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Cina e ONU, Wang Yi a New York: Pechino usa il Consiglio di Sicurezza per rafforzare il suo ruolo globale

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi è arrivato a New York per presiedere una riunione di alto livello del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel quadro della presidenza cinese del mese di maggio 2026. L'appuntamento ha un valore che va oltre la normale agenda diplomatica: consente alla Cina di presentarsi come difensore del sistema multilaterale, di rafforzare la propria immagine di potenza responsabile e di occupare una posizione centrale nel dibattito sulla governance mondiale. Durante la missione, Wang Yi ha in programma anche colloqui con il segretario generale dell'ONU António Guterres e con ministri degli Esteri di altri Paesi, prima di una visita ufficiale in Canada dal 28 al 30 maggio.

Una riunione che pesa più del calendario

A prima vista, la presenza di Wang Yi a New York potrebbe sembrare un normale passaggio istituzionale. Il Consiglio di Sicurezza ha una presidenza che ruota mensilmente tra i suoi membri, e nel mese di maggio 2026 questa presidenza spetta alla Cina. Ma la politica internazionale raramente è fatta solo di procedure. Il fatto che il capo della diplomazia cinese presieda personalmente una riunione di alto livello indica la volontà di Pechino di dare all'evento un significato politico forte.
Il tema scelto per la riunione, "sostenere gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e rafforzare il sistema internazionale centrato sull'ONU", è particolarmente significativo. È una formula diplomatica, ma contiene un messaggio molto chiaro: la Cina vuole presentarsi come sostenitrice dell'ordine internazionale multilaterale, in contrapposizione a un mondo dominato da decisioni unilaterali, pressioni economiche, alleanze militari rigide e competizione tra blocchi.

Il Consiglio di Sicurezza come palcoscenico della diplomazia cinese

Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU è uno degli organismi più importanti della politica mondiale. È il luogo in cui si discutono guerre, crisi internazionali, sanzioni, missioni di pace e minacce alla sicurezza globale. Ne fanno parte quindici Paesi: cinque membri permanenti, cioè Cina, Stati Uniti, Russia, Francia e Regno Unito, e dieci membri non permanenti eletti a rotazione.
La Cina è uno dei cinque membri permanenti e dispone del diritto di veto, cioè della possibilità di bloccare risoluzioni sostanziali del Consiglio. Questo le conferisce un peso enorme. Quando Pechino presiede il Consiglio, anche solo per un mese, ha l'opportunità di orientare il programma, fissare priorità tematiche e dare visibilità alla propria visione dell'ordine mondiale.
La presidenza non trasforma la Cina in padrona del Consiglio, perché le decisioni richiedono regole, voti e negoziati. Tuttavia, le consente di scegliere quali temi mettere in evidenza e quale linguaggio politico promuovere. In diplomazia, anche la scelta dell'agenda è una forma di potere.

La Carta dell'ONU come linguaggio politico

Il richiamo alla Carta delle Nazioni Unite non è casuale. La Carta è il documento fondativo dell'ONU e stabilisce principi come la sovranità degli Stati, il divieto dell'uso della forza contro l'integrità territoriale di un Paese, la soluzione pacifica delle controversie e la cooperazione internazionale.
Pechino usa spesso questi concetti per sostenere una visione del mondo basata sulla sovranità nazionale e sulla non ingerenza negli affari interni degli Stati. È una posizione che la Cina presenta come difesa dell'ordine internazionale, ma che ha anche una funzione politica: limitare la legittimità di sanzioni unilaterali, interventi militari non autorizzati dall'ONU e pressioni occidentali su temi come diritti umani, Taiwan, Hong Kong, Xinjiang o Mar Cinese Meridionale.
In altre parole, quando la Cina parla di Carta dell'ONU, non sta facendo solo un discorso giuridico. Sta proponendo una visione del potere mondiale: meno centralità delle alleanze guidate dagli Stati Uniti, più peso alle istituzioni multilaterali dove Pechino può esercitare influenza, più attenzione alla sovranità statale e meno spazio a interventi esterni motivati da ragioni politiche o umanitarie.

Pechino vuole apparire come garante del multilateralismo

Negli ultimi anni la Cina ha investito molto nel racconto di sé come potenza favorevole al multilateralismo. Questo significa presentarsi come un Paese che preferisce forum internazionali, trattative multilaterali, cooperazione economica e istituzioni globali, invece di imposizioni unilaterali o alleanze esclusive.
Naturalmente, questa immagine è oggetto di forte disputa. Per i sostenitori di Pechino, la Cina offre un'alternativa a un ordine internazionale percepito come troppo dominato dall'Occidente. Per i suoi critici, invece, il richiamo cinese al multilateralismo è selettivo: Pechino difenderebbe le regole internazionali quando le convengono e le reinterpretarebbe quando ostacolano i suoi interessi strategici.
La riunione di New York va letta dentro questa ambivalenza. Wang Yi non si limita a partecipare a un evento ONU: porta la Cina al centro del palcoscenico diplomatico mondiale e cerca di accreditare Pechino come voce responsabile in un momento di forte instabilità globale.

Il contesto: un mondo segnato da crisi simultanee

L'appuntamento avviene in una fase internazionale molto complessa. Le tensioni in Medio Oriente, la guerra e l'instabilità in varie aree del mondo, la competizione tra Stati Uniti e Cina, le fratture tra Occidente e Russia, le crisi energetiche e le difficoltà economiche stanno mettendo sotto pressione il sistema multilaterale.
In questo contesto, il richiamo a un sistema "centrato sull'ONU" assume un significato politico preciso. La Cina vuole sostenere che le grandi crisi globali debbano essere affrontate attraverso le Nazioni Unite, non attraverso coalizioni ristrette o decisioni prese da singole potenze. È un messaggio rivolto indirettamente soprattutto agli Stati Uniti e ai loro alleati, spesso accusati da Pechino di usare il linguaggio delle regole internazionali per difendere interessi geopolitici propri.
La Cina, però, non parla solo agli avversari. Parla anche al cosiddetto Sud globale, cioè a quell'insieme molto ampio di Paesi dell'Asia, dell'Africa, dell'America Latina e del Medio Oriente che spesso chiedono più rappresentanza, più equilibrio e meno doppio standard nella politica internazionale.

La Cina e il Sud globale

Uno degli obiettivi più importanti della diplomazia cinese è rafforzare il rapporto con i Paesi del Sud globale. Pechino si presenta come una potenza non occidentale, uscita da una storia di povertà e pressione esterna, capace di comprendere le esigenze dei Paesi in via di sviluppo. Questo racconto è molto utile alla Cina per ampliare la propria influenza nelle organizzazioni internazionali.
Il richiamo all'ONU, alla sovranità e alla non ingerenza parla direttamente a molti governi che temono pressioni occidentali su politica interna, diritti umani, modelli economici o alleanze strategiche. Per questi Paesi, la posizione cinese può apparire attrattiva perché promette cooperazione senza condizionalità politiche esplicite.
La riunione del Consiglio di Sicurezza diventa quindi anche una vetrina verso questi interlocutori. Wang Yi può presentare la Cina come Paese che difende l'uguaglianza sovrana degli Stati e sostiene un ordine più rappresentativo. È una strategia diplomatica che mira a costruire consenso non solo nei palazzi dell'ONU, ma anche nelle capitali di molti Paesi emergenti.

La competizione con gli Stati Uniti

Il vero sfondo dell'iniziativa resta la competizione tra Cina e Stati Uniti. Washington e Pechino sono impegnate in una rivalità che attraversa economia, tecnologia, sicurezza, commercio, intelligenza artificiale, semiconduttori, mari contesi e influenza diplomatica.
In questa competizione, l'ONU è un campo importante. Gli Stati Uniti restano la principale potenza militare e finanziaria del sistema internazionale, ma la Cina ha progressivamente aumentato la propria presenza nelle istituzioni multilaterali. Pechino cerca di usare questi spazi per influenzare linguaggio, priorità, coalizioni e interpretazioni delle regole globali.
La missione di Wang Yi a New York serve anche a questo: mostrare che la Cina non vuole limitarsi a reagire alle mosse americane, ma intende proporre una propria architettura diplomatica. Il messaggio è che Pechino non è soltanto una potenza economica o militare in ascesa, ma un attore capace di parlare di ordine mondiale, sicurezza collettiva e riforma della governance globale.

Wang Yi, il volto esperto della diplomazia cinese

Wang Yi è una figura centrale della politica estera cinese. È membro del Politburo del Partito Comunista Cinese e ministro degli Esteri, una combinazione che ne segnala il peso politico. Non è soltanto un tecnico della diplomazia: è uno degli interpreti più autorevoli della visione internazionale di Pechino.
La sua presenza a New York permette alla Cina di elevare il livello della riunione. Non si tratta di un incontro presieduto solo dalla rappresentanza permanente cinese all'ONU, ma di un momento guidato direttamente da uno dei massimi responsabili della politica estera del Paese. Questo indica che Pechino vuole investire capitale politico nell'appuntamento.
Wang Yi è noto per uno stile diplomatico fermo, spesso critico verso l'unilateralismo occidentale, ma capace anche di muoversi nei formati multilaterali con grande esperienza. La sua missione statunitense, seguita dalla visita in Canada, conferma una diplomazia cinese molto attiva su più fronti.

I colloqui con António Guterres

Durante la missione a New York, Wang Yi ha in programma anche un incontro con il segretario generale dell'ONU António Guterres. Questo colloquio è importante perché il segretario generale rappresenta il volto istituzionale delle Nazioni Unite e perché l'ONU attraversa una fase difficile, sia sul piano politico sia su quello finanziario.
Il dialogo tra Cina e segretariato ONU riguarda spesso grandi temi globali: pace e sicurezza, sviluppo, clima, riforma delle istituzioni internazionali, crisi umanitarie e ruolo dei Paesi in via di sviluppo. Per Pechino, mostrare un rapporto diretto con Guterres significa rafforzare la propria immagine di partner centrale dell'ONU. Per l'ONU, il rapporto con la Cina è ormai indispensabile, dato il peso politico, economico e diplomatico di Pechino.
Il colloquio ha quindi un valore simbolico e pratico. Simbolico, perché mostra la Cina al centro del sistema multilaterale. Pratico, perché molte crisi internazionali non possono essere gestite senza tenere conto della posizione cinese.

Gli incontri con altri ministri degli Esteri

Oltre alla riunione formale, la visita di Wang Yi a New York comprende incontri con ministri degli Esteri di diversi Paesi. Questi colloqui laterali sono spesso il cuore reale della diplomazia. Le grandi riunioni producono dichiarazioni pubbliche; gli incontri bilaterali permettono invece di discutere dossier specifici, costruire intese, ridurre tensioni o preparare future iniziative.
Nel contesto dell'ONU, un ministro degli Esteri può incontrare in pochi giorni interlocutori provenienti da continenti diversi. È un'occasione preziosa per la Cina, che può consolidare relazioni, sondare posizioni su risoluzioni future, raccogliere appoggi e presentare la propria linea su temi globali.
Questa dimensione multilaterale e bilaterale insieme è tipica della diplomazia delle Nazioni Unite. Il palazzo dell'ONU non è solo un'aula di discorsi ufficiali: è anche un grande spazio di negoziazione informale.

La tappa successiva: la visita in Canada

Dopo New York, Wang Yi è atteso in Canada dal 28 al 30 maggio, su invito della ministra degli Esteri canadese Anita Anand. Anche questa tappa è significativa, perché i rapporti tra Cina e Canada hanno attraversato negli ultimi anni fasi difficili, tra tensioni diplomatiche, questioni commerciali, accuse reciproche e dossier sensibili legati alla sicurezza.
La visita canadese indica la volontà di mantenere aperto un canale politico diretto. Non significa automaticamente che tutti i problemi siano risolti, ma mostra che entrambe le parti vedono utilità nel dialogo. Per la Cina, migliorare o stabilizzare il rapporto con Ottawa è importante anche perché il Canada è un Paese del G7, membro della NATO, vicino agli Stati Uniti e attore rilevante nelle dinamiche dell'Indo-Pacifico e dell'Artico.
La sequenza New York-Canada racconta bene la strategia cinese: prima il palcoscenico multilaterale dell'ONU, poi un passaggio bilaterale con un Paese occidentale con cui i rapporti restano complessi ma non chiusi.

Perché il Canada conta per Pechino

Il Canada non è una superpotenza militare, ma ha un peso diplomatico ed economico rilevante. È un alleato storico degli Stati Uniti, un membro del G7, un Paese ricco di risorse naturali, un attore dell'Artico e un partner commerciale importante. Per la Cina, dialogare con Ottawa significa cercare spazi di manovra dentro il mondo occidentale, evitando che il confronto con Washington si traduca automaticamente in chiusura totale con tutti gli alleati americani.
Dal punto di vista canadese, il rapporto con la Cina è altrettanto delicato. Da un lato, Pechino è un attore economico che non può essere ignorato. Dall'altro, restano preoccupazioni su sicurezza, diritti, interferenze straniere, commercio e dipendenza strategica. La visita di Wang Yi non cancella queste tensioni, ma può servire a gestirle attraverso canali diplomatici diretti.
In una fase di rivalità globale, anche il semplice mantenimento del dialogo diventa un risultato politico.

Il multilateralismo secondo Pechino

La parola multilateralismo è al centro della narrativa cinese, ma va compresa bene. Per Pechino, il multilateralismo non coincide necessariamente con l'ordine liberale promosso dall'Occidente dopo la Seconda guerra mondiale. La Cina sostiene le istituzioni internazionali quando queste riconoscono il principio della sovranità, il ruolo degli Stati e la necessità di evitare imposizioni unilaterali.
Questa visione è diversa da quella di molti Paesi occidentali, che tendono a collegare l'ordine internazionale anche alla democrazia, ai diritti umani, allo Stato di diritto e alla responsabilità di proteggere le popolazioni in caso di gravi crisi. La Cina, invece, privilegia una lettura più statale e meno interventista.
La riunione presieduta da Wang Yi consente a Pechino di promuovere proprio questa impostazione: l'ONU come centro del sistema, la Carta come riferimento, la sovranità come principio cardine, il dialogo tra Stati come metodo principale.

Le contraddizioni della posizione cinese

La strategia cinese non è priva di contraddizioni. Pechino si presenta come difensore della sovranità e della Carta dell'ONU, ma è criticata da molti Paesi per il proprio comportamento nel Mar Cinese Meridionale, per le pressioni su Taiwan, per la gestione dei diritti interni e per il sostegno diplomatico alla Russia in diversi dossier internazionali.
Questo significa che la sua proposta multilaterale non viene accolta ovunque allo stesso modo. Alcuni Paesi la vedono come un necessario riequilibrio rispetto al predominio occidentale. Altri la considerano un tentativo di riscrivere le regole internazionali in senso più favorevole agli interessi delle grandi potenze autoritarie.
È proprio qui che la riunione di New York assume valore politico: la Cina prova a occupare il linguaggio delle regole internazionali, mentre i suoi critici contestano il modo in cui interpreta quelle stesse regole.

L'ONU come terreno di confronto, non solo di cooperazione

Le Nazioni Unite vengono spesso raccontate come il luogo della cooperazione internazionale. È vero, ma sono anche un terreno di confronto. Nel Consiglio di Sicurezza, le grandi potenze difendono interessi, costruiscono alleanze, bloccano risoluzioni, negoziano parole e cercano legittimità.
La Cina conosce bene questa dinamica. Presiedere una riunione di alto livello significa poter dare forma al dibattito, scegliere un tema ampio e apparentemente condivisibile, e invitare gli altri Stati a esprimersi dentro quella cornice. Anche quando non produce decisioni operative immediate, una riunione di questo tipo può influenzare il clima politico e la narrazione internazionale.
Per Pechino, il vantaggio è evidente: mentre viene accusata da alcuni rivali di assertività e ambizione egemonica, può presentarsi all'ONU come custode del diritto internazionale e della stabilità globale.

Il messaggio ai Paesi occidentali

Ai Paesi occidentali, la missione di Wang Yi manda un messaggio duplice. Da una parte, la Cina segnala di voler continuare a usare i canali diplomatici e multilaterali. Dall'altra, avverte che non accetterà un ordine internazionale definito esclusivamente da Washington e dai suoi alleati.
Il richiamo al sistema ONU implica una critica implicita a formati ristretti come alleanze militari, coalizioni ad hoc o gruppi di Paesi affini che agiscono fuori dal quadro delle Nazioni Unite. Pechino sostiene che solo l'ONU possa garantire vera legittimità internazionale. Gli Stati Uniti e molti alleati rispondono spesso che il Consiglio di Sicurezza è paralizzato dai veti e che, in alcune crisi, agire solo attraverso l'ONU può significare non agire affatto.
Questa è una delle fratture centrali della politica globale contemporanea: chi decide cosa è legittimo quando le grandi potenze non sono d'accordo?

Il messaggio al Sud globale

Ai Paesi non occidentali, invece, il messaggio cinese è diverso: la Cina vuole presentarsi come alleata di un ordine più equilibrato, meno dominato dalle potenze occidentali e più attento allo sviluppo. Parole come uguaglianza sovrana, non ingerenza, cooperazione win-win e sviluppo comune sono elementi ricorrenti della diplomazia cinese.
Questa impostazione può risultare efficace perché molti Paesi del Sud globale ritengono che l'attuale ordine internazionale rifletta ancora squilibri storici. La Cina prova a trasformare questa insoddisfazione in consenso diplomatico. La presidenza del Consiglio di Sicurezza offre un'occasione ideale per farlo davanti a una platea globale.
Tuttavia, anche qui il successo non è automatico. Molti Paesi in via di sviluppo collaborano con la Cina, ma non vogliono diventare dipendenti da Pechino. Cercano equilibrio tra Cina, Stati Uniti, Europa, Russia e potenze regionali. La diplomazia cinese deve quindi convincere senza apparire dominante.

Una potenza che vuole riscrivere il proprio ruolo

Per decenni, la Cina ha mantenuto un profilo internazionale relativamente prudente, concentrandosi soprattutto sulla crescita economica interna. Oggi la situazione è diversa. Pechino non vuole più essere soltanto "la fabbrica del mondo" o una grande economia emergente. Vuole essere riconosciuta come potenza globale capace di incidere sulle regole, sui conflitti, sulle istituzioni e sulle infrastrutture del sistema internazionale.
La missione di Wang Yi a New York va letta in questa trasformazione. La Cina non si limita a partecipare al Consiglio di Sicurezza: prova a guidarne il dibattito. Non si limita a parlare di commercio: parla di governance globale. Non si limita a difendere interessi nazionali: propone una visione alternativa dell'ordine internazionale.
Questa evoluzione è uno dei grandi cambiamenti del nostro tempo.

La posta in gioco: legittimità internazionale

In diplomazia, la legittimità conta quasi quanto la forza. Una potenza può avere esercito, economia e tecnologia, ma se non riesce a presentare le proprie azioni come legittime fatica a costruire consenso. La Cina lo sa bene. Per questo investe nel linguaggio dell'ONU, nella Carta, nel multilateralismo e nella cooperazione.
Presiedere una riunione di alto livello del Consiglio di Sicurezza permette a Wang Yi di collegare la politica estera cinese a principi riconosciuti formalmente da tutti gli Stati membri. È una strategia di legittimazione. Pechino non vuole apparire come potenza revisionista che distrugge l'ordine esistente, ma come potenza che intende correggerlo, riequilibrarlo e renderlo più rappresentativo.
I suoi critici sostengono che questa sia una narrazione funzionale agli interessi cinesi. I suoi sostenitori ritengono invece che rifletta una reale esigenza di riforma del sistema internazionale.

Un passaggio diplomatico da non sottovalutare

La riunione presieduta da Wang Yi non è un evento isolato né una semplice formalità. È parte di una strategia più ampia con cui la Cina cerca di rafforzare il proprio ruolo diplomatico globale, soprattutto in una fase in cui l'ordine internazionale appare frammentato e contestato.
Il messaggio di Pechino è chiaro: l'ONU deve restare al centro della governance mondiale, la Carta delle Nazioni Unite deve essere il riferimento principale, la sovranità degli Stati va rispettata e le grandi crisi non possono essere gestite solo da alleanze o coalizioni guidate dall'Occidente. È una posizione che trova consensi, ma anche forti resistenze.

Una Cina più visibile nel cuore del sistema internazionale

La presenza di Wang Yi a New York mostra una Cina sempre più visibile nel cuore delle istituzioni globali. Il Consiglio di Sicurezza diventa per Pechino non solo uno spazio di voto, ma un palcoscenico politico. Gli incontri con António Guterres e con altri ministri degli Esteri rafforzano questa immagine di centralità. La successiva visita in Canada completa il quadro, mostrando una diplomazia cinese che si muove contemporaneamente sul piano multilaterale e bilaterale.
La vera domanda è se questa centralità produrrà soluzioni o soltanto nuove competizioni narrative. La Cina vuole presentarsi come garante di stabilità e multilateralismo. Gli altri attori internazionali valuteranno questa ambizione non solo dalle parole pronunciate all'ONU, ma anche dai comportamenti concreti nei dossier più difficili: guerre, crisi regionali, rapporti con gli Stati Uniti, relazioni con la Russia, Taiwan, sicurezza marittima e sviluppo globale.
Per ora, un dato è evidente: Pechino non intende più limitarsi a partecipare all'ordine internazionale. Vuole contribuire a definirne le regole, il linguaggio e gli equilibri. La riunione del Consiglio di Sicurezza presieduta da Wang Yi è un nuovo segnale di questa ambizione.

Di Mario

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