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Borse asiatiche in rialzo, petrolio sale: Hormuz e inflazione scuotono i mercati

Le Borse asiatiche iniziano la nuova settimana prevalentemente in territorio positivo, ma dietro il colore verde degli indici si nasconde un equilibrio estremamente delicato tra aspettative sui tassi di interesse statunitensi, risultati societari, andamento dell'economia cinese e soprattutto nuove tensioni sul petrolio. Nella mattinata di lunedì 10 agosto 2026 il Nikkei giapponese ha registrato rialzi nell'ordine dell'1-2%, la Corea del Sud è avanzata di circa lo 0,8%, mentre le principali blue chip della Cina continentale hanno perso terreno. Contemporaneamente il Brent è tornato nell'area degli 84-85 dollari al barile, mostrando ancora una volta quanto lo Stretto di Hormuz rimanga decisivo per gli equilibri finanziari mondiali.
Il movimento dei mercati nasce dall'incrocio di due forze quasi opposte. Da una parte, il sorprendente indebolimento del mercato del lavoro statunitense ha ridotto le aspettative di un nuovo rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve, favorendo soprattutto le azioni e i titoli tecnologici. Dall'altra, il ritorno del petrolio verso gli 85 dollari riapre il problema dell'inflazione: un'energia più costosa può infatti alimentare nuovamente la crescita dei prezzi proprio nel momento in cui gli investitori sperano che la banca centrale americana possa evitare una nuova stretta monetaria.
La conseguenza è un mercato che, almeno per ora, sceglie l'ottimismo, ma senza abbandonare la prudenza. Il rally delle azioni asiatiche non significa che le tensioni siano scomparse. Piuttosto, gli investitori stanno cercando di capire quale forza sarà dominante nelle prossime settimane: il rallentamento dell'economia americana, che potrebbe rendere meno probabile un aumento dei tassi, oppure il rischio che un petrolio nuovamente caro mantenga troppo elevata l'inflazione e costringa la Federal Reserve a intervenire comunque.

Il Nikkei guida il rialzo delle Borse asiatiche

Il mercato più brillante della mattinata è quello del Giappone. Il Nikkei ha guadagnato terreno fin dalle prime fasi della seduta, arrivando durante gli scambi a mostrare progressi nell'ordine dell'1-2%. Il movimento segue la forte chiusura di Wall Street di venerdì e interessa in particolare comparti tecnologici, elettronica, materiali e società esposte al ciclo globale.
Per comprendere il rialzo giapponese bisogna partire dagli Stati Uniti. La debolezza dei dati sull'occupazione americana ha modificato in poche ore la valutazione degli investitori sulla futura politica monetaria. Se l'economia statunitense sta realmente iniziando a perdere forza, la Fed dispone di meno spazio per aumentare ulteriormente il costo del denaro senza rischiare di aggravare il rallentamento.
Per le azioni, e in particolare per i titoli con valutazioni elevate e utili attesi nel futuro, la prospettiva di tassi meno alti rappresenta generalmente un elemento favorevole. Una riduzione dei rendimenti obbligazionari rende relativamente più attraenti gli investimenti azionari e aumenta il valore attuale attribuito agli utili futuri delle società. È una delle ragioni per cui tecnologia e comparti legati all'intelligenza artificiale reagiscono in modo particolarmente sensibile alle aspettative sulla Federal Reserve.

Wall Street ha lasciato all'Asia un'eredità positiva

La seduta asiatica arriva dopo un venerdì molto forte per Wall Street. L'S&P 500 ha chiuso su nuovi massimi, sostenuto proprio dalla lettura secondo cui il peggioramento del mercato del lavoro americano possa ridurre la probabilità di una nuova stretta monetaria. Anche il Nasdaq ha terminato una settimana particolarmente positiva, sostenuto dal ritorno degli acquisti sul comparto tecnologico.
L'umore degli investitori è stato favorito anche da una stagione degli utili societari complessivamente robusta. Molte grandi aziende statunitensi hanno riportato risultati superiori alle attese e il mercato ha trovato nuovo sostegno proprio mentre sembravano aumentare i dubbi sulle valutazioni molto elevate raggiunte da alcuni titoli legati all'intelligenza artificiale.
È importante però non confondere il buon andamento degli utili con una garanzia sulla futura direzione dei mercati. Le valutazioni rimangono elevate in numerosi settori e questo significa che una società può pubblicare risultati in crescita e vedere comunque scendere le proprie azioni se gli investitori si aspettavano qualcosa di ancora migliore. Il rally attuale dipende quindi non soltanto dai numeri economici, ma dal confronto continuo tra risultati effettivi e aspettative già incorporate nei prezzi.

La Corea del Sud avanza dello 0,8%

Anche la Corea del Sud parte con un orientamento positivo, con l'indice principale in rialzo di circa lo 0,8% nelle prime fasi della giornata. Seoul è particolarmente sensibile all'andamento del settore tecnologico mondiale perché una quota rilevante del proprio mercato azionario è rappresentata da produttori di semiconduttori, memorie, elettronica e componentistica.
Quando Wall Street recupera attraverso i titoli legati all'intelligenza artificiale, il movimento tende quindi a trasferirsi rapidamente anche sulle società sudcoreane. La domanda mondiale di chip destinati ai data center, alle infrastrutture AI e ai sistemi ad alte prestazioni continua a essere uno dei principali temi finanziari del 2026, anche se nelle ultime settimane il settore ha sperimentato oscillazioni molto violente.
Il mercato sudcoreano resta inoltre sensibile al costo dell'energia. La Corea del Sud importa una quota molto elevata delle materie prime energetiche che consuma e un aumento prolungato del petrolio può pesare sui costi delle imprese, sulla bilancia commerciale e sull'inflazione. Per questo il rialzo delle azioni convive oggi con un elemento di rischio rappresentato proprio dal Brent tornato verso gli 85 dollari.

La Cina va in controtendenza

Il quadro appare differente nella Cina continentale, dove l'indice delle principali blue chip ha registrato una flessione nell'ordine dello 0,7%. Il dato evidenzia una volta ancora come non esista un unico "mercato asiatico": Giappone, Corea del Sud e Cina possono reagire in modi profondamente diversi perché affrontano condizioni economiche e monetarie differenti.
A pesare sul sentiment cinese sono anche i nuovi dati sull'inflazione. A luglio l'indice dei prezzi al consumo è aumentato dello 0,5% su base annua, rallentando rispetto ai mesi precedenti, mentre l'inflazione alla produzione è salita del 3,5% ma a un ritmo inferiore rispetto al recente picco. La componente alimentare è diminuita, mentre l'inflazione di fondo ha mostrato un andamento più sostenuto.
Il problema per Pechino è trovare un equilibrio tra costi industriali e domanda interna. Un rallentamento dell'inflazione al consumo può essere positivo se significa che le pressioni sui prezzi stanno diminuendo, ma può diventare un segnale meno favorevole quando riflette consumi troppo deboli. Allo stesso tempo, prezzi alla produzione ancora in aumento possono comprimere i margini delle aziende che non riescono a trasferire integralmente i maggiori costi sui clienti finali.

Perché un'inflazione bassa non è sempre una buona notizia

In un'economia occidentale alle prese con prezzi troppo elevati, un rallentamento dell'inflazione viene spesso accolto positivamente. Nel caso cinese, tuttavia, la situazione è differente perché una delle principali preoccupazioni degli ultimi anni è stata proprio la debolezza della domanda interna. Famiglie prudenti, difficoltà del settore immobiliare e un'elevata propensione al risparmio hanno limitato la capacità dei consumi di diventare un motore più potente della crescita.
Un'inflazione al consumo contenuta può quindi segnalare che le aziende dispongono di scarso potere nel trasferire gli aumenti dei costi sui prezzi finali. Se una fabbrica paga di più energia, materie prime e componenti ma non riesce ad aumentare il prezzo del prodotto venduto, il risultato è una compressione del margine di profitto.
È una delle ragioni per cui gli investitori continuano a chiedersi quanto sostegno sarà necessario da parte delle autorità di Pechino. Il governo ha promesso nuove misure per sostenere l'economia nella seconda metà dell'anno, ma il mercato vuole comprendere quali strumenti verranno concretamente utilizzati e quanto rapidamente potranno trasferirsi su consumi, investimenti e fiducia delle imprese.

Il petrolio torna verso 85 dollari

Se le Borse asiatiche offrono un quadro prevalentemente positivo, il vero punto di attenzione della mattinata resta il petrolio. Il Brent ha iniziato la sessione intorno agli 84 dollari al barile per poi avvicinarsi nuovamente all'area degli 85 dollari con il proseguire degli scambi. Il West Texas Intermediate statunitense si è mantenuto invece nell'area dei 78-79 dollari.
Il movimento può sembrare relativamente contenuto dopo le oscillazioni estreme osservate negli ultimi mesi, ma assume importanza perché arriva dopo una settimana nella quale il greggio aveva reagito violentemente alle notizie sui negoziati relativi allo Stretto di Hormuz. Ogni segnale di possibile riapertura aveva fatto scendere i prezzi; ogni nuovo ostacolo diplomatico li aveva spinti verso l'alto.
La quotazione attuale rappresenta quindi soprattutto il prezzo dell'incertezza. Gli operatori non stanno valutando soltanto quanti barili vengono prodotti oggi, ma quanto greggio potrà transitare liberamente nelle prossime settimane e quanto è elevato il rischio che un nuovo episodio militare provochi ulteriori interruzioni.

Hormuz resta il principale rischio energetico mondiale

Lo Stretto di Hormuz collega il Golfo Persico al Golfo dell'Oman ed è uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta. Prima della guerra iniziata alla fine di febbraio, attraverso questa stretta fascia di mare transitava in condizioni normali circa un quinto dei flussi mondiali di petrolio e una quota analoga del gas naturale liquefatto commercializzato via nave.
Questo significa che la rilevanza di Hormuz non dipende esclusivamente dalla produzione dell'Iran. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Iraq e altri produttori della regione utilizzano direttamente o indirettamente l'area per raggiungere i mercati mondiali. Esistono oleodotti alternativi, ma la loro capacità complessiva non è sufficiente a sostituire completamente il traffico marittimo tradizionale.
Per il mercato, quindi, il problema fondamentale è la quantità di offerta effettivamente esportabile. Un Paese può continuare a estrarre petrolio, ma se non dispone della possibilità logistica di consegnarlo ai clienti internazionali la disponibilità reale sul mercato globale diminuisce. È precisamente questa distinzione a spiegare perché la sicurezza dello stretto abbia un effetto così immediato sui prezzi.

Iran e Oman trattano, ma l'accordo non basta

Le ultime indicazioni mostrano progressi nei colloqui tra Iran e Oman sulla definizione di nuove modalità di navigazione attraverso Hormuz. Il problema è che Teheran continua a distinguere tra un accordo tecnico sulla gestione delle rotte e la vera riapertura completa dello stretto al normale traffico commerciale.
L'Iran ha collegato una piena normalizzazione della navigazione a una serie di concessioni statunitensi, comprendenti questioni relative alle sanzioni, agli asset iraniani congelati, alla presenza militare americana e alle conseguenze degli attacchi subiti durante il conflitto. Sono richieste politicamente molto più complesse rispetto alla semplice definizione di un corridoio marittimo.
È proprio questa differenza a spiegare il ritorno degli acquisti sul Brent. Nei giorni precedenti una parte del mercato aveva scommesso su una soluzione relativamente rapida. Quando è diventato chiaro che l'accordo Iran-Oman non garantisce automaticamente il ritorno alla normale navigazione per tutte le navi, il premio per il rischio è tornato a crescere.

Il petrolio è sceso e risalito rapidamente in pochi giorni

La volatilità recente permette di capire quanto le quotazioni siano sensibili al dossier. Martedì scorso il Brent era sceso di oltre il 5%, chiudendo poco sopra i 79 dollari, dopo segnali diplomatici interpretati come un possibile passo verso la normalizzazione dei flussi. Pochi giorni dopo è tornato sopra gli 82 dollari e venerdì ha terminato la sessione a 83,55 dollari.
Nella mattinata di lunedì il nuovo rialzo verso l'area degli 84-85 dollari mostra quanto rapidamente il mercato possa cambiare opinione. Non serve necessariamente un'interruzione fisica aggiuntiva delle forniture: è sufficiente una modifica della probabilità attribuita dagli operatori ai possibili scenari futuri.
Questo è il principio fondamentale con cui funzionano i mercati dei futures petroliferi. Il prezzo non descrive soltanto la situazione presente, ma incorpora aspettative sulla futura domanda, sull'offerta, sui livelli delle scorte, sui rischi geopolitici e sulle decisioni dei principali Paesi produttori.

Un barile più caro può diventare un problema per le Borse

Un aumento moderato del petrolio non rappresenta automaticamente una cattiva notizia per il mercato azionario. Le compagnie energetiche possono beneficiare di prezzi più elevati e alcune economie produttrici vedono aumentare le entrate fiscali e commerciali. Il problema nasce quando il rialzo diventa sufficientemente ampio e persistente da aumentare i costi dell'intera economia.
Petrolio più caro significa generalmente maggiori costi per trasporti, logistica, aviazione, industria chimica e produzione di numerosi materiali. Parte di questi aumenti può essere assorbita dalle imprese attraverso margini inferiori; un'altra parte può essere trasferita sui consumatori attraverso prezzi più elevati.
È qui che il dossier Hormuz entra direttamente nella discussione sulla Federal Reserve. Se l'energia torna a spingere l'inflazione verso l'alto, la banca centrale dispone di meno libertà per mantenere o ridurre i tassi, anche in presenza di un mercato del lavoro che mostra segnali di indebolimento.

Il rapporto sul lavoro USA ha cambiato le aspettative sui tassi

Venerdì è arrivato un dato che ha sorpreso profondamente gli investitori: l'economia americana ha perso 23.000 posti di lavoro nel mese di luglio, mentre gli economisti si aspettavano una crescita nell'ordine di 80.000 unità. Si è trattato di una brusca frenata rispetto all'immagine di un mercato del lavoro rimasto a lungo particolarmente resistente.
A rendere il rapporto più debole sono state anche le revisioni dei mesi precedenti. I dati relativi a maggio e giugno sono stati ridotti complessivamente di oltre 100.000 posti rispetto alle prime stime. Questo significa che la perdita di slancio non riguarda soltanto luglio, ma appare più estesa rispetto a quanto il mercato pensasse prima della pubblicazione del rapporto.
Il tasso di disoccupazione è contemporaneamente sceso al 4,1%, ma anche questo dato richiede una lettura attenta: una parte della diminuzione è stata collegata all'uscita di persone dalla forza lavoro. Quando qualcuno smette di cercare attivamente un'occupazione non viene infatti più classificato come disoccupato nelle statistiche ufficiali.

Perché una cattiva notizia economica ha fatto salire le azioni

Il fatto che le Borse abbiano accolto positivamente una perdita di posti di lavoro può apparire paradossale. La spiegazione risiede ancora una volta nei tassi di interesse. Prima del rapporto, il mercato temeva che un'economia ancora troppo forte, accompagnata da pressioni inflazionistiche persistenti, potesse spingere la Federal Reserve verso un nuovo rialzo a settembre.
Un dato sul lavoro molto più debole delle attese riduce questo rischio. I futures sui tassi hanno portato la probabilità implicita di un aumento Fed a settembre dall'area del 55% precedente al rapporto verso circa il 44-45%. In altre parole, il mercato considera ora leggermente più probabile che la banca centrale lasci il costo del denaro invariato.
Per le azioni, questa revisione è inizialmente positiva. Ma esiste un limite: se il rallentamento dell'occupazione diventasse troppo marcato, l'attenzione smetterebbe di concentrarsi sui benefici dei tassi più bassi e si sposterebbe sul rischio che utili, consumi e crescita economica possano indebolirsi. Il mercato preferisce quindi un raffreddamento controllato, non una recessione.

Mercoledì arriva il vero test: l'inflazione americana

Dopo il rapporto sul lavoro, l'appuntamento centrale della settimana sarà la pubblicazione dell'indice dei prezzi al consumo statunitense di luglio, prevista per mercoledì. È probabilmente il dato più importante per stabilire se le aspettative costruite dopo venerdì possano essere mantenute.
Le stime indicano un'inflazione complessiva annua ancora nell'area del 3,4%, mentre la componente core, che esclude alimentari ed energia, è attesa intorno al 2,5%. Quest'ultima misura è particolarmente osservata perché cerca di individuare le pressioni di fondo sui prezzi eliminando alcune componenti molto volatili.
Se il dato risultasse superiore alle aspettative, gli investitori potrebbero tornare rapidamente a considerare più probabile un rialzo dei tassi a settembre. Se invece l'inflazione dovesse sorprendere al ribasso, la tesi di una Fed più prudente riceverebbe ulteriore sostegno.

Il petrolio rende il dato di mercoledì ancora più importante

La situazione è particolarmente complessa perché l'indice di luglio fotograferà in buona misura prezzi precedenti al nuovo rialzo del greggio osservato nelle ultime ore. Anche un dato relativamente favorevole mercoledì non cancellerebbe quindi il rischio che un eventuale petrolio persistentemente sopra gli 80-90 dollari torni a influenzare i mesi successivi.
L'energia entra direttamente nei costi di benzina e trasporti e indirettamente in moltissimi beni e servizi. La trasmissione non è immediata né perfettamente proporzionale: un aumento del 10% del greggio non comporta automaticamente un aumento analogo dell'inflazione complessiva. Tuttavia, se dura abbastanza a lungo, la pressione diventa progressivamente più visibile.
La Federal Reserve si trova quindi di fronte a un possibile conflitto tra due obiettivi: da una parte un mercato del lavoro che mostra segnali di debolezza, dall'altra un'inflazione che potrebbe restare troppo elevata a causa delle tensioni energetiche. È precisamente il tipo di scenario nel quale le decisioni di politica monetaria diventano più difficili.

Il mercato obbligazionario resta in attesa

I rendimenti dei Treasury statunitensi riflettono questa incertezza. Il rendimento del titolo decennale si muove nell'area del 4,6%, dopo avere risentito sia del calo delle aspettative sui tassi prodotto dai dati sul lavoro sia dei timori che l'inflazione possa rimanere elevata.
Un rendimento obbligazionario rappresenta indirettamente il prezzo richiesto dagli investitori per prestare denaro. Se aumentano le aspettative di inflazione o di tassi più elevati, generalmente i rendimenti tendono a salire e il prezzo delle obbligazioni esistenti a scendere. Se invece aumenta la probabilità di una politica monetaria meno restrittiva, può verificarsi il movimento opposto.
Il livello dei Treasury è importante anche per le azioni. Un titolo di Stato privo del rischio societario che offre un rendimento molto elevato diventa un concorrente più forte rispetto all'investimento azionario. Per questo un calo dei rendimenti tende normalmente a sostenere i multipli di valutazione delle società quotate.

Il dollaro cerca una direzione dopo il minimo di due mesi

Anche il dollaro risente dello stesso equilibrio. La valuta statunitense è arrivata vicino ai minimi di circa due mesi dopo il rapporto sull'occupazione, per poi recuperare leggermente nella mattinata di lunedì. L'indice che misura il biglietto verde contro un paniere delle principali valute si muove intorno a quota 99,7.
Il meccanismo è relativamente diretto: se diminuisce la probabilità che la Fed aumenti i tassi, gli investimenti denominati in dollari possono diventare relativamente meno remunerativi rispetto alle alternative. Questo tende a esercitare pressione sulla valuta, anche se l'effetto può essere compensato da domanda di beni rifugio o cambiamenti nelle politiche monetarie degli altri Paesi.
Il dollaro è importante per il mercato delle materie prime perché petrolio, oro e molti altri beni vengono quotati internazionalmente proprio nella valuta americana. A parità di altre condizioni, un dollaro più debole può rendere queste materie prime meno costose per gli acquirenti che utilizzano altre valute e contribuire a sostenerne la domanda.

L'oro rimane su livelli molto elevati

Nel frattempo l'oro continua a scambiare sopra i 4.300 dollari l'oncia, sostenuto dall'incertezza geopolitica, dai movimenti dei rendimenti obbligazionari e dalla domanda di protezione da parte degli investitori. Il metallo prezioso ha vissuto oscillazioni molto forti durante la guerra con l'Iran, ma rimane su livelli storicamente elevati.
L'oro non produce interessi, quindi tende a beneficiare di una riduzione dei rendimenti reali: se un'obbligazione offre meno in termini corretti per l'inflazione, il costo opportunità di possedere un metallo che non paga cedole diminuisce. Allo stesso tempo, guerre e crisi finanziarie possono aumentarne l'attrattiva come attività considerata difensiva.
Non esiste però una relazione automatica tra geopolitica e prezzo dell'oro. Durante alcune crisi il metallo sale rapidamente; in altre può essere venduto per ottenere liquidità o risentire di un improvviso rafforzamento del dollaro. Anche in questo caso sono le aspettative complessive degli investitori a determinare il movimento.

Hormuz non è l'unico problema per le rotte energetiche

Il mercato del petrolio sta seguendo contemporaneamente anche il Mar Rosso. Le nuove azioni degli Houthi nello Yemen hanno riportato l'attenzione sull'area di Bab el-Mandeb, un altro passaggio essenziale per la navigazione commerciale tra Asia, Medio Oriente ed Europa.
La presenza simultanea di tensioni a Hormuz e Bab el-Mandeb aumenta il rischio logistico perché le due rotte appartengono allo stesso sistema di collegamenti energetici e commerciali tra Golfo, Oceano Indiano, Mar Rosso e Mediterraneo. Un problema su un solo chokepoint può essere in parte compensato attraverso percorsi alternativi; difficoltà contemporanee su più passaggi riducono le opzioni disponibili.
Per le compagnie di navigazione, inoltre, il costo non deriva soltanto dal carburante. Aumentano anche i premi assicurativi, le spese per la sicurezza e il rischio di dover modificare le rotte. Una deviazione di migliaia di chilometri può allungare i tempi di consegna e aumentare il numero di navi necessario per trasportare la stessa quantità di merci.

Perché l'Asia è particolarmente vulnerabile al petrolio caro

Molte grandi economie asiatiche sono importatrici nette di energia. Giappone, Corea del Sud e India dipendono fortemente dall'acquisto di petrolio e gas sui mercati internazionali. Quando il prezzo del greggio aumenta, una quota maggiore del reddito nazionale deve essere utilizzata per finanziare le importazioni energetiche.
L'effetto può comparire attraverso la bilancia commerciale, l'inflazione e i margini delle imprese. Le compagnie aeree pagano di più il carburante, le industrie affrontano maggiori costi logistici e le famiglie possono vedere aumentare benzina ed elettricità. In alcuni Paesi il governo assorbe una parte della variazione attraverso sussidi o modifiche fiscali, trasferendo però il costo sul bilancio pubblico.
È quindi significativo che le azioni asiatiche riescano a salire nonostante il rialzo del Brent. Significa che, almeno nella seduta odierna, gli investitori attribuiscono maggiore peso alla diminuzione del rischio di una stretta Fed e al buon andamento di Wall Street rispetto alla nuova pressione proveniente dall'energia.

La Cina sta importando molto meno greggio rispetto a un anno fa

Un ulteriore elemento interessante riguarda proprio la Cina, il maggiore importatore mondiale di petrolio. A luglio le importazioni sono risultate intorno a 8,41 milioni di barili al giorno, in ripresa rispetto al minimo vicino ai 7,12 milioni di giugno ma ancora molto inferiori rispetto allo stesso mese dell'anno precedente.
La debole domanda cinese contribuisce in qualche misura a compensare la riduzione dell'offerta mediorientale. Se Pechino acquistasse petrolio ai ritmi di un anno fa mentre Hormuz rimane fortemente limitato, la pressione sulle quotazioni internazionali potrebbe essere ancora maggiore.
Questo mostra un'altra caratteristica del mercato energetico: prezzo e disponibilità dipendono dall'interazione tra domanda e offerta. Una grave interruzione delle forniture può essere parzialmente assorbita da un rallentamento dei consumi; allo stesso modo, una forte crescita della domanda può far aumentare i prezzi anche in assenza di un nuovo shock geopolitico.

L'incertezza sul petrolio potrebbe durare ancora

Per tornare a una situazione più stabile non basta che Iran e Oman annuncino un'intesa tecnica. Il mercato avrà bisogno di vedere un aumento concreto e continuativo del traffico attraverso Hormuz, una riduzione dei premi assicurativi e una diminuzione del rischio di nuovi attacchi contro navi e infrastrutture.
È possibile quindi che le quotazioni rimangano volatili anche dopo un eventuale annuncio diplomatico. Gli operatori tenderanno a verificare se l'accordo venga realmente applicato, quali navi possano attraversare lo stretto e se esistano limitazioni collegate alla nazionalità o alla bandiera.
Il precedente delle trattative fallite o rimaste incomplete rende inoltre il mercato più prudente. Ogni nuova dichiarazione viene valutata non soltanto per il suo contenuto, ma alla luce della credibilità attribuita alla possibilità che si traduca in un cambiamento effettivo dei flussi energetici.

I mercati guardano già oltre la seduta di lunedì

Il rialzo delle Borse asiatiche di oggi rappresenta quindi soltanto l'inizio di una settimana ricca di possibili catalizzatori. Mercoledì arriverà l'inflazione americana; giovedì sarà il turno dei prezzi alla produzione e nei giorni successivi verranno pubblicati ulteriori dati sui consumi e sull'attività economica.
Parallelamente continuerà la stagione degli utili, con nuove trimestrali di società tecnologiche e industriali che permetteranno di valutare quanto la crescita degli investimenti in intelligenza artificiale stia realmente traducendosi in fatturato e profitti.
Sopra tutti questi elementi rimarrà però il Medio Oriente. Un accordo credibile su Hormuz potrebbe far scendere rapidamente il premio geopolitico incorporato nel petrolio e favorire azioni e obbligazioni. Una nuova escalation produrrebbe invece l'effetto contrario, riportando immediatamente l'energia al centro delle preoccupazioni inflazionistiche.

Tre scenari possibili per i mercati

Nel primo scenario, quello più favorevole alle Borse, l'inflazione americana sorprende al ribasso mentre i negoziati su Hormuz producono progressi concreti. Il petrolio potrebbe stabilizzarsi o scendere, la probabilità di un rialzo Fed diminuire ulteriormente e i rendimenti obbligazionari ridursi. Sarebbe un insieme di condizioni generalmente favorevole soprattutto per tecnologia e titoli di crescita.
Nel secondo scenario, l'inflazione resta elevata ma il petrolio non sale ulteriormente. In questo caso il mercato potrebbe entrare in una fase più laterale, con gli investitori costretti ad attendere ulteriori dati prima di modificare significativamente le aspettative sui tassi.
Il terzo scenario è quello più difficile: nuova escalation a Hormuz, petrolio nuovamente in forte rialzo e inflazione americana superiore alle attese. In quel caso il mercato dovrebbe affrontare contemporaneamente il rischio di crescita più debole e tassi più elevati, una combinazione generalmente sfavorevole sia per le azioni sia per una parte del mercato obbligazionario.

Non è ancora un segnale di "risk on" generalizzato

Il verde prevalente sugli indici asiatici non deve quindi essere interpretato come il ritorno definitivo di una fase di propensione al rischio. La contemporanea tenuta dell'oro su livelli elevati, l'incertezza sul dollaro e la sensibilità del petrolio alle notizie diplomatiche mostrano che una parte significativa degli investitori continua a proteggersi da scenari avversi.
Il mercato sta piuttosto effettuando un ribilanciamento dopo il rapporto sull'occupazione statunitense. La minore probabilità di un rialzo immediato dei tassi ha modificato le valutazioni, soprattutto nei comparti che avevano sofferto maggiormente l'aumento dei rendimenti.
Perché il rialzo possa diventare più solido servirà però una conferma dal lato dell'inflazione e, idealmente, una riduzione della tensione energetica. Altrimenti il mercato rischia di oscillare continuamente tra entusiasmo per una Fed meno aggressiva e preoccupazione per un nuovo shock dei prezzi.

Il paradosso che domina i mercati di agosto

La seduta di lunedì 10 agosto sintetizza perfettamente il paradosso che sta dominando i mercati finanziari. Una cattiva notizia sull'occupazione americana viene inizialmente interpretata come positiva perché allontana un possibile aumento dei tassi. Una buona notizia sui negoziati con l'Iran può far salire le azioni perché riduce il petrolio, mentre una dichiarazione più rigida di Teheran può invertire il movimento in pochi minuti.
Non significa che gli investitori desiderino un'economia debole. Significa che i prezzi delle attività finanziarie riflettono il confronto tra crescita, inflazione e politica monetaria. Un dato economico non possiede quindi un significato positivo o negativo in assoluto: il suo effetto dipende da ciò che il mercato si aspettava e da come modifica le decisioni future delle banche centrali.
Il petrolio aggiunge a questa equazione una componente geopolitica particolarmente difficile da modellizzare. Una banca centrale può prevedere con una certa precisione l'effetto dei tassi sull'economia; nessun modello può stabilire con la stessa affidabilità se una trattativa diplomatica fallirà o se una nuova nave verrà attaccata in uno stretto strategico.

La settimana decisiva tra Fed e Hormuz

Alla mattina di lunedì, quindi, il quadro rimane costruttivo per gran parte dell'Asia: Tokyo guida i rialzi, Seoul avanza e soltanto la Cina mostra una debolezza più evidente. Ma dietro gli indici positivi rimangono rischi che potrebbero modificare rapidamente la direzione del mercato.
Il primo è lo Stretto di Hormuz. Finché il traffico commerciale non tornerà stabilmente verso condizioni normali, il petrolio continuerà a incorporare un premio geopolitico e ogni dichiarazione proveniente da Washington, Teheran o Muscat potrà produrre oscillazioni significative.
Il secondo è l'inflazione statunitense. Dopo la perdita inattesa di 23.000 posti di lavoro a luglio, il mercato ha ridotto la probabilità di un rialzo Fed a settembre verso il 44-45%. Il dato di mercoledì potrebbe confermare questa lettura oppure ribaltarla completamente.
Il terzo elemento è la Cina. Un'inflazione al consumo modesta e un rallentamento delle pressioni alla produzione confermano che la seconda economia mondiale continua a mostrare segnali contrastanti. Una risposta più forte delle autorità potrebbe sostenere i mercati, mentre ulteriori segnali di debolezza della domanda interna aumenterebbero i dubbi sulla crescita globale.

Il petrolio resta l'indicatore da osservare ora per ora

Tra tutti questi fattori, il Brent rimane probabilmente il termometro più immediato della tensione. Il passaggio dall'area di 84 dollari verso 85 nella stessa mattinata può apparire una variazione relativamente piccola, ma mostra che il mercato non considera ancora risolto il dossier Hormuz.
Se il greggio dovesse tornare stabilmente verso 90 dollari o oltre, l'attenzione si sposterebbe rapidamente dall'ottimismo sui tassi al rischio di nuova inflazione. Se invece un accordo credibile riportasse il petrolio sotto pressione, la combinazione tra energia più economica e Fed meno aggressiva potrebbe offrire nuovo sostegno alle Borse.
Per questo il rialzo odierno di Tokyo e Seoul non rappresenta ancora un verdetto sulla direzione dei mercati nelle prossime settimane. È la fotografia di un momento nel quale gli investitori stanno premiando il raffreddamento del mercato del lavoro americano più di quanto stiano penalizzando il nuovo aumento del petrolio.

Tra ottimismo e rischio geopolitico, il mercato resta appeso a due dati

Le prossime giornate ruoteranno dunque attorno a due domande. La prima è economica: l'inflazione USA sta rallentando abbastanza da permettere alla Federal Reserve di evitare un altro aumento dei tassi? La seconda è geopolitica: Iran, Oman e Stati Uniti riusciranno a trasformare le trattative su Hormuz in una reale normalizzazione dei flussi energetici?
Una risposta favorevole a entrambe potrebbe rafforzare il rally dei mercati. Una risposta negativa su entrambi i fronti potrebbe invece riportare rapidamente volatilità su azioni, obbligazioni, valute e materie prime. La situazione intermedia, probabilmente la più realistica nel breve periodo, manterrebbe i mercati estremamente sensibili a ogni nuovo dato e dichiarazione.
Per ora il segnale proveniente dall'Asia è positivo: Nikkei in rialzo, Corea del Sud in progresso e Wall Street sui massimi. Ma il petrolio che torna verso gli 85 dollari ricorda che il principale rischio energetico mondiale rimane aperto e che la tregua osservata sui prezzi negli ultimi giorni può essere rapidamente cancellata.
La settimana del 10 agosto si apre quindi con mercati apparentemente forti ma ancora sospesi tra speranza di tassi meno restrittivi e paura di una nuova fiammata energetica. Mercoledì l'inflazione americana offrirà la prima risposta; il dossier Hormuz potrebbe fornirne una in qualsiasi momento. Voi ritenete che, in questa fase, il rischio maggiore per i mercati sia rappresentato da un nuovo rialzo del petrolio oppure dalle prossime decisioni della Federal Reserve? Lasciate un commento e condividete la vostra opinione.

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