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Addio a Paolo Cirino Pomicino: l'ultimo "viceré" della Democrazia Cristiana

Il sipario cala definitivamente su una delle stagioni più intense e controverse della storia repubblicana. Con la scomparsa di Paolo Cirino Pomicino, avvenuta all'età di 87 anni, l'Italia perde non solo un protagonista della Prima Repubblica, ma un fine stratega che ha incarnato l'essenza stessa del potere della Democrazia Cristiana. Soprannominato affettuosamente "o' ministro" nella sua Napoli e "Archimede" dai colleghi romani per la sua straordinaria capacità di far quadrare i conti (e gli equilibri politici), Pomicino è stato il simbolo di un'epoca in cui la politica era fatta di mediazione, grandi correnti e una gestione capillare del consenso.

Dalla Medicina alla Stanza dei Bottoni

Nato nel capoluogo campano nel 1938, Pomicino non iniziò la sua carriera tra i banchi della politica, bensì in corsia. Medico chirurgo specializzato in neuropsichiatria, portò sempre con sé quel metodo analitico e clinico anche nei palazzi del potere. La sua ascesa fu fulminea all'interno della balena bianca, il soprannome dato alla Democrazia Cristiana per la sua mole elettorale.
Divenne rapidamente l'uomo di punta della corrente andreottiana nel Sud Italia, costruendo un asse di ferro con il sette volte Presidente del Consiglio. Il suo ruolo non era solo quello di un esecutore: Pomicino era la mente tattica capace di tessere trame tra i territori e il centro, garantendo stabilità a governi che spesso duravano meno di un anno, ma che mantenevano un'impronta profondissima sullo sviluppo economico del Paese.

L'Architetto dei Conti Pubblici

Il culmine della sua carriera politica coincise con la nomina a Ministro del Bilancio e della Programmazione Economica tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90. In quegli anni, l'Italia viveva un momento di apparente opulenza, ma venivano anche gettate le basi per il grande debito pubblico che ancora oggi condiziona l'economia nazionale.
Pomicino gestì fasi cruciali della spesa pubblica, promuovendo grandi interventi infrastrutturali, specialmente nel Mezzogiorno. La sua visione politica era basata sull'idea che lo Stato dovesse essere il motore principale dell'economia, un concetto di centralismo statale che lo portò spesso a scontrarsi con le nascenti spinte liberiste. La sua capacità di manovrare miliardi di lire lo rese l'uomo più ascoltato, e talvolta più temuto, della politica economica italiana.

La Tempesta di Mani Pulite e la Resilienza

Come quasi tutti i giganti della sua generazione, anche Paolo Cirino Pomicino fu travolto dall'inchiesta Mani Pulite nel 1992. Il crollo della Prima Repubblica lo vide finire sotto la lente della magistratura per le vicende legate ai finanziamenti illeciti e alla gestione degli appalti. Subì diverse condanne definitive, ma a differenza di molti suoi colleghi che scelsero l'esilio o il ritiro totale, Pomicino affrontò i processi con una resilienza non comune.
Non abbandonò mai veramente la scena. Anche dopo la scomparsa della Democrazia Cristiana, continuò a esercitare la sua influenza come commentatore, scrittore e "memoria storica". Attraverso i suoi editoriali e le sue apparizioni televisive, difese strenuamente il valore della politica professionale contro quello che definiva il dilettantismo della Seconda e Terza Repubblica. Per lui, la politica era un'arte nobile che richiedeva studio, gavetta e una profonda conoscenza della macchina dello Stato.

L'Eredità di un Protagonista

Con la sua morte si chiude un capitolo su un modo di intendere il potere pubblico che oggi appare lontanissimo. Pomicino rappresentava una politica fatta di incontri riservati, di accordi siglati nei corridoi di Montecitorio e di una retorica forbita ma concreta. È stato un uomo amato dai suoi elettori per la capacità di "portare risultati" al territorio e ferocemente criticato dagli oppositori per i costi di quel sistema di potere.
Oggi l'Italia saluta un pezzo di storia che, nel bene e nel male, ha contribuito a costruire l'ossatura del Paese moderno. Resta il ricordo di un uomo dall'intelligenza vivace, capace di passare con disinvoltura da una citazione colta alla gestione di un bilancio dello Stato, sempre con quel sorriso sornione di chi sapeva perfettamente come girava il mondo.

Di Edoardo

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