Estremismo online, l’Europa teme una nuova violenza tra i giovanissimi
A venticinque anni dagli attentati dell'11 settembre, le autorità europee continuano a considerare il terrorismo jihadista una minaccia significativa, ma stanno osservando con crescente attenzione un fenomeno molto diverso e più difficile da classificare: giovani e giovanissimi che entrano in ecosistemi digitali nei quali violenza, autolesionismo, coercizione, criminalità e ricerca di notorietà online possono fondersi senza necessariamente essere guidati da una vera ideologia politica strutturata.
Le istituzioni europee utilizzano sempre più spesso l'espressione "estremismo violento nichilista" per descrivere alcune manifestazioni di questo fenomeno. Non si tratta di un'organizzazione unica con un leader, una struttura gerarchica e un manifesto ideologico, ma di reti frammentate e comunità digitali nelle quali la violenza può diventare contemporaneamente linguaggio, identità, forma di appartenenza e strumento per ottenere riconoscimento all'interno del gruppo.
Una recente operazione coordinata a livello europeo ha individuato circa 4.340 indirizzi web collegati a contenuti riconducibili a questo ecosistema. Il numero richiede però una precisazione fondamentale: non significa che siano stati individuati 4.340 terroristi, 4.340 gruppi o persino 4.340 siti indipendenti. Si tratta di URL segnalati alle piattaforme nell'ambito di un'operazione condotta da investigatori di nove Paesi.
Che cosa significa "violenza nichilista"
Il termine nichilistic violent extremism viene utilizzato dalle autorità per descrivere alcuni ambienti nei quali la violenza non è necessariamente subordinata a un progetto politico tradizionale.
Nel terrorismo ideologico classico, un attentato viene normalmente giustificato attraverso una causa politica, religiosa o etnonazionalista. In questi nuovi ecosistemi, invece, alcuni individui possono essere attratti prima di tutto dalla violenza stessa, dalla trasgressione, dalla possibilità di scandalizzare o dalla notorietà ottenuta online.
Questo non significa che le ideologie siano completamente assenti. Alcuni utenti possono muoversi tra contenuti di estrema destra, accelerazionismo, misoginia, satanismo, suprematismo o altre narrazioni radicali senza però sviluppare una visione politica coerente.
"The Com", un ecosistema più che un'organizzazione
Uno dei nomi utilizzati per descrivere parte di questo ambiente è "The Com", abbreviazione con la quale vengono indicate comunità online collegate tra loro in maniera relativamente fluida.
Non esiste necessariamente un comando centrale. Possono esserci gruppi, sottogruppi, chat, server, account e comunità che nascono, cambiano nome, vengono chiusi e successivamente ricompaiono altrove.
Proprio questa natura decentralizzata rende l'ecosistema digitale molto diverso da un'organizzazione terroristica tradizionale.
Minori sia come vittime sia come potenziali autori
Uno degli aspetti più preoccupanti evidenziati dalle autorità riguarda il coinvolgimento dei minori. Ragazzi molto giovani possono essere contemporaneamente esposti alla radicalizzazione e alla manipolazione.
Alcune comunità sono state associate a fenomeni di adescamento, coercizione, minacce, estorsione sessuale, promozione dell'autolesionismo e diffusione di contenuti estremamente violenti.
La vulnerabilità dei giovani diventa quindi una questione che appartiene contemporaneamente alla sicurezza pubblica, alla protezione dei minori e alla salute digitale.
4.340 URL segnalati durante un'operazione europea
Nel corso di settimane di attività tra giugno e luglio 2026, investigatori provenienti da nove Paesi europei hanno partecipato a un'operazione coordinata contro contenuti riconducibili al network The Com.
Il risultato è stata la segnalazione di circa 4.340 URL alle piattaforme digitali perché venissero valutati secondo le rispettive regole e gli obblighi normativi applicabili.
È importante comprendere che una segnalazione non equivale automaticamente alla rimozione. Le piattaforme devono esaminare il contenuto e determinare se violi le proprie condizioni oppure la legge.
Nove Paesi coinvolti nell'operazione
L'iniziativa ha coinvolto investigatori di diversi Stati europei e ha mostrato quanto queste reti abbiano una natura transnazionale.
Un adolescente può trovarsi fisicamente in un Paese, utilizzare una piattaforma gestita in un altro, comunicare con utenti residenti in Stati differenti e accedere a contenuti ospitati su server situati altrove.
Le tradizionali competenze territoriali delle forze dell'ordine diventano quindi più difficili da applicare al mondo digitale.
Una minaccia cresciuta negli ultimi anni
Le autorità europee riferiscono di avere osservato una crescente presenza di giovanissimi in ambienti estremisti online negli ultimi due o tre anni.
Il fenomeno non nasce da zero. Comunità digitali violente esistono da molto tempo, ma la combinazione tra social network, piattaforme di messaggistica, strumenti di anonimizzazione e culture online estremamente frammentate ha ampliato enormemente la velocità con cui contenuti e comportamenti possono diffondersi.
Non è corretto sostituire il jihadismo con la nuova minaccia
L'emergere dell'estremismo nichilista non significa che il terrorismo jihadista sia scomparso. I dati europei continuano a indicare l'area jihadista come una delle principali fonti di arresti collegati al terrorismo.
La novità consiste nella sovrapposizione di minacce differenti. Autorità e servizi di sicurezza devono monitorare contemporaneamente jihadismo, estremismo di destra, estremismi politici, minacce separatiste e nuovi ecosistemi violenti difficili da inserire nelle categorie tradizionali.
Nel 2025 segnalati 45 attacchi terroristici nell'UE
Il più recente rapporto europeo ha registrato 45 attacchi terroristici in dieci Stati membri durante il 2025.
Di questi, 22 sono stati completati, 20 sono stati sventati e tre sono falliti. In 21 Paesi sono state arrestate complessivamente 486 persone sospettate di reati collegati al terrorismo.
Il dato mostra contemporaneamente che il terrorismo tradizionale rimane una minaccia concreta e che il sistema europeo di prevenzione riesce a interrompere una parte significativa dei progetti prima della loro esecuzione.
Il 71% degli arresti collegato al jihadismo
Circa il 71% degli arresti per reati di terrorismo registrati nell'Unione europea nel 2025 era collegato al jihadismo.
Il dato impedisce quindi di interpretare l'attenzione sulle nuove reti online come la prova di uno spostamento completo della minaccia.
Piuttosto, il quadro della sicurezza europea sta diventando più diversificato.
La particolarità dei nuovi autori
Gli individui coinvolti nel nuovo estremismo possono non presentare i segnali tradizionalmente associati a un processo di radicalizzazione ideologica.
Non sempre frequentano ambienti politici estremisti, non sempre appartengono a organizzazioni note e possono non avere precedenti penali o collegamenti con persone già monitorate.
Questo rende più difficile l'attività preventiva delle autorità.
La ricerca della notorietà può sostituire la causa politica
Un elemento particolarmente inquietante è la possibilità che alcuni atti di violenza vengano commessi per ottenere visibilità nella comunità online.
La logica può assomigliare a una competizione: compiere qualcosa di estremo, documentarlo e ottenere riconoscimento all'interno di un gruppo.
La violenza diventa così non soltanto un mezzo per raggiungere un obiettivo, ma un contenuto da condividere.
Internet può trasformare la violenza in una performance
Le dinamiche dei social network hanno modificato il rapporto tra comportamento individuale e pubblico. Video, immagini e messaggi possono raggiungere migliaia di persone in pochi minuti.
In ambienti estremi, questa capacità può incentivare la trasformazione di un atto violento in una performance digitale.
È una dinamica che preoccupa le autorità perché rende più difficile separare completamente mondo virtuale e comportamento reale.
Il problema degli algoritmi
Le piattaforme digitali utilizzano sistemi di raccomandazione progettati per mostrare agli utenti contenuti capaci di mantenere alta l'attenzione.
Non significa che gli algoritmi siano deliberatamente costruiti per radicalizzare. Tuttavia, quando una persona interagisce ripetutamente con materiale estremo, un sistema basato sull'engagement può contribuire a mostrarle contenuti simili.
La questione è diventata centrale nel dibattito sulla responsabilità delle piattaforme.
I contenuti cambiano rapidamente forma
Uno dei problemi principali della moderazione riguarda la capacità delle comunità di utilizzare linguaggi codificati, simboli, meme ed emoji.
Parole esplicite possono essere sostituite da riferimenti comprensibili soltanto agli utenti più coinvolti.
Un sistema automatico può quindi avere difficoltà a distinguere tra una conversazione innocua e un contenuto che all'interno di una determinata comunità possiede un significato molto diverso.
La moderazione automatica non basta
L'intelligenza artificiale può aiutare le piattaforme a identificare grandi quantità di contenuti pericolosi, ma non elimina la necessità dell'intervento umano.
Il contesto è determinante. Una fotografia violenta può essere propaganda, documentazione giornalistica, materiale investigativo oppure una denuncia.
Rimuovere automaticamente qualsiasi elemento senza interpretarne il contesto rischierebbe di produrre molti falsi positivi.
L'intelligenza artificiale può amplificare anche il rischio
Allo stesso tempo, gli strumenti di intelligenza artificiale generativa possono essere utilizzati per creare immagini, audio o materiale propagandistico con maggiore facilità.
Le autorità osservano quindi con attenzione la possibilità che nuove tecnologie riducano il costo della produzione di contenuti estremisti o rendano più semplice manipolare giovani vulnerabili.
Il problema non riguarda l'IA in sé, ma le modalità attraverso cui viene utilizzata.
Chat criptate e privacy
Molte comunità migrano verso servizi di messaggistica criptata dopo la chiusura di account pubblici.
La crittografia è uno strumento fondamentale per la privacy e protegge giornalisti, cittadini, aziende e istituzioni. Allo stesso tempo può rendere più difficile l'accesso delle forze dell'ordine alle conversazioni di persone sospettate di reati gravi.
È uno dei più difficili equilibri tra sicurezza e diritti fondamentali.
Il dibattito non può ridursi a "privacy contro sicurezza"
Presentare la questione come una scelta binaria sarebbe però semplicistico. Una società democratica ha bisogno sia di comunicazioni sicure sia di strumenti investigativi efficaci.
L'obiettivo delle politiche pubbliche è trovare procedure proporzionate, controllate dalla legge e soggette a garanzie giudiziarie.
Il ruolo delle famiglie
La prevenzione non può essere affidata esclusivamente alle forze dell'ordine. Genitori e familiari possono avere un ruolo importante nell'individuare cambiamenti improvvisi nel comportamento online e offline.
Questo non significa controllare indiscriminatamente ogni conversazione di un adolescente. Una sorveglianza eccessiva può compromettere la fiducia e spingere il giovane verso spazi ancora più nascosti.
Serve soprattutto una maggiore educazione digitale.
La scuola può intercettare i segnali di disagio
Anche la scuola rappresenta un presidio importante perché insegnanti, educatori e psicologi possono osservare cambiamenti nei comportamenti sociali e relazionali.
Isolamento, ossessione per contenuti violenti o minacce devono essere valutati con competenza e senza automatismi.
Non ogni adolescente interessato a videogiochi violenti o temi oscuri rappresenta naturalmente un rischio: confondere gusti culturali con radicalizzazione produrrebbe stigma e falsi allarmi.
Il rischio di criminalizzare gli adolescenti
La crescente attenzione istituzionale comporta anche un pericolo opposto: trasformare una questione complessa in una generica paura dei giovani online.
La stragrande maggioranza degli adolescenti utilizza social, videogiochi e piattaforme senza sviluppare alcun comportamento violento.
Le politiche devono quindi concentrarsi su comportamenti concretamente pericolosi e non su generazioni, linguaggi o culture digitali nel loro complesso.
Salute mentale ed estremismo non sono sinonimi
Un altro errore sarebbe identificare automaticamente disturbi psicologici e violenza. La maggioranza delle persone che affrontano problemi di salute mentale non è violenta e può essere essa stessa più vulnerabile alla vittimizzazione.
In singoli casi condizioni di disagio possono interagire con isolamento, manipolazione online e altri fattori, ma il rapporto non può essere semplificato.
La prevenzione deve proteggere anche le vittime
The Com e reti simili sono associate non soltanto alla radicalizzazione ma anche a coercizione, sfruttamento e autolesionismo.
Un giovane che entra in questi ambienti potrebbe quindi avere bisogno prima di tutto di protezione, sostegno psicologico e intervento sociale, non semplicemente di una risposta penale.
Distinguere tra vittima, persona manipolata e autore consapevole è essenziale.
La sextortion è una delle forme di pressione
Alcuni ecosistemi violenti utilizzano la estorsione sessuale per controllare le vittime. Immagini intime possono diventare strumenti di ricatto utilizzati per ottenere altro materiale oppure imporre comportamenti.
Per un adolescente, il timore che contenuti privati vengano inviati ad amici e familiari può generare una pressione psicologica enorme.
Il fenomeno supera i confini europei
Le ricerche internazionali mostrano che queste reti non rappresentano un fenomeno esclusivamente europeo o anglofono.
Comunità e modalità simili sono state osservate in diverse regioni del mondo, rendendo necessaria una maggiore cooperazione internazionale.
Le piattaforme hanno una responsabilità crescente
Le aziende tecnologiche dispongono di informazioni preziose sui propri sistemi e possono intervenire rapidamente quando vengono individuate reti che violano le condizioni di servizio.
Le autorità europee chiedono una collaborazione maggiore nella rimozione dei contenuti terroristici ed estremisti, senza rinunciare alle garanzie previste dalla legge.
Il Digital Services Act è parte della risposta
L'Unione europea dispone già del Digital Services Act, che impone obblighi specifici alle grandi piattaforme nella gestione dei rischi sistemici e dei contenuti illegali.
Il problema è che molte forme di materiale manipolatorio o violento possono trovarsi in una zona grigia nella quale non è sempre immediatamente evidente se esista una violazione della legge.
La radicalizzazione può essere rapidissima
Una caratteristica dell'ambiente digitale è la velocità. Un giovane può entrare in una comunità estremista e iniziare a interagire intensamente con altri membri senza attraversare necessariamente anni di militanza.
Questo riduce il tempo a disposizione per l'intervento preventivo.
I tradizionali profili di rischio diventano meno efficaci
Quando gli autori non appartengono a organizzazioni note e non possiedono precedenti, i normali strumenti basati su reti di contatti diventano meno efficaci.
Le autorità devono quindi imparare a individuare segnali differenti, concentrandosi maggiormente sui comportamenti e sulle minacce concrete.
La sfida della notorietà postuma
Dopo episodi violenti, anche la copertura mediatica può involontariamente contribuire alla mitizzazione dell'autore.
Per questo molti esperti raccomandano di concentrarsi sulle vittime, sulle conseguenze e sui fatti, evitando di trasformare chi compie un attacco in una figura riconoscibile e imitabile.
Il 25° anniversario dell'11 settembre mostra quanto sia cambiata la minaccia
Nel 2001 il paradigma dominante era quello di una grande organizzazione terroristica internazionale capace di pianificare per anni un attacco estremamente complesso.
Nel 2026 quella minaccia non è scomparsa, ma si affianca a scenari nei quali un singolo individuo può radicalizzarsi quasi interamente online e agire con strumenti relativamente semplici.
La sicurezza europea deve affrontare entrambi i mondi
Le forze dell'ordine non possono quindi scegliere tra contrastare il terrorismo organizzato o il nuovo estremismo digitale.
Devono essere capaci di fare entrambe le cose, continuando contemporaneamente a monitorare minacce di estrema destra, reti jihadiste, attori statali e forme emergenti di violenza.
Il numero 4.340 non deve diventare uno slogan
I circa 4.340 URL individuati forniscono un'indicazione dell'ampiezza dell'ecosistema digitale, ma non permettono da soli di misurare quante persone siano effettivamente coinvolte.
Un singolo utente può generare numerosi indirizzi e lo stesso contenuto può essere replicato molte volte.
Una corretta informazione deve evitare di trasformare il dato in una cifra allarmistica priva di contesto.
La risposta più efficace potrebbe iniziare molto prima della polizia
Una strategia di lungo periodo deve combinare prevenzione, educazione digitale, protezione dei minori e investigazione.
Intervenire soltanto quando un giovane ha già pianificato un atto violento significa arrivare nella fase più difficile del problema.
Ridurre isolamento, vulnerabilità alla coercizione e capacità delle comunità di sfruttare i minori può essere altrettanto importante quanto rimuovere i contenuti illegali.
Una minaccia nuova che richiede categorie nuove
La principale lezione è forse proprio questa: il terrorismo e l'estremismo del 2026 non possono essere interpretati soltanto con le categorie utilizzate venticinque anni fa.
Ideologia, criminalità, autolesionismo, ricerca di notorietà e cultura digitale possono mescolarsi in combinazioni che sfidano le tradizionali distinzioni tra terrorismo, devianza e sfruttamento.
Proteggere i giovani senza trasformare internet in un luogo sorvegliato permanentemente
La sfida politica sarà trovare un equilibrio. Aumentare la sicurezza dei minori senza compromettere in maniera sproporzionata privacy e libertà digitale richiede regole precise, trasparenza e controlli.
Un sistema democratico deve essere capace di contrastare reti violente senza trasformare ogni adolescente in un potenziale sospetto.
E voi pensate che social network e piattaforme digitali dovrebbero avere obblighi più severi nella prevenzione dell'estremismo violento tra i giovanissimi, oppure temete che controlli più invasivi possano compromettere eccessivamente privacy e libertà online? Lasciate nei commenti la vostra opinione.

