durante un conflitto armato, tutte le parti sono tenute a rispettare i principi di distinzione, proporzionalità e precauzione.
Gli attacchi devono essere diretti contro obiettivi militari, mentre devono essere adottate tutte le precauzioni concretamente possibili per evitare o ridurre le perdite civili. Anche quando un bersaglio è militarmente legittimo, un attacco non può essere eseguito se il danno incidentale previsto alla popolazione civile risulta eccessivo rispetto al vantaggio militare concreto e diretto atteso.
L'avviso alla popolazione è una delle possibili misure precauzionali, ma gli abitanti che rimangono nell'area non perdono per questo la propria protezione civile. Nel caso di Al-Zawayda, inoltre, il bambino non risulta essere morto all'interno dell'edificio direttamente colpito, ma dopo essere stato raggiunto da schegge e detriti nell'area circostante.
Israele continua a dichiarare di colpire Hamas
Parallelamente ai due raid sui quali ha annunciato verifiche, l'esercito israeliano ha rivendicato altre operazioni contro Hamas. Sabato 22 agosto ha annunciato di avere ucciso a Deir al-Balah Sharif Al-Hasnat, indicato come comandante di compagnia nel battaglione locale dell'ala militare del movimento palestinese.
Secondo Israele, Al-Hasnat aveva partecipato durante la guerra ai tentativi di ricostruire l'infrastruttura sotterranea di Hamas e stava continuando a preparare attacchi contro soldati israeliani e civili. Le forze armate lo hanno descritto come una minaccia immediata. Si tratta della versione fornita dall'esercito israeliano e non di una valutazione indipendente sul ruolo specifico svolto dall'uomo.
Domenica Israele ha inoltre annunciato l'uccisione di Ismail Abu Ful, presentato come responsabile di un sito per la produzione di armi collegato alla struttura produttiva di Hamas. Secondo l'esercito, l'uomo avrebbe partecipato alla fabbricazione di ordigni e missili anticarro. Anche queste affermazioni appartengono alla ricostruzione militare israeliana.
Palloni, droni e aquiloni aumentano la tensione
La nuova escalation è collegata anche alle segnalazioni israeliane di palloni, droni e aquiloni provenienti da Gaza e diretti verso Israele. Dopo una valutazione della situazione effettuata domenica, l'ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha avvertito Hamas che, se questi lanci non termineranno, l'esercito intensificherà gli attacchi e potrà ordinare nuove evacuazioni nelle aree della Striscia interessate.
Hamas respinge questa interpretazione e sostiene che Israele utilizzi episodi limitati per giustificare una nuova espansione delle operazioni. Il dirigente Basem Naim ha contestato in particolare la descrizione degli aquiloni come una minaccia militare, sostenendo che alcuni vengano fatti volare da bambini tra le macerie.
Il punto centrale resta però la possibilità che anche episodi relativamente circoscritti producano una nuova spirale di azione e rappresaglia. La tregua del 2025 ha ridotto fortemente l'intensità della guerra su larga scala, ma non ha eliminato i meccanismi che possono riattivare rapidamente le ostilità.
Il cessate il fuoco dell'ottobre 2025 non ha fermato tutte le morti
L'accordo sostenuto dagli Stati Uniti nell'ottobre 2025 aveva posto fine alla fase principale dei combattimenti nella Striscia, ma non ha prodotto una cessazione totale delle operazioni militari. Da allora si sono susseguiti raid israeliani, incidenti lungo le linee di separazione, attacchi palestinesi e accuse reciproche di violazione.
Secondo le autorità sanitarie di Gaza, più di 1.280 palestinesi sono morti nella Striscia dall'entrata in vigore del cessate il fuoco. L'esercito israeliano riferisce invece la morte di quattro soldati israeliani nello stesso periodo. Questi numeri non descrivono più la guerra ad altissima intensità degli anni precedenti, ma dimostrano che la parola "tregua" non equivale a un'assenza completa di violenza.
Il cessate il fuoco ha quindi modificato la scala del conflitto, non ne ha ancora risolto le cause politiche e militari. È proprio questa differenza a spiegare perché un singolo fine settimana con due raid, un bambino morto e nuovi avvertimenti possa assumere un peso superiore al numero assoluto delle vittime registrate.
Il piano americano resta bloccato sui punti più difficili
La tregua avrebbe dovuto aprire la strada a un accordo più ampio sostenuto dall'amministrazione statunitense guidata da Donald Trump. Il progetto prevede, attraverso diverse fasi, il disarmo di Hamas, il progressivo ritiro delle forze israeliane, nuove strutture di sicurezza e un percorso di ricostruzione della Striscia.
Il problema centrale riguarda la sequenza delle concessioni. Israele sostiene che Hamas debba essere disarmato completamente prima di un ritiro sostanziale delle proprie forze. Hamas chiede invece garanzie sul ritiro israeliano e sulla piena applicazione del cessate il fuoco prima di procedere agli elementi più delicati della smilitarizzazione.
È una divergenza che appare tecnica soltanto in superficie. Per Israele, lasciare posizioni militari prima del disarmo di Hamas potrebbe permettere al movimento di ricostruire le proprie capacità. Per Hamas, consegnare le armi prima di ottenere il ritiro significherebbe rinunciare alla propria principale leva negoziale senza la certezza della fine della presenza militare israeliana.
I mediatori temono che i raid compromettano il negoziato
Egitto, Qatar e Turchia, impegnati nel processo diplomatico, hanno espresso nelle ultime settimane una crescente preoccupazione per la ripresa degli attacchi israeliani. I mediatori sostengono che nuovi bombardamenti possano indebolire il cessate il fuoco proprio mentre si tenta di superare lo stallo sui punti decisivi del piano politico.
Israele replica che una tregua non può essere interpretata come l'obbligo di tollerare minacce provenienti da Hamas o da altri gruppi armati. Il governo Netanyahu continua quindi a rivendicare il diritto di colpire persone e infrastrutture che considera parte della capacità militare palestinese.
Questa divergenza produce una tregua dalla natura particolarmente instabile: non esiste una vera normalizzazione, ma una situazione nella quale entrambe le parti ritengono di poter effettuare alcune operazioni senza considerare automaticamente terminato l'accordo di cessate il fuoco.
Gaza resta estremamente vulnerabile anche a raid limitati
La conseguenza è particolarmente grave per la popolazione civile perché la Striscia di Gaza esce da anni di guerra con un livello di distruzione straordinario. Gran parte della popolazione rimane sfollata internamente e vive in abitazioni danneggiate, strutture temporanee o aree nelle quali la disponibilità di servizi essenziali resta fortemente compromessa.
Le condizioni rendono persino un bombardamento circoscritto potenzialmente più pericoloso rispetto a ciò che accadrebbe in una città pienamente funzionante. Le persone possono trovarsi vicino a macerie instabili, in spazi molto densamente popolati o senza mezzi di trasporto che consentano di allontanarsi rapidamente dopo un ordine di evacuazione.
All'inizio di luglio circa il 90% della popolazione monitorata dagli organismi umanitari sperimentava forme da moderate a elevate di insicurezza nell'accesso all'acqua potabile. In molte zone continuano inoltre problemi legati a fognature, rifiuti, abitazioni danneggiate e disponibilità discontinua dei servizi sanitari.
Il bambino morto mostra il rischio degli effetti indiretti
La morte di Mohammad Abdel-Salam Taha evidenzia uno degli aspetti più difficili della guerra in aree urbane densamente popolate. Il danno civile non deriva necessariamente dal fatto che il bersaglio diretto sia una persona o un edificio civile. Anche un attacco contro un obiettivo considerato militare può produrre vittime attraverso onde d'urto, frammenti e crolli nelle strutture circostanti.
È proprio per questo che il principio di proporzionalità guarda agli effetti prevedibili dell'attacco e non esclusivamente alla natura dell'obiettivo. La presenza di un bersaglio militare non cancella l'obbligo di considerare il rischio per bambini, famiglie e altre persone presenti nelle vicinanze.
Allo stesso tempo, il diritto internazionale vieta ai gruppi armati di utilizzare la popolazione civile come scudo umano e impone anche alla parte che controlla un territorio di adottare, per quanto possibile, precauzioni per proteggere i civili dagli effetti delle operazioni. Le regole fondamentali della guerra vincolano quindi tutte le parti coinvolte.
Israele accusa Hamas di utilizzare infrastrutture civili
Israele sostiene da anni che Hamas collochi combattenti, centri di comando, depositi di armi e infrastrutture sotterranee all'interno o nelle vicinanze di aree civili. L'esercito utilizza questa affermazione per spiegare perché alcuni bersagli vengano colpiti in quartieri densamente abitati.
Hamas e le autorità di Gaza contestano molte delle ricostruzioni israeliane relative ai singoli attacchi. In numerosi episodi è difficile ottenere rapidamente una verifica indipendente, soprattutto perché l'accesso ai siti può essere limitato e le informazioni iniziali provengono spesso direttamente dalle parti coinvolte.
Per questa ragione ogni attacco deve essere valutato sulla base dei propri elementi specifici. Dire genericamente che Hamas utilizza infrastrutture civili non dimostra automaticamente che un determinato edificio fosse un obiettivo militare; allo stesso modo, la presenza di vittime civili non dimostra automaticamente che un attacco sia stato deliberatamente diretto contro civili.
La morte di Islam Ajjouri in Cisgiordania
Mentre a Gaza continuavano i raid, la Cisgiordania occupata registrava un'altra vittima minorenne. Secondo funzionari sanitari palestinesi, le forze israeliane hanno sparato e ucciso Islam Ajjouri, 14 anni, durante un'incursione nel campo profughi di Askar, vicino alla città di Nablus.
L'esercito israeliano ha dichiarato di stare verificando l'incidente. Al momento delle prime informazioni non era quindi disponibile una ricostruzione militare completa che chiarisse perché i soldati abbiano aperto il fuoco, se fossero in corso scontri, se il ragazzo fosse coinvolto direttamente nelle ostilità o quale minaccia fosse stata percepita dagli uomini sul terreno.
In assenza di questi elementi sarebbe improprio riempire il vuoto informativo attraverso ipotesi. Il dato accertato attraverso le autorità sanitarie palestinesi è che un quattordicenne palestinese è morto per colpi israeliani durante un'operazione militare nel campo.
Askar si trova in un'area interessata da frequenti incursioni
Il campo profughi di Askar si trova nell'area di Nablus, nel nord della Cisgiordania, una delle regioni nelle quali le forze israeliane conducono regolarmente operazioni finalizzate alla ricerca e all'arresto di sospetti appartenenti a gruppi armati palestinesi.
Le incursioni possono provocare scontri con uomini armati, lanci di pietre o altri episodi di violenza. In numerose operazioni degli ultimi anni sono morti anche adolescenti e persone non direttamente coinvolte nei combattimenti, mentre Israele sostiene che una parte dei giovani uccisi partecipasse ad azioni contro le proprie forze.
È proprio per questo che la ricostruzione delle singole morti assume un'importanza particolare. L'età della vittima non determina da sola il suo eventuale coinvolgimento in un'azione ostile, ma impone una verifica particolarmente rigorosa sulle circostanze dell'uso della forza.
Nello stesso giorno un israeliano è stato accoltellato vicino Gerico
La violenza del fine settimana in Cisgiordania non ha riguardato soltanto palestinesi. Domenica un uomo israeliano è stato accoltellato nell'area di Al-Auja, vicino Gerico, da un sospettato che polizia ed esercito israeliani hanno indicato come palestinese.
Un filmato di sicurezza diffuso dalle forze israeliane mostrava un uomo nei pressi di un veicolo lungo una strada principale prima dell'aggressione con coltello. Il sospettato è fuggito a piedi, provocando una vasta operazione di ricerca tra Al-Auja, Gerico e le aree circostanti.
Nel pomeriggio le forze israeliane hanno annunciato di avere arrestato il sospettato grazie a informazioni di intelligence raccolte durante la ricerca. L'uomo è stato consegnato agli apparati di sicurezza per gli interrogatori. Si tratta di un episodio separato dall'uccisione del quattordicenne Islam Ajjouri vicino Nablus e non deve essere utilizzato per collegare automaticamente i due eventi.
La Cisgiordania vive una fase di crescente instabilità
La Cisgiordania ospita circa tre milioni di palestinesi e oltre mezzo milione di coloni israeliani negli insediamenti, senza considerare separatamente l'intera complessità demografica di Gerusalemme Est. Negli ultimi mesi il territorio ha registrato un aumento delle tensioni legate a operazioni militari, attacchi palestinesi, violenza dei coloni e nuove iniziative di espansione degli insediamenti.
La situazione è molto diversa da quella di Gaza. Non esiste una guerra convenzionale di intensità paragonabile a quella attraversata dalla Striscia, ma si verifica una forma più frammentata di violenza quotidiana, composta da incursioni, checkpoint, arresti, attentati, aggressioni, demolizioni e scontri per il controllo della terra.
Questa frammentazione rende più difficile attirare la stessa attenzione internazionale di un grande bombardamento. Tuttavia, accumulati nel tempo, gli episodi modificano profondamente la sicurezza delle comunità e alimentano una crescente sfiducia reciproca.
Le violenze dei coloni sono aumentate
Nelle ultime settimane diversi villaggi palestinesi hanno denunciato un aumento delle aggressioni da parte di coloni israeliani. Tra i casi più discussi c'è quello di Qusra, dove alcune abitazioni palestinesi sono state circondate da gruppi di coloni e i residenti hanno riferito intimidazioni, aggressioni e restrizioni all'accesso alle proprie proprietà.
Le stesse forze israeliane sono intervenute in alcuni episodi contro avamposti non autorizzati e hanno avuto scontri con coloni che resistevano alla rimozione. L'esercito ha definito illegale almeno una delle installazioni create direttamente davanti ad abitazioni palestinesi.
Questo dettaglio dimostra che non esiste una perfetta coincidenza tra le posizioni dello Stato israeliano e ogni iniziativa dei coloni. Allo stesso tempo, organizzazioni palestinesi e gruppi per i diritti umani accusano il governo di avere favorito attraverso l'espansione degli insediamenti un ambiente nel quale le azioni più aggressive dei coloni risultano più frequenti.
Gli insediamenti restano uno dei nodi centrali
La maggior parte della comunità internazionale, le Nazioni Unite e la Corte internazionale di giustizia considerano gli insediamenti israeliani nei territori occupati contrari al diritto internazionale. Israele contesta questa interpretazione e richiama, oltre alle proprie argomentazioni giuridiche, legami storici e biblici del popolo ebraico con la Giudea e Samaria, denominazione utilizzata dallo Stato israeliano per la Cisgiordania.
La disputa non è soltanto terminologica. L'espansione degli insediamenti modifica l'utilizzo del territorio, le strade, l'accesso alle risorse e la continuità geografica delle comunità palestinesi, diventando così uno degli ostacoli principali a qualsiasi futura soluzione fondata sulla presenza di due Stati.
Israele sostiene che lo status definitivo dei territori debba essere deciso attraverso negoziati politici e mette in discussione alcune delle interpretazioni internazionali sull'illegalità degli insediamenti. La posizione predominante negli organismi internazionali rimane tuttavia opposta.
Gaza e Cisgiordania non sono lo stesso fronte
Mettere nello stesso titolo Gaza e Cisgiordania non deve portare a trattarle come un unico campo di battaglia. A Gaza la questione centrale è la fragile tregua tra Israele e Hamas dopo anni di guerra. In Cisgiordania Hamas non esercita il controllo amministrativo del territorio e la struttura politica, militare e geografica è completamente differente.
Ciò che unisce i due fronti è invece la loro influenza reciproca. Ogni nuovo raid a Gaza può alimentare proteste e tensioni in Cisgiordania; ogni attacco contro israeliani può provocare operazioni di sicurezza più estese; l'espansione degli insediamenti può aumentare la pressione politica sui negoziati relativi alla questione palestinese nel suo complesso.
Il rischio è quindi una progressiva interconnessione delle crisi, nella quale un episodio locale diventa il punto di partenza per reazioni su territori diversi.
Il cessate il fuoco ha ridotto la guerra, non il trauma
Per la popolazione di Gaza, l'accordo dell'ottobre 2025 ha ridotto sensibilmente il ritmo delle grandi operazioni militari, ma il territorio continua a vivere tra macerie, sfollamento e incertezza. Migliaia di famiglie non sono tornate a una vita stabile e molti bambini conoscono da anni soltanto un contesto segnato dalla guerra.
La morte di un bambino di quattro anni assume in questo quadro un significato particolarmente duro. Mohammad era nato poco prima o durante la fase iniziale della lunga crisi e ha trascorso una parte sostanziale della propria vita in un territorio attraversato da bombardamenti e sfollamenti.
Questo dato umano non deve diventare uno strumento per anticipare giudizi giuridici sull'attacco specifico, ma ricorda perché la protezione dei civili rimane l'elemento fondamentale di qualsiasi accordo capace di trasformare la tregua in una pace effettiva.
I numeri delle vittime devono essere attribuiti con precisione
In un conflitto nel quale le parti producono continuamente informazioni contrastanti, è fondamentale specificare chi comunica un bilancio. Il dato di oltre 1.280 palestinesi morti a Gaza dall'ottobre 2025 proviene dalle autorità sanitarie della Striscia. Il dato dei quattro soldati israeliani morti nello stesso periodo viene invece comunicato dall'esercito israeliano.
Allo stesso modo, quando Israele identifica una persona uccisa come comandante di Hamas, l'attribuzione deve essere presentata come affermazione delle proprie forze armate fino a quando non sia disponibile una verifica indipendente. Lo stesso criterio vale per le accuse palestinesi relative alle intenzioni o alla condotta delle forze israeliane.
La precisione nell'attribuzione non serve a creare una falsa equivalenza tra ogni informazione. Serve a distinguere ciò che è stato verificato direttamente da ciò che viene sostenuto dalle parti coinvolte, permettendo al lettore di comprendere il livello di certezza di ogni elemento.
Una tregua può fallire anche senza una dichiarazione formale
Uno dei rischi principali è che il cessate il fuoco perda progressivamente significato senza che nessuna delle parti dichiari formalmente di averlo abbandonato. Se aumentano bombardamenti, lanci, incursioni e ordini di evacuazione, la differenza tra tregua fragile e ritorno alla guerra può diventare sempre meno visibile.
Per questo i mediatori cercano di impedire che ogni incidente venga seguito da una risposta di intensità superiore. Il meccanismo più pericoloso è quello dell'escalation incrementale: un lancio limitato produce un raid, il raid provoca una reazione e la reazione giustifica un'operazione ancora più ampia.
La morte di civili rende inoltre politicamente più difficile per le parti mantenere la moderazione, perché aumenta la pressione dell'opinione pubblica e rafforza le componenti che considerano inutile la prosecuzione del negoziato.
Il disarmo di Hamas resta il nodo più difficile
Israele considera il disarmo di Hamas una condizione essenziale perché la guerra possa dirsi realmente terminata. Dopo l'attacco del 7 ottobre 2023, il governo israeliano sostiene che non possa essere tollerata la ricostruzione di tunnel, arsenali e strutture militari capaci di produrre una nuova offensiva.
Hamas, dal canto proprio, considera le proprie armi una componente della resistenza palestinese e teme che consegnarle prima di un ritiro israeliano definitivo renda impossibile esercitare qualsiasi pressione sulla fase successiva dell'accordo. È uno dei motivi per cui i negoziati sulla sicurezza risultano molto più complessi rispetto a quelli relativi a una semplice sospensione temporanea dei combattimenti.
Le operazioni israeliane contro persone accusate di ricostruire l'infrastruttura sotterranea vengono presentate proprio come interventi destinati a impedire questo riarmo. Hamas le considera invece violazioni di un accordo che dovrebbe impedire nuove azioni militari.
La ricostruzione di Gaza dipende dalla stabilità della tregua
Ogni nuova escalation ha anche conseguenze sulla futura ricostruzione. Riparare abitazioni, reti idriche, ospedali e infrastrutture richiede personale, materiali e investimenti che difficilmente possono essere mobilitati su larga scala se resta il rischio di nuovi bombardamenti.
Un cessate il fuoco realmente stabile è quindi necessario non soltanto per ridurre le vittime, ma per consentire una transizione dall'assistenza umanitaria alla ricostruzione permanente. Senza questa fase, milioni di persone rischiano di rimanere per anni dipendenti da strutture provvisorie e aiuti esterni.
La persistente insicurezza può inoltre scoraggiare gli Stati e le istituzioni internazionali dall'assumere impegni finanziari pluriennali. Nessun piano di ricostruzione urbana può funzionare se gli edifici appena riparati rischiano di essere nuovamente distrutti durante la successiva escalation.
La Cisgiordania può diventare il secondo grande punto di rottura
Parallelamente, il deterioramento della situazione in Cisgiordania rischia di complicare ulteriormente qualsiasi accordo su Gaza. Una soluzione limitata alla Striscia non può isolarsi completamente da ciò che accade tra Nablus, Ramallah, Hebron, Gerico e gli altri territori palestinesi.
Le operazioni militari israeliane vengono giustificate con la necessità di prevenire attacchi armati e smantellare cellule considerate responsabili di attentati. Per i palestinesi, la frequenza delle incursioni, degli arresti e delle uccisioni costituisce invece una delle manifestazioni più dirette dell'occupazione.
A queste tensioni si aggiungono violenza dei coloni e crescita degli insediamenti. Il risultato è un territorio nel quale persino un accordo relativamente stabile a Gaza potrebbe essere continuamente messo alla prova da eventi avvenuti decine di chilometri più a nord o a est.
La morte di due minorenni in due territori diversi
Il fine settimana lascia soprattutto l'immagine di due giovanissime vittime: Mohammad Abdel-Salam Taha, quattro anni, nella Striscia di Gaza, e Islam Ajjouri, quattordici anni, in Cisgiordania. Le circostanze delle loro morti sono differenti e non devono essere confuse.
Mohammad è stato colpito dagli effetti di un raid contro un edificio ad Al-Zawayda. Islam è morto durante un'operazione militare nel campo di Askar. Nel primo caso l'esercito israeliano sta verificando i due raid della giornata; nel secondo ha dichiarato di stare verificando specificamente l'incidente che ha portato alla morte del ragazzo.
La necessità di queste verifiche è essenziale perché la protezione dei minori durante i conflitti non può dipendere da ricostruzioni approssimative. Stabilire che cosa sia avvenuto, chi abbia aperto il fuoco, quale fosse il bersaglio e quali precauzioni siano state adottate costituisce parte integrante della responsabilità delle forze coinvolte.
Il prossimo rischio è una nuova espansione dei raid
L'avvertimento diffuso dall'ufficio di Netanyahu rende le prossime giornate particolarmente delicate. Israele ha esplicitamente dichiarato che potrebbe intensificare gli attacchi e imporre nuove evacuazioni se continueranno i lanci dalla Striscia.
Molto dipenderà quindi dal comportamento di Hamas e degli altri gruppi armati, dalla capacità dei mediatori di mantenere aperti i contatti e dalla valutazione israeliana sulle minacce provenienti da Gaza. Un'interruzione dei lanci potrebbe evitare una nuova escalation; nuovi episodi potrebbero invece offrire al governo israeliano la motivazione per ampliare le operazioni.
La storia degli ultimi mesi dimostra però che anche una riduzione delle attività non elimina completamente gli attacchi mirati israeliani contro persone ritenute impegnate nella ricostruzione delle capacità militari di Hamas.
La differenza tra tregua e pace resta enorme
Il fine settimana del 22 e 23 agosto mostra infine la distanza che separa un cessate il fuoco da un accordo di pace. Una tregua può ridurre bombardamenti e scontri, ma non risolve automaticamente disarmo, sicurezza, occupazione, insediamenti, confini, governo di Gaza e futuro politico palestinese.
Finché questi problemi rimangono irrisolti, ogni episodio violento conserva la capacità di riaprire questioni che sembravano temporaneamente congelate. Il bambino morto ad Al-Zawayda, il raid a Nuseirat, l'uccisione del quattordicenne ad Askar e l'accoltellamento vicino Gerico non sono manifestazioni identiche dello stesso conflitto, ma appartengono alla stessa instabilità politica e territoriale.
Un fine settimana che mostra tutta la fragilità dell'equilibrio
Alla mattina del 24 agosto 2026, il quadro verificabile è quindi quello di almeno due persone uccise e sette ferite nei raid di domenica nel centro di Gaza, con un bambino di quattro anni tra le vittime; di un quattordicenne palestinese ucciso dalle forze israeliane durante un'operazione vicino Nablus; e di un israeliano ferito in un attacco con coltello vicino Gerico, per il quale il sospettato è stato successivamente arrestato.
Israele continua a dichiarare di voler impedire la ricostruzione delle capacità militari di Hamas e minaccia una risposta più dura ai lanci provenienti dalla Striscia. Hamas accusa Israele di svuotare progressivamente il cessate il fuoco e chiede che il negoziato produca un ritiro effettivo delle forze israeliane. Sullo sfondo, Stati Uniti e mediatori regionali cercano ancora di trasformare una tregua incompleta in un accordo capace di sopravvivere agli incidenti sul terreno.
La priorità resta impedire che le vittime aumentino ancora
Il dato più importante delle prossime ore non sarà soltanto il numero dei nuovi raid, ma la capacità delle parti di evitare una nuova spirale di escalation. Il cessate il fuoco ha già dimostrato di poter ridurre la guerra senza eliminarla; il vero passaggio politico consiste ora nel trasformarlo in regole abbastanza solide da rendere sempre più raro l'uso della forza.
Per Gaza significa proteggere una popolazione che continua a vivere in condizioni di forte vulnerabilità umanitaria. Per la Cisgiordania significa affrontare contemporaneamente operazioni militari, attacchi contro israeliani, violenza dei coloni e disputa sugli insediamenti. Per Israele significa trovare una risposta alle proprie esigenze di sicurezza che sia compatibile con gli obblighi di protezione della popolazione civile.
Il fine settimana ricorda soprattutto quanto il prezzo dell'assenza di un accordo stabile continui a essere pagato dalle persone sul terreno. Se ritenete che la priorità debba essere rafforzare i meccanismi internazionali di verifica del cessate il fuoco o accelerare un accordo politico complessivo, potete lasciare nei commenti la vostra opinione mantenendo il confronto rispettoso delle vittime e della complessità del conflitto.

