Capaci, 34 anni dopo: l’Italia ricorda Giovanni Falcone e tutte le vittime della strage
Il 23 maggio 2026 l'Italia ricorda il trentaquattresimo anniversario della strage di Capaci, uno degli eventi più drammatici e simbolici della storia repubblicana. Il 23 maggio 1992, sull'autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci, la mafia fece esplodere un tratto di carreggiata per uccidere il magistrato Giovanni Falcone, che stava rientrando in Sicilia insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli uomini della scorta. In quell'attentato morirono Falcone, Morvillo e tre agenti della Polizia di Stato: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.
A distanza di 34 anni, il ricordo di Capaci non appartiene soltanto alla memoria storica. È ancora una ferita aperta, perché quella strage non fu un omicidio isolato, ma un attacco diretto allo Stato, alla magistratura, alla legalità democratica e alla possibilità stessa che l'Italia potesse liberarsi dal ricatto delle organizzazioni mafiose. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato che la data del 23 maggio ha segnato la storia della Repubblica e ha definito la strage una delle manifestazioni più sanguinarie della disumanità mafiosa.
Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, nel messaggio diffuso per l'anniversario, ha richiamato il valore civile del ricordo di Falcone, spiegando che ricordarlo significa riaffermare la forza dello Stato contro le mafie. Il suo messaggio ha posto al centro non solo le vittime, ma anche il significato istituzionale di quella giornata: la mafia colpì uomini e donne impegnati ogni giorno nella difesa della sicurezza dei cittadini e della convivenza civile.
La strage di Capaci avvenne in un momento estremamente delicato della storia italiana. All'inizio degli anni Novanta, Cosa Nostra era sotto pressione per l'esito del maxiprocesso, il grande processo istruito anche grazie al lavoro del pool antimafia di Palermo, di cui Falcone era stato una figura centrale. Quel processo aveva dimostrato, in sede giudiziaria, l'esistenza di una struttura mafiosa unitaria, gerarchica e organizzata. Per la prima volta, la mafia siciliana non appariva più come una somma confusa di delitti, faide e clan locali, ma come un sistema criminale dotato di una propria strategia, di una propria cupola e di una capacità di infiltrazione economica e sociale molto profonda.
Per comprendere davvero Capaci, bisogna partire proprio da Giovanni Falcone. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso. Fu un innovatore del metodo investigativo. Capì che per combattere la mafia non bastava inseguire i singoli omicidi, ma bisognava ricostruire i flussi di denaro, le relazioni tra i clan, i rapporti tra criminalità, economia e potere. La sua celebre intuizione investigativa può essere riassunta nell'idea che il denaro lasci tracce: seguire i capitali, i patrimoni, gli affari e i passaggi finanziari significava arrivare al cuore dell'organizzazione mafiosa.
Questa impostazione cambiò profondamente il modo di contrastare la mafia. Falcone contribuì a rendere più moderno il lavoro giudiziario, favorendo una visione coordinata delle indagini e una maggiore collaborazione tra magistratura, forze dell'ordine e organismi investigativi. La sua azione non si limitava alla repressione del singolo reato: mirava a colpire la struttura della mafia, la sua capacità di durare nel tempo, di accumulare ricchezza, di condizionare territori e istituzioni.
Accanto a lui, quel 23 maggio 1992, c'era Francesca Morvillo, magistrata anche lei. Troppo spesso la memoria pubblica l'ha ridotta al ruolo di "moglie di Falcone", ma questa definizione è insufficiente. Francesca Morvillo fu una donna delle istituzioni, una giurista, una magistrata impegnata nel proprio lavoro. Morì accanto al marito, ma la sua figura merita di essere ricordata nella sua piena dignità professionale e personale. La sua morte rende ancora più evidente la natura brutale dell'attentato: Cosa Nostra non colpì soltanto un magistrato simbolo, ma travolse vite, affetti, professionalità e servitori dello Stato.
Con Falcone e Morvillo morirono Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, tre agenti della scorta che stavano svolgendo il proprio dovere. Il loro sacrificio è parte essenziale della memoria di Capaci. Non erano figure di contorno. Erano uomini dello Stato che conoscevano il rischio del proprio servizio e che, quel giorno, si trovavano sulla prima linea di una guerra dichiarata dalla mafia contro le istituzioni. Ricordare Capaci significa ricordare anche loro, i loro nomi, le loro famiglie, la loro scelta di proteggere chi era esposto alla vendetta mafiosa.
L'attentato fu organizzato con modalità militari. Il corteo di auto blindate percorreva l'autostrada dopo l'arrivo di Falcone all'aeroporto di Punta Raisi. La mafia aveva preparato l'esplosivo in un punto della carreggiata e attese il passaggio delle vetture. Alle 17:58, una violenta esplosione squarciò l'autostrada. La deflagrazione investì il convoglio, distrusse il tratto stradale e trasformò quel luogo in una scena di guerra. Oltre alle cinque vittime, vi furono anche numerosi feriti.
La potenza simbolica di Capaci dipende anche dall'immagine fisica della devastazione: l'autostrada spezzata, le auto distrutte, il cratere sull'asfalto, i soccorsi, lo sgomento collettivo. L'Italia vide materializzarsi davanti ai propri occhi la violenza di una mafia che non agiva più solo nell'ombra, ma sfidava apertamente lo Stato. Quel giorno, Cosa Nostra volle mandare un messaggio: chi la combatteva fino in fondo poteva essere eliminato con un atto spettacolare, spietato e pubblico.
Ma il messaggio della mafia produsse anche l'effetto opposto. La strage di Capaci generò dolore, paura e rabbia, ma anche una grande reazione civile. Nelle settimane e nei mesi successivi, una parte crescente della società italiana comprese che la lotta alla mafia non poteva essere delegata solo ai magistrati o alle forze dell'ordine. Doveva diventare una questione collettiva, culturale, educativa e politica. La legalità non poteva restare una parola astratta: doveva trasformarsi in coscienza pubblica, partecipazione, rifiuto dell'omertà, attenzione ai territori e sostegno concreto a chi combatteva le organizzazioni criminali.
Il trauma di Capaci fu reso ancora più profondo dalla strage di via D'Amelio, avvenuta meno di due mesi dopo, il 19 luglio 1992, quando furono uccisi Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. Capaci e via D'Amelio sono due eventi distinti, ma nella memoria nazionale sono legati da un filo inseparabile. Insieme rappresentano il punto più feroce dell'offensiva mafiosa contro lo Stato e, allo stesso tempo, il momento in cui l'Italia fu costretta a guardare in faccia la profondità del potere mafioso.
La memoria di Falcone, però, non deve essere ridotta a una commemorazione rituale. Ogni anno il rischio è trasformare il 23 maggio in una giornata di frasi solenni, corone di fiori e discorsi ufficiali, dimenticando la parte più scomoda dell'eredità di Falcone: il suo metodo, la sua lucidità, la sua capacità di leggere la mafia come fenomeno moderno, economico e relazionale. Falcone non parlava della mafia come di un male folkloristico o arcaico. La considerava un'organizzazione razionale, capace di adattarsi, investire, corrompere, dialogare con ambienti apparentemente lontani dal mondo criminale.
Questo punto è decisivo anche oggi. Le mafie contemporanee non vivono soltanto di intimidazioni, estorsioni e traffici visibili. Vivono anche di riciclaggio, appalti, prestanome, società di comodo, professionisti compiacenti, investimenti nell'economia legale e capacità di inserirsi nelle debolezze del sistema. Per questo il ricordo di Falcone resta attuale: la sua lezione invita a guardare oltre la superficie, a non cercare la mafia soltanto dove si manifesta con la violenza, ma anche dove si presenta con il volto apparentemente rispettabile degli affari, delle relazioni e dell'influenza.
Il Presidente Mattarella, nel suo messaggio per l'anniversario, ha richiamato proprio il valore repubblicano di quella memoria. Capaci non è soltanto una tragedia siciliana. È una pagina nazionale. È il punto in cui la violenza mafiosa ha provato a colpire la libertà e la dignità di tutti gli italiani. Quando la mafia uccide un magistrato perché applica la legge, non aggredisce solo una persona: aggredisce l'idea stessa che la legge possa essere uguale per tutti. Quando elimina uomini della scorta, non colpisce solo singoli servitori dello Stato: prova a seminare paura dentro le istituzioni.
Il messaggio del ministro Piantedosi si inserisce in questa stessa prospettiva: ricordare Falcone significa affermare che lo Stato non arretra. Questa affermazione non riguarda solo il passato. Riguarda il presente e il futuro. La lotta alla mafia richiede continuità, competenza, risorse, protezione dei magistrati e degli investigatori, attenzione ai territori, sostegno alle vittime, educazione dei giovani, contrasto alla corruzione e capacità di impedire che le organizzazioni criminali si rigenerino in forme nuove.
Il ruolo delle scuole, in questa memoria, è fondamentale. Ogni 23 maggio, migliaia di studenti partecipano a iniziative dedicate alla Giornata della Legalità. Non si tratta semplicemente di raccontare una pagina di storia. Si tratta di trasmettere una responsabilità. Le nuove generazioni non hanno vissuto il 1992, ma ne ereditano le conseguenze. Sapere chi erano Falcone, Morvillo, Montinaro, Dicillo e Schifani significa capire che la democrazia non è un dato acquisito una volta per tutte. È un bene fragile, che va difeso ogni giorno.
La memoria delle vittime di Capaci insegna anche che lo Stato è fatto di persone. Non è soltanto un insieme di uffici, divise, tribunali e leggi. È fatto di uomini e donne che decidono di servire la collettività, anche quando questo comporta rischi enormi. Falcone lo sapeva. Lo sapevano gli agenti della sua scorta. Lo sapeva Francesca Morvillo. Per questo la loro morte non può essere raccontata soltanto come una tragedia: è anche la testimonianza estrema di un impegno civile.
Allo stesso tempo, una memoria matura deve evitare la retorica semplificatrice. Falcone fu un uomo delle istituzioni, ma durante la sua vita conobbe ostacoli, isolamento, incomprensioni, rivalità e delegittimazioni. Ricordarlo davvero significa riconoscere anche questo: spesso chi combatte sistemi di potere radicati non viene compreso subito. Talvolta viene lasciato solo. La memoria di Capaci deve quindi diventare anche un esame di coscienza collettivo: non basta celebrare gli eroi dopo la morte, bisogna sostenere chi difende la legalità quando è vivo, quando lavora, quando denuncia, quando paga un prezzo personale.
Capaci resta una ferita perché mostra fino a che punto può arrivare la violenza mafiosa. Ma resta anche una lezione perché dimostra che la mafia può essere contrastata se lo Stato, la società civile, la scuola, l'informazione e l'economia legale si muovono nella stessa direzione. La mafia prospera dove trova paura, silenzio, convenienza e indifferenza. Arretra quando incontra istituzioni credibili, cittadini consapevoli, comunità unite e una cultura pubblica incapace di giustificare il compromesso con l'illegalità.
Il 34° anniversario della strage di Capaci non è dunque soltanto un giorno di lutto. È una giornata di responsabilità nazionale. Ricordare Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani significa riaffermare che la mafia non è invincibile, che la legalità non è una parola vuota e che la democrazia ha bisogno di memoria per non diventare fragile. Significa riconoscere che il loro sacrificio continua a parlare al presente, soprattutto in un tempo in cui le mafie cambiano volto, si infiltrano nell'economia, cercano nuovi spazi e provano a rendersi meno visibili.
Il 23 maggio 1992 la mafia provò a spezzare lo Stato con l'esplosivo. Trentquattro anni dopo, il ricordo di Capaci continua invece a dire che lo Stato, quando non dimentica e quando agisce con coerenza, può essere più forte della paura. La memoria non restituisce la vita alle vittime, ma può impedire che il loro sacrificio venga svuotato. Per questo Capaci non è solo una data del passato: è un monito permanente, una promessa da rinnovare e una misura della qualità morale della Repubblica.

