• 0 commenti

I figli della scimmia arriva al cinema dopo Venezia

Da oggi, 17 settembre 2026, arriva nelle sale italiane I figli della scimmia, il lungometraggio diretto da Tommaso Landucci con Riccardo Scamarcio, Fausto Russo Alesi, Andrea Aggio, Lidiya Liberman, Tancredi Naldini, Cristina Odasso e Luigi Diberti. Il film raggiunge il pubblico pochi giorni dopo la partecipazione all'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, dove ha ottenuto due importanti riconoscimenti nella sezione Orizzonti.
Riccardo Scamarcio ha ricevuto il premio Orizzonti per il miglior attore, mentre Tommaso Landucci e Damiano Femfert hanno conquistato quello per la migliore sceneggiatura. Due premi che accompagnano nelle sale un progetto nato molti anni prima delle riprese e sviluppato attraverso differenti percorsi dedicati alla scrittura e alla produzione cinematografica.
Al centro della storia c'è Dario, padre di un ragazzo con una grave disabilità al quale dedica gran parte delle proprie cure. La sua vita familiare entra progressivamente in crisi quando il rapporto con il nipote adolescente Giacomo diventa sempre più intenso e Dario comincia a proiettare su di lui l'immagine del figlio che avrebbe desiderato avere.

Una storia familiare costruita intorno a un desiderio difficile da confessare

Il nucleo narrativo de I figli della scimmia nasce da un conflitto psicologico profondamente scomodo. Dario ama suo figlio Enrico e se ne prende cura, ma nel rapporto con il nipote Giacomo intravede improvvisamente una diversa versione della paternità: quella che nella propria immaginazione avrebbe potuto vivere in altre circostanze.
Il film non parte quindi da un conflitto esterno tradizionale, ma da un desiderio inesprimibile. Dario si confronta con una parte di sé che probabilmente preferirebbe non conoscere: la possibilità di amare e contemporaneamente immaginare una vita differente.
È proprio questa contraddizione a rendere la storia complessa. Il rapporto con Giacomo non rimane un semplice legame fra zio e nipote. Diventa progressivamente il luogo nel quale Dario proietta aspirazioni, frustrazioni e l'idea di quella paternità alternativa che sente di non avere potuto sperimentare.

Il significato del titolo

Il titolo I figli della scimmia richiama una favola attribuita a Esopo nella quale una scimmia ha due piccoli e, concentrando eccessivamente il proprio amore su uno di essi, finisce paradossalmente per provocarne la morte, mentre l'altro sopravvive perché meno soffocato dalle attenzioni materne.
Il riferimento è potente perché introduce il tema dell'amore che può diventare pressione. Non mette in discussione l'esistenza dell'affetto, ma mostra come anche un sentimento autentico possa produrre conseguenze dolorose quando viene caricato di aspettative, proiezioni e bisogni dell'adulto.
Nel film il concetto si lega alla dinamica fra Dario, Enrico e Giacomo. La domanda non riguarda soltanto chi venga amato maggiormente, ma il modo nel quale un genitore o un adulto possa involontariamente trasformare un giovane nel contenitore delle proprie aspettative irrisolte.

Riccardo Scamarcio è Dario

Il personaggio centrale è interpretato da Riccardo Scamarcio, che per questo ruolo ha ottenuto a Venezia 2026 il premio Orizzonti per la migliore interpretazione maschile. Il riconoscimento assume particolare significato perché il film richiede un lavoro costruito soprattutto sull'ambiguità emotiva e sulle contraddizioni interne del protagonista.
Dario non viene presentato semplicemente come un padre esemplare né come una figura negativa. La storia lo colloca in una zona più difficile, nella quale cura, amore, stanchezza e desiderio possono coesistere. Proprio la contemporanea presenza di sentimenti apparentemente incompatibili costituisce la materia principale dell'interpretazione.
Scamarcio è inoltre coinvolto nel progetto non soltanto come attore: Lebowski, società a lui collegata, figura fra le realtà produttive del film. La sua partecipazione è quindi inserita in un percorso che va oltre la sola presenza davanti alla macchina da presa.

Andrea Aggio interpreta Enrico

Andrea Aggio interpreta Enrico, il figlio di Dario. È il personaggio intorno al quale ruota gran parte della tensione morale del film, perché è attraverso il rapporto con lui che emergono le contraddizioni vissute dal padre.
Il tema della disabilità viene inserito all'interno di una narrazione familiare e non come semplice elemento accessorio della trama. La condizione di Enrico influenza concretamente le necessità quotidiane della famiglia, il carico di cura e la maniera nella quale Dario immagina la propria esperienza di genitore.
La questione delicata affrontata dalla sceneggiatura è proprio questa: riconoscere le difficoltà e le emozioni dei caregiver senza ridurre la persona con disabilità a un problema narrativo. Il centro del conflitto rimane infatti il comportamento degli adulti e il modo nel quale essi gestiscono aspettative e desideri.

Giacomo diventa lo specchio di una vita immaginata

Il nipote adolescente Giacomo, interpretato da Tancredi Naldini, rappresenta per Dario qualcosa che va progressivamente oltre il rapporto familiare. La sua autonomia, la sua adolescenza e il tipo di relazione che può costruire con un adulto permettono al protagonista di sperimentare indirettamente una paternità differente.
È proprio qui che nasce il pericolo. Dario comincia a vedere in Giacomo il figlio immaginato, attribuendo al ragazzo un ruolo che non gli appartiene realmente. Il legame, per quanto possa essere originariamente sincero, viene così caricato di aspettative che riguardano soprattutto l'adulto.
Il film utilizza questa dinamica per indagare il confine fra affetto e proiezione. Un adolescente può avere bisogno di un adulto di riferimento, ma diventa problematico quando quell'adulto cerca inconsapevolmente nel ragazzo una risposta alle proprie mancanze personali.

Fausto Russo Alesi e il sistema familiare

Nel cast figura anche Fausto Russo Alesi nel ruolo di Roberto. La sua presenza è essenziale perché la vicenda non riguarda esclusivamente il rapporto di Dario con i due ragazzi: il progressivo sbilanciamento emotivo finisce per investire l'intera struttura familiare.
Il film osserva infatti ciò che avviene quando una relazione apparentemente privata modifica gli equilibri fra fratelli, partner e genitori. Il conflitto familiare non esplode necessariamente da un singolo evento, ma cresce mentre cambiano attenzioni, ruoli e aspettative.
Nel cast compaiono inoltre Lidiya Liberman, Cristina Odasso e Luigi Diberti, insieme a Tancredi Naldini e Andrea Aggio. La coralità è importante perché permette alla storia di non restare chiusa esclusivamente nella prospettiva di Dario.

Tommaso Landucci firma regia e sceneggiatura

La regia è di Tommaso Landucci, che firma la sceneggiatura insieme a Damiano Femfert. Per Landucci il film rappresenta l'esordio nel lungometraggio di finzione dopo un lungo percorso di sviluppo del progetto.
La storia non è infatti nata immediatamente sul set. La sceneggiatura ha attraversato laboratori, programmi di sviluppo e premi dedicati alla scrittura cinematografica, consentendo al progetto di essere lavorato e riscritto nel corso degli anni.
Questo percorso aiuta a comprendere uno degli elementi più rilevanti del cinema indipendente e d'autore contemporaneo: prima che un film venga girato possono trascorrere anni dedicati alla ricerca dei finanziamenti, allo sviluppo dei personaggi, alla costruzione produttiva e alla definizione della struttura narrativa.

Il Premio Franco Solinas nel 2021

Uno dei primi passaggi importanti arriva nel 2021, quando I figli della scimmia, scritto da Damiano Femfert e Tommaso Landucci, ottiene ex aequo il Premio Franco Solinas per la migliore sceneggiatura e anche il riconoscimento dedicato allo sviluppo.
Il progetto portava inizialmente il titolo Il mio erede, denominazione che già rendeva evidente il nodo centrale della storia: il rapporto fra paternità, discendenza, aspettative e proiezione sul figlio.
Il Premio Solinas rappresenta da decenni un punto di riferimento per lo sviluppo della scrittura cinematografica italiana. Il riconoscimento del 2021 permette quindi al progetto di ottenere attenzione quando è ancora lontano dalla fase delle riprese.

Lo sviluppo internazionale della sceneggiatura

Il percorso prosegue attraverso il Jerusalem Sam Spiegel Film Lab, laboratorio internazionale dedicato allo sviluppo di lungometraggi. Nel 2023 il progetto ottiene il Grand Prize, aggiungendo un nuovo riconoscimento alla sceneggiatura.
Viene inoltre selezionato all'Alpi Film Lab, programma legato al TorinoFilmLab, e passa attraverso il MIA - Co-Production & Pitching Forum. Sono tappe che mostrano come la costruzione del film abbia richiesto una fase preparatoria ampia e internazionale.
Questi percorsi non garantiscono automaticamente che un film venga realizzato, ma permettono agli autori di confrontarsi con tutor, produttori e professionisti, lavorando sulla solidità narrativa e produttiva del progetto prima dell'ingresso sul set.

Le riprese in Piemonte

Le riprese di I figli della scimmia sono iniziate nel gennaio 2026 e si sono sviluppate per circa cinque settimane in Piemonte. Torino rappresenta uno dei principali punti di riferimento, ma la produzione ha utilizzato differenti località della regione.
Tra le location compaiono il Parco del Valentino e diversi luoghi fra Torino e provincia, tra cui Carmagnola, Giaveno, Moncalieri, Pianezza, Rivalba e Rubiana. La scelta permette al paesaggio piemontese di entrare nel racconto familiare senza trasformarlo necessariamente nel tema centrale della narrazione.
La realizzazione ha ricevuto il sostegno della Film Commission Torino Piemonte ed è collegata agli strumenti regionali destinati alle produzioni audiovisive. Ciò ha permesso di sviluppare sul territorio una parte rilevante delle attività di set.

La produzione dietro il film

I figli della scimmia è prodotto da Lungta Film, Lebowski e Mosaicon Film, con partecipazioni e collaborazioni nel sistema produttivo audiovisivo italiano. La distribuzione nelle sale italiane è affidata a Medusa Film, mentre la distribuzione internazionale è collegata a PiperPlay.
La fotografia è firmata da Guido Michelotti, il montaggio da Andrea Maguolo, la scenografia da Antonella Di Martino e i costumi da Giulia Accornero. Sono elementi che ricordano come un film sia sempre il risultato di un lavoro collettivo molto più ampio rispetto ai nomi presenti sulla locandina.
Il montaggio del suono è curato da Marzia Cordò, mentre il reparto make-up comprende Vanessa Ferrauto ed Erika Truffelli. Ogni dipartimento concorre alla costruzione dell'universo visivo e sonoro nel quale si muovono i personaggi.

L'arrivo alla Mostra del Cinema di Venezia

Il passaggio più importante prima dell'uscita nelle sale avviene alla 83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, dove il film viene selezionato nella sezione Orizzonti.
Orizzonti è tradizionalmente la sezione della Mostra dedicata alle nuove tendenze estetiche ed espressive del cinema internazionale. Per un'opera prima italiana, essere selezionata in questo contesto rappresenta un'importante occasione di visibilità davanti a pubblico, critica e operatori del settore.
Il film viene presentato al Lido nei primi giorni di settembre e arriva alla serata dei premi con due riconoscimenti ufficiali, trasformando la partecipazione veneziana in un vero punto di svolta per il percorso distributivo.

Riccardo Scamarcio premiato come miglior attore

La giuria Orizzonti assegna a Riccardo Scamarcio il premio per la migliore interpretazione maschile. Il riconoscimento arriva per il ruolo di Dario e mette al centro una prova costruita su un personaggio moralmente complesso.
L'importanza del premio non deriva soltanto dal prestigio del festival. Per un film che arriva nelle sale pochi giorni dopo Venezia, un riconoscimento alla performance principale rappresenta anche un elemento capace di attirare l'attenzione di spettatori che altrimenti potrebbero conoscere meno un'opera prima.
Per Scamarcio il film aggiunge un nuovo capitolo a una carriera che negli anni lo ha portato a lavorare sia nel cinema italiano sia in produzioni internazionali, alternando titoli più popolari e progetti d'autore.

Premiata anche la sceneggiatura

Il secondo premio veneziano riguarda direttamente la struttura del film: Tommaso Landucci e Damiano Femfert ricevono il riconoscimento Orizzonti per la migliore sceneggiatura.
È un risultato particolarmente significativo considerando la lunga gestazione del testo. Dal Premio Solinas del 2021 fino alla Mostra del 2026 trascorrono cinque anni durante i quali il progetto viene sviluppato, presentato, finanziato e infine trasformato in un lungometraggio di 110 minuti.
Il doppio riconoscimento a sceneggiatura e attore sottolinea due elementi strettamente collegati: da una parte la costruzione del personaggio di Dario, dall'altra la capacità dell'interprete di restituire sullo schermo le sue contraddizioni interiori.

La disabilità senza retorica come sfida narrativa

Uno dei terreni più delicati affrontati dal film è la rappresentazione della disabilità. Raccontare una famiglia nella quale un figlio necessita di cure importanti comporta il rischio di ricorrere a stereotipi: santificare i caregiver, trasformare la persona disabile in simbolo oppure utilizzare la sofferenza come semplice dispositivo emotivo.
La storia sceglie invece di concentrarsi sulle zone più ambigue dell'esperienza genitoriale. Dario può amare profondamente Enrico e nello stesso tempo provare sentimenti che gli risultano difficili da accettare. Il riconoscimento di questa complessità permette di parlare del carico emotivo della cura senza negare la dignità della persona che riceve assistenza.
È un equilibrio narrativo particolarmente delicato, perché l'obiettivo non può essere costruire una gerarchia fra vite considerate più o meno desiderabili. Il vero oggetto dell'indagine è ciò che accade nella mente dell'adulto quando la realtà entra in conflitto con le proprie aspettative sulla genitorialità.

La paternità come identità e non soltanto come ruolo

Il film pone implicitamente una domanda: che cosa significa essere padre? Occuparsi di qualcuno, educarlo, riconoscersi in lui, accompagnarlo verso l'autonomia o immaginarlo come continuazione di sé?
Dario sembra entrare in crisi proprio quando incontra nel nipote una relazione che corrisponde maggiormente all'immagine di paternità che aveva interiorizzato. Il problema nasce nel momento in cui la fantasia del figlio desiderato comincia a interferire con le persone reali che lo circondano.
Da questo punto di vista la storia supera il tema specifico della disabilità e diventa un racconto sulle aspettative genitoriali in senso più ampio. Qualunque figlio può essere investito di desideri che appartengono ai genitori: successo, carattere, interessi, capacità o perfino la possibilità di realizzare ciò che l'adulto non ha realizzato.

L'adolescenza di Giacomo e il rischio della proiezione

Giacomo è inoltre un adolescente, fase nella quale la costruzione dell'identità richiede progressivamente maggiore autonomia dagli adulti. Il rapporto con Dario diventa quindi problematico anche perché rischia di attribuirgli una funzione che non dovrebbe appartenergli.
Quando un adulto proietta su un giovane il ruolo del figlio ideale, il ragazzo può trovarsi a rispondere a un bisogno emotivo che non è il proprio. La sceneggiatura utilizza questa dinamica per rendere più teso un legame che, osservato superficialmente, potrebbe sembrare soltanto positivo.
Il titolo stesso suggerisce che l'eccesso di attenzione può essere problematico quanto la distanza. Amare qualcuno non garantisce automaticamente che ogni gesto compiuto in nome di quell'amore produca un effetto positivo.

Un film che evita la divisione semplice fra buoni e cattivi

L'interesse di I figli della scimmia risiede anche nel rifiuto di una struttura morale troppo facile. Dario non deve necessariamente essere interpretato come antagonista della propria famiglia, così come gli altri personaggi non esistono soltanto per giudicarlo.
La tensione nasce da sentimenti riconoscibili proprio perché contraddittori. Le persone possono amare e ferire, proteggere e soffocare, desiderare il bene di qualcuno e contemporaneamente utilizzare quella relazione per colmare un proprio vuoto.
È una prospettiva che rende il film potenzialmente capace di alimentare discussioni diverse dopo la visione. Lo spettatore viene invitato a interrogarsi sulle motivazioni dei personaggi più che a individuare rapidamente un colpevole.

Il passaggio dal festival alle sale

Il 17 settembre segna ora il momento decisivo: I figli della scimmia arriva al cinema. È un passaggio importante soprattutto per un'opera prima, perché la visibilità ottenuta a un grande festival deve trasformarsi nella possibilità concreta di incontrare il pubblico.
La distribuzione è affidata a Medusa Film e il lungometraggio dura 110 minuti. La programmazione varia naturalmente da città a città e può essere aggiornata nei giorni successivi in base alle scelte degli esercenti.
Per il cinema italiano il rapporto fra festival e sala resta un tema centrale. Venezia offre una piattaforma internazionale eccezionale, ma il vero percorso di un'opera prosegue quando il film entra nel circuito cinematografico e deve conquistare spettatori al di fuori del pubblico specializzato dei festival.

Perché il film può aprire una discussione

La materia affrontata da Tommaso Landucci non offre risposte semplici. Paternità, disabilità, desiderio, cura e aspettative familiari vengono messi in relazione senza poter essere ridotti a un unico messaggio.
Proprio questa complessità può rappresentare uno degli elementi più interessanti del film. Invece di raccontare la famiglia come spazio idealizzato, I figli della scimmia mostra quanto anche le relazioni fondate sull'amore possano diventare luoghi di conflitto.
Il doppio premio ottenuto a Venezia offre ora al film una maggiore visibilità, ma sarà l'incontro con il pubblico a determinarne il percorso nelle prossime settimane. Se andrete a vederlo, raccontate nei commenti che impressione vi ha lasciato il personaggio di Dario e se, secondo voi, il film riesce ad affrontare il rapporto fra genitorialità e disabilità evitando semplificazioni e retorica.

Lascia il tuo commento