Conti correnti più cari del 23%: quanto spendono davvero gli italiani
Gestire un conto corrente tradizionale costa oggi sensibilmente più di dieci anni fa. L'ultimo confronto disponibile mostra che la spesa media annua è passata da 82,2 euro nel 2014 a 101,1 euro nel 2024, con un aumento di 18,9 euro, equivalente a circa il 23%. Il dato è tornato al centro dell'attenzione nell'estate 2026 attraverso un'elaborazione sui conti delle famiglie italiane, ma per interpretarlo correttamente bisogna distinguere le date: i 101,1 euro non rappresentano una nuova rilevazione effettuata nel 2026, bensì il costo medio effettivamente sostenuto nel 2024 per i conti bancari tradizionali e rilevato nell'ultima indagine disponibile.
La fotografia è particolarmente interessante perché arriva mentre sui conti correnti delle famiglie rimane una massa molto elevata di liquidità. Alla fine di maggio 2026 i depositi considerati nell'elaborazione superano complessivamente i 1.160 miliardi di euro, in aumento rispetto a dieci anni prima. Le due tendenze procedono quindi parallelamente: gli italiani mantengono grandi quantità di denaro immediatamente disponibile presso le banche e, nello stesso tempo, il costo di gestione di molti rapporti bancari è cresciuto nel lungo periodo. Ma parlare genericamente di "conto che costa 101 euro" rischia di essere fuorviante, perché le differenze tra prodotti tradizionali, online e postali sono molto ampie.
Il +23% è corretto, ma il confronto parte dal 2014
Il primo elemento da chiarire riguarda il periodo preso in esame. La spesa media di 82,2 euro appartiene all'indagine relativa al 2014. Dieci anni dopo, nel 2024, il costo medio dei conti bancari tradizionali collegati agli sportelli è arrivato a 101,1 euro. Il rincaro nominale è quindi di 18,9 euro, pari a circa il 23%. La crescita è reale nei numeri, ma non va descritta come un passaggio da 2016 a 2026.
La distinzione temporale è importante perché nel 2016 il costo medio rilevato era in realtà differente. La sovrapposizione nasce dal fatto che l'analisi diffusa nell'agosto 2026 mette insieme due confronti decennali diversi: da una parte l'evoluzione delle spese bancarie tra 2014 e 2024, dall'altra quella dei depositi tra maggio 2016 e maggio 2026. Sono entrambi periodi di dieci anni, ma non coincidono.
Questa precisazione non modifica la sostanza del fenomeno: nel lungo periodo il conto corrente tradizionale è diventato mediamente più oneroso. Consente però di capire correttamente che l'aumento non è avvenuto tutto negli ultimi mesi e che la cifra di 101,1 euro non descrive un nuovo balzo del 2026. Anzi, tra il 2023 e il 2024 la spesa media è rimasta sostanzialmente stabile, passando da 100,7 a 101,1 euro.
Che cosa rappresentano davvero i 101,1 euro
I 101,1 euro sono una media costruita sulle spese effettivamente sostenute dai clienti di conti bancari tradizionali durante un intero anno. Non si tratta quindi semplicemente del canone pubblicizzato dalla banca. Nel calcolo entrano le diverse commissioni e gli oneri effettivamente addebitati in relazione ai servizi utilizzati dal correntista.
Il costo reale dipende infatti dal modo in cui si utilizza il conto. Due clienti della stessa banca possono sostenere spese molto differenti se uno effettua quasi tutte le operazioni tramite app e l'altro utilizza frequentemente lo sportello, se uno possiede più carte o servizi accessori e l'altro mantiene un rapporto molto semplice, oppure se il contratto prevede un canone forfettario anziché commissioni legate a singole operazioni.
Per questa ragione la media nazionale non deve essere interpretata come una sorta di tariffa standard. Un correntista può spendere molto meno di 101 euro all'anno e un altro molto di più. Il valore serve soprattutto a fotografare l'onerosità media del sistema e a mostrarne l'evoluzione nel tempo.
Quasi due terzi della spesa sono costi fissi
Nel 2024 le spese fisse dei conti tradizionali sono state pari in media a 65,4 euro, cioè circa il 64,7% della spesa complessiva di 101,1 euro. In questa categoria rientrano soprattutto canoni di base, costi collegati alle carte e altri oneri che non dipendono direttamente dal numero di operazioni eseguite.
È interessante osservare che nell'ultimo anno disponibile questa componente è diminuita. Nel 2023 le spese fisse erano più alte di circa 4,7 euro. A incidere sono stati soprattutto la riduzione del canone base medio e la diminuzione della quota di clienti che effettivamente lo hanno pagato, oltre a minori costi collegati alle carte di debito.
Il movimento annuale non deve però essere confuso con quello decennale. Nel 2014 le spese fisse erano pari a circa 55,6 euro. Arrivare a 65,4 euro nel 2024 significa un incremento di circa il 17,6% nell'arco dei dieci anni. Anche se nell'ultimo periodo questa voce è scesa, resta quindi più elevata rispetto al punto di partenza del confronto.
Le spese variabili sono cresciute più velocemente
Il vero elemento dinamico del costo del conto è rappresentato dalle spese variabili. Nel 2014 erano pari in media a 26,6 euro; nel 2024 hanno raggiunto 35,7 euro. L'aumento nell'arco del decennio è quindi di circa il 34,2%, nettamente superiore a quello registrato dalla componente fissa.
Nel solo 2024 le spese variabili sono aumentate di circa 5,2 euro rispetto all'anno precedente. Tra i fattori indicati figurano costi maggiori per alcuni prelievi di contante agli ATM, una maggiore operatività sui bonifici, compresi quelli effettuati online e istantanei, l'aumento dei pagamenti automatici e alcune altre voci collegate alla movimentazione del conto.
Questo passaggio è utile per comprendere perché un conto con un canone apparentemente contenuto non sia necessariamente il più conveniente. Se numerose operazioni restano tariffate singolarmente, la spesa finale può aumentare sensibilmente durante l'anno. Viceversa, un canone leggermente più elevato può risultare conveniente per chi utilizza intensamente servizi già compresi nel pacchetto.
Le "spese per disposizioni" sono tra le voci aumentate maggiormente
Nell'elaborazione di lungo periodo viene evidenziata una crescita particolarmente consistente delle cosiddette spese per disposizioni, cioè delle commissioni collegate alle diverse operazioni impartite dal cliente. Nel confronto decennale il loro incremento viene quantificato in oltre il 60%.
Dietro una definizione apparentemente tecnica rientrano molte attività quotidiane: bonifici, pagamenti, prelievi e altre operazioni. Il costo concreto dipende naturalmente dal contratto. Esistono conti che includono numerose operazioni nel canone e altri che applicano commissioni differenti in base al canale utilizzato.
È quindi sempre meno utile domandarsi soltanto "quanto costa il canone?". La domanda più corretta è: quanto costa il conto per il mio modo di usarlo? Chi effettua pochi movimenti ha esigenze diverse da una famiglia che accredita stipendi, utilizza più carte, paga numerose utenze e dispone frequentemente bonifici.
Il dato più sorprendente: online 30,6 euro, tradizionale 101,1
Il confronto tra tipologie di conto evidenzia una distanza molto marcata. Nel 2024 la spesa media dei conti online è stata di appena 30,6 euro, contro i 101,1 euro dei conti bancari tradizionali. In altre parole, la media dei rapporti online è inferiore a un terzo.
Questo non significa che qualsiasi conto digitale sia automaticamente più conveniente di qualsiasi conto tradizionale. Le offerte commerciali variano e alcune banche fisiche propongono prodotti economici, mentre determinati servizi premium online possono avere costi significativi. La media mostra però una differenza strutturale molto forte tra i due canali.
Nel 2024, inoltre, il costo medio dei conti online è aumentato di circa 1,7 euro. Il dato dimostra che anche il digitale non è immune dagli aumenti. La crescita è stata però accompagnata da una diminuzione del prezzo unitario di alcuni servizi e da una maggiore operatività da parte dei clienti.
I conti postali si collocano nel mezzo
I conti correnti postali hanno registrato nel 2024 una spesa media pari a 71,6 euro. Si trovano quindi in una posizione intermedia tra i 30,6 euro dei prodotti online e i 101,1 euro dei conti bancari tradizionali.
Anche questa categoria presenta una propria struttura di costi. Differenze nelle carte possedute, nei servizi utilizzati e nelle commissioni applicate rendono poco corretto confrontare prodotti diversi basandosi unicamente sul canone nominale.
Considerando insieme conti bancari tradizionali, online e postali, la spesa media ponderata è stata nel 2024 pari a 85,3 euro. È un dato particolarmente interessante perché risulta inferiore di 2,5 euro rispetto all'anno precedente, soprattutto per il crescente peso dei rapporti online nella popolazione dei conti.
Quindi i conti costano di più o di meno?
A prima vista può sembrare contraddittorio affermare che il costo dei conti è aumentato del 23% in dieci anni e contemporaneamente osservare una diminuzione della media complessiva nell'ultimo anno. In realtà le due cose possono convivere perfettamente perché misurano fenomeni differenti.
Il +23% riguarda il confronto di lungo periodo tra il costo medio del conto bancario tradizionale nel 2014 e nel 2024. La riduzione a 85,3 euro riguarda invece la media ponderata dell'intera popolazione composta da conti tradizionali, online e postali nel 2024 rispetto al 2023.
La diffusione dei conti online meno costosi abbassa quindi il costo medio complessivo del sistema anche se un tradizionale rapporto collegato allo sportello continua a costare circa cento euro all'anno. È un esempio concreto di come una singola cifra, isolata dal metodo con cui è stata costruita, possa restituire una visione incompleta.
L'imposta di bollo non è compresa nei 101,1 euro
C'è poi un'altra voce che spesso viene dimenticata: l'imposta di bollo. I 101,1 euro della spesa media di gestione del conto tradizionale non comprendono questa imposta. Nel campione analizzato, il costo medio attribuibile al bollo è stato pari a 16,5 euro.
Aggiungendo questa componente, la spesa media osservata arriva a circa 117,6 euro. Questo non significa che la legge preveda un bollo di 16,5 euro. Per le persone fisiche, quando dovuta, l'imposta ordinaria sul conto corrente è di 34,20 euro l'anno.
La media osservata è inferiore perché non tutti i correntisti pagano il bollo: per le persone fisiche l'imposta non è dovuta quando la giacenza media resta entro la soglia prevista di 5.000 euro e possono inoltre esistere condizioni di esenzione. Distribuendo quindi il costo sui conti del campione, la media risulta inferiore all'importo pieno.
I conti più vecchi possono costare sensibilmente di più
Uno dei dati più utili per il consumatore riguarda l'anzianità del conto. Nel 2024 i rapporti tradizionali aperti da oltre dieci anni presentavano una spesa media nell'ordine di 122 euro, significativamente superiore a quella dei conti aperti più recentemente.
Per i rapporti con un'anzianità tra cinque e dieci anni la spesa media era intorno a 88 euro; per quelli aperti da tre o quattro anni circa 77 euro; i conti con circa due anni di vita si collocavano poco sotto questa cifra. Per quelli aperti nell'ultimo anno la media scendeva invece sotto i 60 euro.
Non significa che ogni vecchio conto corrente sia necessariamente sconveniente. Il dato suggerisce però che le offerte più recenti possono avere condizioni economiche più competitive e che molti clienti tendono a conservare lo stesso contratto per anni senza confrontarlo con le proposte disponibili sul mercato.
Quasi metà dei rapporti tradizionali ha più di dieci anni
Il tema è particolarmente rilevante perché quasi la metà dei conti bancari tradizionali considerati nell'indagine appartiene alla fascia con oltre dieci anni di anzianità. Ciò significa che il fenomeno non riguarda una piccola nicchia di clienti poco attenti.
La fidelizzazione verso la stessa banca può dipendere da diversi motivi: rapporto con la filiale, presenza di un mutuo, accredito dello stipendio, carte e domiciliazioni, familiarità con l'applicazione o semplice timore che cambiare conto sia complicato.
Ma l'anzianità può anche produrre una forma di inerzia bancaria. Un contratto aperto molti anni prima può continuare ad accumulare condizioni meno convenienti rispetto a prodotti più recenti, mentre il cliente raramente dedica tempo a ricostruire tutte le commissioni effettivamente pagate.
Il canone pubblicizzato non basta per confrontare due conti
Quando si confrontano due offerte, il canone mensile è soltanto il punto di partenza. Bisogna verificare quante carte sono incluse, quanto costano i prelievi, se i bonifici vengono tariffati, quali sono le condizioni per l'azzeramento del canone e quali servizi richiedono pagamenti aggiuntivi.
Un conto a "zero euro" può prevedere condizioni precise per mantenere la gratuità, come accredito dello stipendio, età massima, utilizzo esclusivo di determinati canali o acquisto di altri prodotti. Se quelle condizioni vengono meno, la spesa può cambiare.
Allo stesso modo, un prodotto con canone fisso può risultare competitivo per un cliente molto operativo se comprende gratuitamente un numero elevato di bonifici, prelievi e carte. Per una persona che esegue pochissime operazioni, invece, potrebbe essere eccessivo.
L'ICC è il numero da cercare prima di aprire il conto
Per aiutare i consumatori esiste l'Indicatore dei Costi Complessivi, abbreviato ICC. È inserito nella documentazione precontrattuale e offre una stima del costo annuo associato a diversi profili standard di utilizzo.
I profili tengono conto di categorie come giovani, famiglie e pensionati con differenti livelli di operatività. L'obiettivo è permettere al cliente di confrontare offerte diverse sulla base di un utilizzo teorico simile, evitando che la sola pubblicità del canone renda difficili i confronti.
L'ICC non coincide necessariamente con ciò che il cliente pagherà davvero. È un costo indicativo costruito su un profilo standard. Se il vostro comportamento è molto diverso da quello ipotizzato, la spesa effettiva può essere superiore o inferiore.
Il documento più utile arriva ogni anno
Un correntista non deve necessariamente ricostruire una per una tutte le commissioni partendo dagli estratti conto. Il riepilogo annuale delle spese permette di verificare quanto è stato effettivamente pagato e di confrontare il risultato con le condizioni del proprio contratto.
È un controllo particolarmente utile per chi mantiene lo stesso conto da molti anni. Se la spesa effettiva risulta elevata rispetto all'ICC di offerte più recenti adatte allo stesso profilo, può essere il momento di chiedere alla propria banca condizioni differenti o valutare un altro prodotto.
Il confronto dovrebbe riguardare sempre un anno completo. Una promozione iniziale gratuita per alcuni mesi può apparire molto conveniente, ma ciò che conta nel lungo periodo è il costo che scatterà una volta terminato il periodo promozionale.
Le banche possono modificare i costi, ma esistono regole
Durante la vita del contratto una banca può, nei casi consentiti, proporre una modifica unilaterale delle condizioni economiche. Non può però aumentare commissioni in qualunque modo e senza informare il cliente.
Per i contratti a tempo indeterminato, come normalmente avviene per i conti correnti, una variazione deve essere comunicata con almeno due mesi di anticipo secondo le regole applicabili. Quando richiesto dalla disciplina, deve inoltre esistere un giustificato motivo indicato nella comunicazione.
Il cliente che non accetta le nuove condizioni può esercitare il diritto di recesso prima che entrino in vigore, senza spese o penalità per la chiusura. Per questo le comunicazioni della banca sulle variazioni contrattuali non dovrebbero essere archiviate automaticamente senza leggerle.
Cambiare banca è meno complesso di quanto molti pensino
La legge prevede una procedura gratuita di portabilità del conto per i consumatori. Il cliente può chiedere alla nuova banca di trasferire servizi di pagamento ricorrenti e, se lo desidera, il saldo positivo del vecchio conto.
La procedura deve essere completata entro un massimo di 12 giorni lavorativi dalla richiesta completa. Possono essere trasferiti servizi come domiciliazioni, bonifici ricorrenti e accrediti, riducendo quindi il lavoro necessario per spostare l'operatività quotidiana.
Il cliente può anche decidere se chiudere il vecchio conto oppure mantenerlo. La presenza di un mutuo o di altri servizi collegati non impedisce automaticamente la portabilità dei servizi di pagamento, anche se è sempre opportuno verificare le condizioni degli eventuali contratti accessori.
Non serve cambiare banca per forza: si può cambiare conto
Prima di trasferire tutto altrove può essere utile chiedere alla propria banca se esistono prodotti più recenti e più adatti alle proprie abitudini. Un cliente che utilizza quasi esclusivamente smartphone e carta può non avere più bisogno di un vecchio contratto costruito attorno all'operatività allo sportello.
La semplice migrazione verso una diversa offerta dello stesso istituto può talvolta ridurre canoni e commissioni senza cambiare IBAN o rapporto con la banca, anche se le modalità dipendono dal prodotto e dall'intermediario.
È utile però verificare l'intero pacchetto. Un costo inferiore del conto potrebbe essere accompagnato da condizioni differenti su carte di credito, dossier titoli o altri servizi. La convenienza va quindi misurata sull'insieme dei prodotti realmente utilizzati.
Per chi ha esigenze semplici esiste il conto di base
Non tutti hanno bisogno di un conto dotato di servizi complessi. Il conto di base è stato previsto proprio per garantire l'accesso ai servizi essenziali: accrediti, bonifici, pagamenti, prelievi, versamenti e carta di debito entro i limiti e le condizioni stabilite.
Per determinate fasce economicamente più fragili può essere particolarmente conveniente. Nel 2026 il conto di base è gratuito per chi possiede un ISEE inferiore a 11.600 euro e, in questa situazione, non viene applicata neppure l'imposta di bollo.
È previsto inoltre un regime specifico per i pensionati con reddito lordo annuo fino a 18.000 euro, che possono accedere al conto secondo le condizioni dedicate previste. Se vengono superati i limiti delle operazioni incluse o richiesti servizi ulteriori, possono però essere applicati costi aggiuntivi.
Intanto sui conti restano oltre 1.160 miliardi
Il dato sui costi assume ulteriore interesse se confrontato con la quantità di liquidità bancaria mantenuta dalle famiglie. Nell'elaborazione riferita al 31 maggio 2026, le somme considerate raggiungono circa 1.163 miliardi di euro, contro circa 906 miliardi dieci anni prima.
L'aumento nominale è di circa 257 miliardi, pari a poco più del 28%. Ma questa crescita non deve essere letta automaticamente come un aumento equivalente della ricchezza reale degli italiani. Nel decennio anche il livello generale dei prezzi è cresciuto significativamente e la distribuzione della liquidità tra famiglie è estremamente disomogenea.
Inoltre un aumento dei depositi aggregati può derivare da molte dinamiche: maggiore propensione al risparmio, crescita nominale dei redditi, trasferimento di risorse da altre attività finanziarie, prudenza durante periodi incerti o concentrazione della ricchezza presso una parte della popolazione.
Più denaro sui conti non significa automaticamente maggiore benessere
Un miliardo depositato in più nel sistema bancario non dice chi possiede quel denaro. La media aggregata può crescere anche se molte famiglie dispongono di poca liquidità e una quota rilevante si concentra presso nuclei con patrimoni molto più elevati.
Le differenze territoriali sono altrettanto evidenti. La Lombardia concentra quasi 239 miliardi di euro di depositi, circa un quinto del totale nazionale considerato nell'elaborazione, seguita a distanza da Lazio e Veneto.
Anche il valore pro capite varia notevolmente. La provincia di Bolzano si colloca ai livelli più elevati, con quasi 30.400 euro per residente, mentre in alcune province del Mezzogiorno il dato scende sotto i 10.000 euro. Sono valori medi territoriali e non descrivono naturalmente il saldo del conto del singolo abitante.
Tenere molta liquidità sul conto ha anche un costo invisibile
Il costo di un conto non è composto soltanto da canoni e commissioni. Esiste anche un possibile costo economico legato alla liquidità che rimane inutilizzata e poco remunerata mentre i prezzi dei beni aumentano.
Il conto corrente nasce principalmente come strumento per gestire pagamenti e incassi, non necessariamente per massimizzare la remunerazione del risparmio. Molti rapporti riconoscono interessi molto bassi o nulli sulle somme disponibili, anche se esistono prodotti con condizioni differenti.
Quando l'inflazione è positiva, denaro che non produce rendimento perde progressivamente potere d'acquisto. Ciò non significa che sia sbagliato mantenere liquidità per spese ordinarie e imprevisti: significa semplicemente che tenere sul conto somme molto superiori alle proprie esigenze può avere un costo economico che non appare nell'estratto conto.
Conto corrente e conto deposito non sono la stessa cosa
Per comprendere questo punto è utile distinguere il conto corrente dal conto deposito. Il primo serve principalmente a incassare, pagare, domiciliare utenze e gestire carte. Il secondo è generalmente progettato per custodire risparmio e riconoscere una remunerazione maggiore, ma offre funzionalità operative più limitate.
Un conto deposito può essere libero oppure prevedere vincoli temporali. Non è però automaticamente la soluzione ideale per tutti: bisogna valutare rendimento netto, durata, eventuali limitazioni sui prelievi e necessità di mantenere somme immediatamente disponibili.
Il punto di servizio per il consumatore è più semplice: bisogna chiedersi quanta liquidità operativa serve realmente sul conto corrente e distinguere quella somma dal risparmio che non si prevede di utilizzare nel breve periodo.
Il bollo rende ancora più importante controllare la giacenza
Per le persone fisiche, l'imposta di bollo di 34,20 euro viene normalmente applicata quando la giacenza media supera la soglia prevista di 5.000 euro. Restare al di sotto significa non dover sostenere questa voce fiscale, ferme le altre regole ed eventuali esenzioni.
Non avrebbe però senso movimentare artificialmente il denaro soltanto per evitare il bollo se ciò comporta altri costi o se le somme sono necessarie sul conto. La decisione deve essere inserita in una gestione complessiva della liquidità.
Il dato medio di 16,5 euro rilevato nel campione aiuta comunque a capire perché la cifra di 101,1 euro non racconti l'intera spesa sostenuta da tutti i clienti. Fiscalità e condizioni personali possono modificare ulteriormente il costo effettivo.
Quanto pesa davvero un aumento di 18,9 euro
In termini assoluti, il passaggio da 82,2 a 101,1 euro significa 18,9 euro in più ogni anno rispetto al 2014. Preso isolatamente, può sembrare un incremento limitato: poco più di un euro e mezzo al mese.
Ma il dato assume maggiore significato se moltiplicato per milioni di rapporti bancari e se sommato agli altri costi finanziari sostenuti da una famiglia: carte, finanziamenti, investimenti, assicurazioni e servizi accessori.
Inoltre una media nasconde situazioni molto differenti. Per alcuni correntisti il rincaro può essere stato quasi nullo; per altri, soprattutto titolari di rapporti anziani e molto operativi, la spesa può essere ben superiore alla media nazionale.
Il vero problema è spesso non sapere quanto si paga
Molti consumatori conoscono perfettamente il costo del proprio abbonamento telefonico o delle piattaforme streaming ma non sanno indicare con precisione quanto spendono ogni anno per il conto corrente. Le commissioni vengono addebitate in momenti differenti e possono apparire come importi di pochi euro difficili da percepire nel loro insieme.
Il primo passo è quindi verificare la spesa annuale effettiva. Una volta individuata, può essere confrontata con prodotti equivalenti e con l'ICC corrispondente al proprio profilo di utilizzo.
Una differenza significativa non significa necessariamente che la banca applichi condizioni scorrette. Può semplicemente indicare che il contratto scelto anni prima non è più adatto al comportamento attuale del cliente.
Prelievi e bonifici: attenzione al canale utilizzato
Le commissioni possono cambiare in modo rilevante a seconda che un'operazione venga effettuata tramite sportello, ATM, app o internet banking. I canali digitali sono generalmente meno costosi, ma il trattamento concreto dipende sempre dal contratto.
Per chi effettua molti prelievi, è particolarmente utile verificare le condizioni applicate agli ATM di banche differenti da quella presso cui è aperto il conto. Una singola commissione può sembrare irrilevante, ma ripetuta ogni settimana produce una spesa annuale significativa.
Lo stesso vale per i bonifici. Il costo può dipendere dal canale, dalla tipologia e dalle condizioni del pacchetto. Il crescente utilizzo di operazioni digitali rende quindi importante controllare non soltanto il canone, ma anche il prezzo unitario delle attività effettuate più spesso.
Le carte possono aumentare la spesa senza che ce ne accorgiamo
Un altro capitolo è quello delle carte di pagamento. Carta di debito, carta di credito e prepagata possono avere canoni distinti, commissioni e condizioni differenti. In alcuni conti una carta è compresa gratuitamente; in altri viene addebitata separatamente.
Una famiglia che possiede più carte collegate allo stesso conto dovrebbe quindi controllare quante vengono realmente utilizzate. Pagare ogni anno per strumenti ormai inutilizzati è una delle forme più semplici di spesa bancaria evitabile.
Anche le carte "premium" con servizi aggiuntivi devono essere valutate sulla base dell'utilizzo effettivo. Assicurazioni viaggio, programmi fedeltà o altri vantaggi possono avere valore per alcuni clienti e risultare completamente inutili per altri.
Quando conviene davvero un conto online
Il differenziale medio tra 30,6 e 101,1 euro rende inevitabile chiedersi se tutti dovrebbero passare a un conto online. La risposta dipende soprattutto dalle proprie necessità.
Chi effettua quasi tutte le operazioni tramite smartphone, raramente utilizza contanti e non ha bisogno di una relazione frequente con una filiale fisica può trovare nel digitale un forte vantaggio economico. Per altre persone, soprattutto chi necessita spesso di assistenza allo sportello, la presenza territoriale può rappresentare un servizio per il quale accettano consapevolmente di pagare di più.
Il risparmio deve quindi essere confrontato con la qualità del servizio desiderato. Il conto meno costoso in assoluto non è necessariamente quello migliore per ogni cliente; è quello che offre i servizi necessari al prezzo più conveniente per quel determinato profilo.
La sicurezza dei depositi non dipende dal canone
Un conto meno caro non deve essere automaticamente percepito come meno sicuro soltanto perché opera prevalentemente online. La tutela dei depositi bancari dipende dal regime giuridico dell'intermediario e dai sistemi di garanzia applicabili, non dal fatto che esista o meno una rete capillare di sportelli.
Per i depositi protetti vale generalmente il limite di 100.000 euro per depositante e per banca secondo il sistema di garanzia previsto. Chi possiede somme molto elevate dovrebbe quindi considerare anche la concentrazione dei depositi presso uno stesso intermediario.
Questo tema è distinto dal costo del conto, ma diventa pertinente in presenza di oltre 1.160 miliardi di liquidità complessivamente depositata dalle famiglie. Il luogo in cui si custodisce il risparmio va valutato considerando insieme operatività, costi, remunerazione e tutela.
Sette controlli pratici prima di decidere se cambiare
Per capire se il proprio conto corrente è troppo caro è utile partire dalla spesa effettivamente sostenuta nell'ultimo anno e identificare quali voci incidono maggiormente: canone, carte, bonifici, prelievi, operazioni allo sportello e servizi aggiuntivi.
Il secondo controllo riguarda l'ICC di prodotti alternativi adatti allo stesso profilo. Il terzo consiste nel verificare se il canone è azzerabile attraverso condizioni che si rispettano già normalmente, come l'accredito dello stipendio.
Bisogna poi controllare costi delle carte, commissioni sui prelievi, condizioni dei bonifici e prezzo degli eventuali servizi accessori. Soltanto dopo aver sommato queste componenti ha senso confrontare due offerte.
La crescita dei costi non è stata lineare
Dire che i conti tradizionali sono aumentati del 23% in dieci anni non significa che ogni anno abbiano registrato un rincaro costante del 2,3%. Nel periodo si sono alternate fasi di diminuzione, stabilità e aumento.
Il 2024 ne è un esempio: il costo complessivo è aumentato appena di 0,4 euro rispetto al 2023, ma dietro questa quasi stabilità si nascondono movimenti opposti. Le spese fisse sono diminuite sensibilmente, mentre quelle variabili sono aumentate.
Un singolo numero finale può quindi nascondere una trasformazione della struttura tariffaria. Per il cliente questo conta molto: una diminuzione del canone può essere compensata da commissioni più elevate se utilizza intensamente servizi tariffati singolarmente.
La digitalizzazione sta già modificando la media nazionale
Il fatto che la spesa ponderata complessiva sia scesa a 85,3 euro mostra quanto la migrazione verso i canali digitali stia influenzando l'intero mercato. Più cresce la quota dei conti online, più la loro minore onerosità media pesa sul costo complessivo osservato.
La concorrenza digitale ha inoltre costretto anche gli operatori tradizionali a sviluppare offerte ibride, nelle quali molti servizi vengono gestiti via app mentre lo sportello rimane disponibile per esigenze specifiche.
Per il consumatore, questa trasformazione aumenta il numero delle alternative ma rende anche più importante leggere con attenzione le condizioni economiche. Prodotti apparentemente molto simili possono avere strutture tariffarie completamente differenti.
Il conto corrente non deve diventare un costo dimenticato
Il messaggio più utile che emerge dai numeri non è che tutti gli italiani spendano necessariamente 101,1 euro all'anno. Il vero dato da osservare è la grande distanza tra prodotti e profili: circa 30 euro per la media online, oltre 100 per il conto tradizionale e livelli ancora differenti in base all'anzianità e all'operatività.
Questo significa che esiste spazio per una gestione più attenta delle spese bancarie. Un controllo annuale può essere sufficiente per individuare servizi non più utilizzati, vecchie condizioni o commissioni che rendono il rapporto poco coerente con le proprie abitudini.
La portabilità gratuita e la possibilità di cambiare prodotto riducono inoltre il costo pratico di una scelta alternativa. La fedeltà alla stessa banca può avere valore, ma dovrebbe essere una decisione consapevole, non il risultato della semplice inerzia.
Un miliardo di liquidità vale solo se viene gestito consapevolmente
La fotografia del 2026 mette insieme due elementi apparentemente contraddittori: una quantità enorme di risparmio liquido nei conti e costi di gestione dei rapporti tradizionali più elevati rispetto a dieci anni fa. La soluzione non è necessariamente svuotare i conti né cambiare banca in massa, ma comprendere meglio quanto si paga e perché.
Il confronto corretto mostra che il 23% riguarda il decennio 2014-2024 per i costi del conto tradizionale, mentre i dati 2016-2026 descrivono l'evoluzione dei depositi. Tenere distinti questi periodi consente di evitare un'immagine distorta e di leggere l'analisi nel suo reale significato.
Per i consumatori il dato più concreto resta questo: la differenza tra un rapporto economico e uno poco adatto alle proprie esigenze può essere molto superiore ai 18,9 euro dell'aumento medio decennale. Confrontare ICC, spese effettive, carte e commissioni può quindi produrre risparmi ben più consistenti.
La domanda da fare alla banca è semplice: quanto mi costa davvero?
Il conto corrente è uno dei servizi finanziari più utilizzati e, proprio per questo, rischia di diventare quello meno controllato. Pagamenti automatici e addebiti periodici rendono quasi invisibili molti costi ricorrenti, finché non vengono osservati nell'arco di un intero anno.
La crescita da 82,2 a 101,1 euro invita quindi soprattutto a recuperare attenzione. Non è un allarme generalizzato né la prova che ogni istituto abbia aumentato indiscriminatamente le proprie tariffe. È un indicatore di lungo periodo che mostra quanto sia importante confrontare periodicamente il contratto con il mercato.
In un sistema nel quale un conto online costa mediamente meno di un terzo di un rapporto tradizionale, l'inerzia del correntista può avere un prezzo. Chi considera indispensabile la filiale può continuare a sceglierla consapevolmente; chi non la utilizza quasi mai ha invece un motivo concreto per chiedersi se stia pagando per un servizio di cui non beneficia.
Risparmiare sul conto parte dalla trasparenza
Il dato del +23% in dieci anni non deve quindi essere letto soltanto come una statistica bancaria. Può diventare uno strumento pratico per spingere famiglie e risparmiatori a verificare il costo reale di un servizio che spesso rimane aperto per decenni senza essere rimesso in discussione.
La buona notizia è che il mercato offre oggi una varietà molto maggiore di conti tradizionali, digitali e di base e che la normativa mette a disposizione strumenti per confrontarli e trasferire l'operatività. Il punto non è scegliere necessariamente il prodotto meno caro, ma evitare di pagare per caratteristiche che non vengono utilizzate.
Nel momento in cui sui conti delle famiglie italiane rimangono oltre 1.160 miliardi di euro, il rapporto tra costo, servizio e remunerazione della liquidità merita quindi molta più attenzione di quella che normalmente riceve. Voi sapete quanto avete pagato complessivamente per il vostro conto nell'ultimo anno? Se volete, lasciate un commento indicando se utilizzate un conto tradizionale, online o postale e quanto vi costa: il confronto può aiutare altri lettori a capire quanto siano ampie le differenze tra le offerte presenti sul mercato.

