Dazi USA su 60 Paesi: cosa cambia ora che sono entrati in vigore
Sono ufficialmente entrati in vigore i nuovi dazi statunitensi annunciati nei giorni scorsi dall'amministrazione americana, che colpiscono con tariffe del 10% o del 12,5% le merci provenienti da circa sessanta partner commerciali, tra cui l'Unione Europea e la Cina. Washington giustifica la misura sostenendo che i Paesi coinvolti non avrebbero adeguatamente contrastato il ricorso al lavoro forzato nelle proprie catene produttive, un'accusa che i governi interessati respingono con fermezza.
Come funziona il nuovo pacchetto tariffario
Le nuove tariffe, entrate in vigore proprio nel momento in cui scadevano i precedenti dazi globali temporanei del 10% introdotti in precedenza da Washington, si basano su un meccanismo differenziato: ai Paesi dotati di leggi specifiche contro il lavoro forzato viene applicata un'aliquota del 10%, mentre a quelli privi di tale normativa viene addebitata una maggiorazione aggiuntiva del 2,5%, portando il totale al 12,5%. La misura si fonda su una specifica disposizione della normativa commerciale statunitense, ritenuta più solida sul piano giuridico rispetto alla base legale dei dazi precedentemente annullati dalla Corte Suprema.
La reazione dei governi coinvolti
Come prevedibile, i governi dei Paesi interessati dalla misura hanno respinto con decisione le accuse relative al presunto mancato contrasto del lavoro forzato, definendole prive di fondamento e ritenendo che la vera motivazione dietro questa nuova ondata tariffaria sia essenzialmente di natura commerciale e protezionistica, piuttosto che legata a genuine preoccupazioni sui diritti dei lavoratori. Diverse cancellerie starebbero valutando le proprie opzioni di risposta, sebbene al momento non risultino ancora annunciate misure di ritorsione formali su larga scala.
L'ampiezza della misura
Secondo i dati diffusi dalle autorità commerciali statunitensi, le nuove tariffe coprirebbero complessivamente oltre il 99% dell'intero commercio statunitense, coinvolgendo praticamente tutti i principali partner economici del Paese, dal Giappone alla Corea del Sud, dall'India al Canada, fino al Regno Unito e, appunto, all'Unione Europea e alla Cina.
Le esclusioni previste
Non tutti i settori merceologici sono toccati allo stesso modo dal provvedimento. Restano infatti esclusi i beni già soggetti a dazi specifici legati alla sicurezza nazionale, come acciaio, alluminio e automobili, oltre a petrolio, gas naturale, fertilizzanti e altri prodotti che gli Stati Uniti non producono internamente, un accorgimento pensato per limitare l'impatto della misura su settori considerati strategici o privi di alternative produttive interne.
Le conseguenze attese sull'economia globale
L'entrata in vigore di questi dazi rischia di produrre effetti significativi sull'economia mondiale, in un momento già caratterizzato da forti tensioni geopolitiche e da un aumento generalizzato dei costi energetici legato alla crisi in Medio Oriente. L'aumento dei costi di importazione per le aziende statunitensi potrebbe tradursi in prezzi più elevati per i consumatori americani, mentre i Paesi esportatori dovranno probabilmente rivedere le proprie strategie commerciali per assorbire l'impatto delle nuove tariffe.
Un fronte commerciale in continua evoluzione
Questa nuova ondata di dazi si inserisce in una strategia commerciale statunitense sempre più aggressiva, che negli ultimi mesi ha visto susseguirsi diversi interventi tariffari su singoli Paesi e settori. Resta ora da osservare come reagiranno concretamente i governi coinvolti nelle prossime settimane, e se questa fase di tensione commerciale sfocerà in nuovi negoziati bilaterali o in un'ulteriore escalation di misure reciproche tra le principali economie mondiali.

